torneranno i prati

ITALIA - 2014
4/5
torneranno i prati
Siamo sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani. Nel film il racconto si svolge nel tempo di una sola nottata. Gli accadimenti si susseguono sempre imprevedibili: a volte sono lunghe attese dove la paura ti fa contare, attimo dopo attimo, fino al momento che toccherà anche a te. Tanto che la pace della montagna diventa un luogo dove si muore. Tutto ciò che si narra in questo film è realmente accaduto. E poiché il passato appartiene alla memoria, ciascuno lo può evocare secondo il proprio sentimento.
  • Altri titoli:
    14-18 - cumm'è bella a' montagna stanotte
    14-18 La Grande Guerra
    15-18 l'Italia in guerra
    Greenery Will Bloom Again
  • Durata: 80'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PELLICOLA KODAK 35MM, 4K (1:1.85)
  • Produzione: CINEMA UNDICI E IPOTESI CINEMA CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 6 Novembre 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Fa male, fa tanto male “il grande tradimento compiuto nei confronti di milioni di giovani e civili morti in quella guerra senza che sapessero perché”. Che fare? Un film, partito su commissione, ma cresciuto con quell'amore per il cinema , per l'uomo e per gli ultimi tra gli uomini che da sempre sono il marchio di fabbrica di Ermanno Olmi.
torneranno i prati, dunque, e Olmi cita Camus, “se vuoi che un pensiero cambi il mondo, prima devi cambiare te stesso”, per illuminare la cifra poetico-ideologica di un film che è qualcosa di nuovo sul fronte nord-orientale: siamo all'alba di Caporetto, nel 1917, e un avamposto italiano ha l'ordine di trovare un altro posizionamento per spiare la trincea avversa. Non è un ordine, quello che arriva dagli alti comandi per mano del maggiore Claudio Santamaria, ma un diktat per il massacro. torneranno i prati non elude quel massacro, ma fa di più, altro e meglio: dice la verità umana della guerra, mette in bocca ai soldati abbandonati al freddo e febbricitanti in prima linea l'indicibile, ovvero quello che l'amor patrio avrebbe dovuto scongiurare, cancellare.
“Nei nostri sogni non c'era la morte”, dice uno, “Quando sentono l'odore del sangue le bestie cagano e pisciano prima di andare al macello… siamo bestie anche noi?”, si chiede un altro. Piovono bombe, un larice, “albero bellissimo”, sembra d'oro e tale diventa nelle fiamme, mentre i colpi di mortaio zittiscono il conducente di mulo che cantava agli austriaci Tu ca nun chiagne, ribaltano lo status quo, disattendono gli ordini, aprendo all'espressionismo pacifico del regista. Oltre tre metri e mezzo di neve a seppellire le due trincee ricostruite a 1800 e 1100 metri d'altezza, temperature glaciali, tanta solidarietà e un po' di grappa per riscaldarsi, il set è stato speciale, ma normale per Olmi: fraternità, oggi come allora, quando ti trovavi a sparare a chi era come te, nella trincea di fronte. Un paradosso, ma solo per chi la Grande Guerra e le altre non le ha combattute e non le ha intese: Olmi non usa la matita rossa per correggere gli errori della Storia, scritta dai vincitori e dai vincenti, ma sull'Altopiano di Asiago ricordava ai suoi attori Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi e Niccolò Senni  che “voleva soprattutto che fosse un film utile, voleva – ricorda Di Maria - che sentissimo il sangue sotto quella neve bianchissima”. Qui, tra il sangue che non c'è più e il nitore diffuso dell'Altopiano, scorre il film, che è tanto, ma mai troppo: neorealismo e realismo magico, impressionismo teatrale ed espressionismo fantasmatico, Kammerspiel da trincea e apologo umanista, villaggio di cartone e albero (larice) degli zoccoli.
Speriamo non sia l'ultimo di Ermanno, ma è un film-summa, che evangelicamente ricorda come gli ultimi saranno i primi, ma solo se qualcuno sa raccontarli: senza appigliarsi alla storiografia ufficiale, Olmi si guarda in casa (il padre soldato), prende dagli illetterati e trova l'alfabeto della pace. Quello che istruiva La grande illusione di Renoir, La grande guerra di Monicelli e pochi altri, e che sola sa dire: No alla guerra!

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON CONTRIBUTO DEL MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀCULTURALI E DEL TURISMO-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA; REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON: BANCA POPOLARE DI VICENZA, RENATO RAGOSTA TEAM HOLDING S.R.L., NONINO DISTILLATORI S.P.A., EDISON S.P.A. (IL FILM È STATO REALIZZATO APPLICANDO IL PROTOCOLLO EDISON GREEN MOVIE); CON IL SOSTEGNO DI: PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI STRUTTURA DI MISSIONE PER GLI ANNIVERSARI DI INTERESSE NAZIONALE, REGIONE VENETO FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO, VICENZA FILM COMMISSION.

- LOCATION: ALTOPIANO DEI SETTE COMUNI (ASIAGO, VICENZA); ESTERNI TRINCEA: IL CAPOSALDO ITALIANO, IL PICCOLO CIMITERO, IL RUDERE (LOCALITÀ DOSSO DI SOPRA VAL FORMICA ‐ CIMA LARICI, QUOTA 1.800 MT.); INTERNI TRINCEA: IL CAMMINAMENTO, IL BUNKER DEL CAPITANO, IL RICOVERO DEI SOLDATI (LOCALITÀ SANT'ANTONIO‐VALGIARDINI, QUOTA 1.100 MT.); INTERNI TRINCEA: PRIMO DORMITORIO (LOCALITÀ VIA VILLA ROSSI‐VALGIARDINI, QUOTA 1.100 MT.).

- PRESENTATO AL 65. FESTIVAL DI BERLINO (2015) NELLA SEZIONE 'BERLINALE SPECIAL'.

- CANDIDATO AI DAVID DI DONATELLO 2015 PER: MIGLIOR FILM, REGISTA, FOTOGRAFIA, MUSICISTA, SCENOGRAFO, COSTUMISTA, FONICO DI PRESA DIRETTA, EFFETTI DIGITALI.

- NASTRO D'ARGENTO 2015 A CINEMAUNDICI (LUIGI E OLIVIA MUSINI) COME MIGLIOR PRODUTTORE (ANCHE PER "ANIME NERE" DI FRANCESCO MUNZI E "LAST SUMMER" DI LEONARDO GUERRA SERÀGNOLI).

CRITICA

"Lungi dall'essere consolatorio, il titolo dell'ultimo film di Ermanno Olmi, 'torneranno i prati', ha un senso amaro: allude all'ipocrisia della Storia riguardo le migliaia e migliaia di vittime sepolte sotto la neve durante la Grande Guerra, di cui tutti saranno pronti a dimenticarsi al primo riapparire dell'erba, ovvero in tempo di pace. E insieme a quei corpi sarà rimosso l'orrore assoluto di una guerra ingiusta e inaccettabile come qualsiasi altra guerra: questo il messaggio, forte e radicale, del maestro bergamasco. (...) il film inscena una specie di fantasia onirica, un affresco fra l'astratto e l'espressionista (in certi momenti si pensa alla pittura del tedesco Kiefer Anselm) nutrito dell'humus di una zona che non solo è stata feroce teatro di scontro e abbonda di ossari, steli, croci; ma è anche il luogo di vita e riflessione dell'autore, come si sa asiaghese d'elezione. Racconti paterni a parte, Olmi si è familiarizzato con la guerra girovagando nei boschi intorno a casa, conversando davanti al fuoco con l'amico «Sergente della neve» Mario Rigoni Stern, e ascoltando i paesani a partire dal «recuperante» Tony Lunardi. Non poteva che essere ambientato lassù sulle sue montagne, a un chiarore lunare che trascola ogni cosa in una sorta di metafisico bianco e nero, questo accorato appello «contro»: contro le carneficine e il Potere, in nome degli uomini di buona volontà sotto ogni cielo." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 6 novembre 2014)

"La guerra è bella ma scomoda, raccontava un libro dell'alpino Paolo Monelli. Ma la Grande Guerra era bella e scomoda anche in un famoso film di Mario Monicelli (e come faceva a essere brutta quando imperversavano Gassman e Sordi con i loro lazzi?). Diventò (nei film italiani) brutta e scomoda solo in una pellicola (1970) di Francesco Rosi, 'Uomini contro'. Ma il pubblico non la volle accettare. In parte giustamente. Rosi condannava il primo conflitto mondiale, ma sulla base di una cultura libresca (e marxista). I suoi personaggi (dai generali e ai tenenti) eran tutti esponenti delle classi privilegiate che la guerra l'avevano voluta. I soldati anonimi, che erano stati mandati per oltre tre anni al macello con metodi giapponesi, comparivano solo sullo sfondo. Per portarli in primo piano ci voleva a distanza di un secolo l'ottantatreenne Ermanno Olmi. Che ci ha messo, son parole sue, circa settant'anni per capire i discorsi di suo padre, che nel 1917 sull'altipiano di Asiago aveva rischiato di lasciarci le penne. Settant'anni fa (e anche sessanta e cinquanta) la guerra per i ragazzini era ancora quella raccontata nei libri scuola, il capitolo tre della storia del Risorgimento, la liberazione, dall'odiato austriaco di Trento e Trieste. Sventolavano le bandiere a ogni commemorazione. Bandiere che erano certo più su: estive dei discorsi di Olmi senior che magari parlavano di sangue e di morte ma sempre con tanta reticenza (quale babbo che ha combattuto non sente il dovere di essere reticente?). Arrivato a un'età nonnesca (magari bisnonnesca) Olmi ha sentito il dovere di pagare il tributo alle sofferenze di papà e per farlo è uscito da quel ritiro spesso annunciato, puntualmente smentito nell'ultimo lustro. La Grande Guerra vista finalmente dal basso, dai soldati anonimi, sfiniti, sfiduciati, anche ammalati dopo due anni di combattimento. (...) Piacerà non solo ai fedelissimi di Olmi. O ai critici da sempre della favola della «terza guerra risorgimentale» ma anche a chi come noi aveva da tempo preso le distanze dal regista bergamasco. Dopo esser stato dieci lustri fa ammiratore sfegatato dei suoi primi film ('Il tempo s'è fermato', 'Il posto'). Ora a ottanta e passa anni, l'Ermanno sembra aver ritrovato la magia della giovinezza, la sua bravura forse unica nel raccontare i suoi reietti della vita che hanno presto imparato che la vita è solo lotta per la sopravvivenza, che «lassù sulle montagne» (come faceva un vecchio coro degli alpini) c'è un mondo dimenticato. Tante grazie a Olmi senior che col suo ricordo ha ridato al figliolo una freschezza un'ispirazione che sembrava aver dimenticato da decenni." (Giorgio Carbone, 'Libero', 6 novembre 2014)

"Struggente (e lento) diario di Ermanno Olmi dal fronte: una qualunque notte in trincea tra squarci di luna e di poesia. (...) In platea, chi già dorme ringrazia." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 6 novembre 2014)

"Un film succinto, ottanta minuti appena, ma dotato da Olmi di un'imponente portata umanistica. Soprattutto perché «Torneranno i prati» (...) vuole aggiungersi alla lista dei classici del cinema ambientati nella fanghiglia, il gelo e le solitudini dei campi di battaglia della Prima guerra mondiale: pur senza potere rivaleggiare con i capidopera del livello di «Orizzonti di gloria», «La grande illusione» o «Uomini contro», infatti, l'ottantatreenne e infermo regista racconta sulla falsariga del suo accanito spirito cattolico e antimilitarista la notte di un avamposto di soldati italiani interrato sulla linea del fuoco nel crudo e cruento inverno del '17. Il progetto è stato incentivato dal centenario dell'inizio del 'grande carnaio' e il sopraggiunto interesse per la trasposizione del racconto di Federico De Roberto «La paura», ma Olmi e il discepolo e collaboratore Zaccaro vogliono ovviamente denunciare l'universale follia della guerra e rappresentare sullo schermo le indelebili ferite inferte all'anima e la carne di un popolo dai conseguenti orrori. Sull'ordito della messinscena scandito da episodi di degrado, brutalità e paura, gli esili fili drammaturgici s'intrecciano sul piano della negazione dell'identità, la perversione dell'imposizione gerarchica e un desolato qui-e-ora che lavora per negare speranza e futuro ai combattenti in veste di morituri. Il climax narrativo arriva quasi a bloccarsi, a gemere, a tormentarsi sul leitmotiv intriso di pathos all'evidente scopo di sottolineare quanto più possibile una condizione umana che sembra perpetua, un'attesa spalmata di sordo terrore o lo stupefatto conforto procurato dalle apparizioni furtive degli animali nell'incontaminato scenario della natura; fino a quando il comando ordina d'aprire un nuovo avamposto verso la cima e i poveri fanti devono affrontare il tiro dei cecchini nemici reso implacabile dalla limpida luce lunare. I personaggi, sia pure circonfusi dalla magnifica fotografia denaturata di Fabio Olmi, non riescono, però, a fuoriuscire completamente dagli stereotipi bellici, forse anche a causa dello straniamento procurato dalle battute rivolte direttamente alla cinepresa (...) tanto da non consentire al film di premiare appieno le pure alte e nobili premesse. E' facile, dunque, che come epigrafe ritorni in mente il titolo di un altro storico hit del genere: «All'Ovest niente di nuovo»." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 13 novembre 2014)
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