Spider-Man: Homecoming

3,5/5
Spider-Man: Homecoming
Entusiasta della sua esperienza con gli Avengers, Peter torna a casa, dove vive con la zia May, sotto l'occhio vigile del suo nuovo mentore Tony Stark. Peter cerca di tornare alla sua routine quotidiana - distratto dal pensiero di dover dimostrare di valere di più dell'amichevole Spider-Man di quartiere - ma quando appare l'Avvoltoio, tutto ciò a cui Peter tiene maggiormente viene minacciato. E' arrivato il momento di dimostrare di essere un eroe.
  • Altri titoli:
    Untitled Spider-Man Reboot
  • Durata: 130'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, FANTASCIENZA, FANTASY
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA XT
  • Tratto da: personaggi creati da Stan Lee e Steve Ditko
  • Produzione: MARVEL STUDIOS, PASCAL PICTURES
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
  • Data uscita 6 Luglio 2017

TRAILER

Link recensione

RECENSIONE

È vero, come sottolinea non senza una punta di veleno Manohla Dargis sul NYT, che questa è “solo” la terza nuova saga di Spiderman (anzi come vogliono gli yankee: Spider-Man) su grande schermo in 15 anni, ma quello che non dice la caustica firma del più importante giornale al mondo (prima che arrivasse Trump almeno) è che in questi tre lustri c’è stato prima un grande buco nero della Storia e poi un vorticoso salto generazionale.
Una cosa è la versione Raimi dell’Uomo ragno di inizio millennio, con il fumo delle torri gemelle collassate che bruciava ancora occhi e naso, e le grandi responsabilità che seguitavano i grandi poteri, praticamente un assist per una politica estera americana poderosa e sfacciatamente naif, già mezza impantanata nella palude afghana; un’altra è questa rifondazione peterpanesca, segaiola e high school diretta da Jon Watts, successiva a quella di mezzo, incerta e del tutto anonima di Marc Webb con l’ibrido generazionale Garfield, velocemente liquidata.
I tempi sono cambiati, così il clima atmosferico e socio-politico, altra è la committenza per le grandi major, che sono cambiate anche loro perché per la prima volta Spidey torna nell’alveo della Marvel dopo accordo dissanguante con la Sony.

Il super mini eroe può così giocare con gli Avengers, in particolare con Tony Stark/Iron Man e il suo braccio destro Happy (spassosi sia Robert Downey Jr. che Jon Favreau), rispettivamente mentore e padrino del più giovane rampollo della famiglia dei Vendicatori (cui peraltro per ora non appartiene). Mutatis mutandis dunque, nella nuova tela del ragno finiscono cose che quindici anni fa non erano nemmeno pensabili, come l’ovvia considerazione che da un grande potere si possa ricavare in fondo anche un grande sollazzo.
Non che il mondo di oggi sia più presentabile rispetto a quello palesatosi all’alba del terzo millennio, ma di certo questo è un passaggio storico assai bizzarro, dominato da temibili eppure clownesche figure di potere (la nemesi dell’It kinghiano, senza contare che Jon Watts prima di Spidey aveva firmato la regia di un horror intitolato Clown) e da un generale scollamento tra il senso dell’accadere e il sentimento del vivere, quanto più tragico si palesa il primo tanto più velocemente se lo scrolla di dosso l’altro. La generazione nata dopo l’11 settembre è quella che non ha conosciuto lo shock delle Twin Towers in diretta. C’è poco da fare. Non possiede perciò contezza della catastrofe, letteralmente del katà-stréphein, del rivoltare.

Questa generazione, che è oggi quella che alimenta il mercato dei cine-comics un tempo adulti, non può essere rivoltata come la precedente, non conosce apicalità e caduta, ma orizzontalità, corsa in avanti, strappi e scossoni. Una certa spericolatezza del vivere senza vere ribellioni o conseguenze, modellata su una scala di intensità più che di valori assoluti. Ecco lo Spider-Man interpretato da orecchie a sventola Tom Holland, il supereroe adolescente che vorrebbe fare qualcosa non di grande ma da grandi, è un’ottima approssimazione del suo pubblico, un unicum tra i tanti, un ragazzo che dietro le spacconate da decerebrato medio rivendica il diritto ad essere un ragazzo, di godersela un po’, di divertirsi, di usare questo suo superpotere che tanto atterrisce i grandi – che poi è l’adolescenza stessa, no? – con leggerezza.

Questa nuova era foruncolosa della Marvel ci piace perché onestamente di eroi complessati, oscuri e ambigui non ne potevamo più, insomma per quello ci sono gli adulti veri. L’ Homecoming di Spiderman, questo ritorno a casa (con tanto di sigla storica nei titoli di testa), vuol dire soprattutto di una felice regressio a un mood più scanzonato, giocoso e infantile. A una trama da commedia sentimentale, a coreografie da parco giochi, a crucci che strappano un sorriso, a villain tutto sommato umani, come l’avvoltoio impersonato con grande ironia da Michael Keaton, che al cinema era stato già Birdman e già Batman.
Ed è proprio al Pipistrello di Burton di fine anni ’80, a quel fumettone anarchico e allegro da tempi sganasciati, che abbiamo pensato vedendo il nuovo vecchio Spider-Man. Non so voi, ma a noi già così sembra un gran bel complimento.

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURA ANCHE STAN LEE.

CRITICA

"(...) lo Spider-Man interpretato da Tom Holland è un adolescente che sembra confondere i super-poteri con l'ultimo tipo di gioco in commercio, si stupisce di quello che riesce a fare ma sottovaluta i suoi limiti, finendo spesso per uscire malconcio dalle sue raffazzonate imprese di salvatore improvvisato. Così, almeno, è per i primi 90 minuti (sui 133 totali), specie di campionario dell'improbabilità eroica, dove i capisaldi psicologici del fumetto inventato nel 1962 da Stan Lee (testi) e Steve Ditko (disegni) - «supereroe con superpoteri» e «grandi poteri, grandi responsabilità» - spariscono di fronte all'inesperienza, all'approssimazione e soprattutto al dilettantismo di questo impacciato adolescente, più timido e più imbranato di quel che si poteva immaginare. Il film diretto da Jon Watts cerca di dare una spiegazione razionale ai suoi limiti e ai suoi fallimenti (...) mentre il suo mentore Tony Stark, cioè Iron Man (...) gli rinfaccia spesso i suoi errori, ma più che un'invenzione narrativa, questa tendenza a combinare pasticci sembra un espediente per aumentare il tasso di divertimento, alla ricerca di un pubblico - delle medie? delle elementari? - che apprezzi più che i supereroi i super-pasticcioni. La svolta avviene a mezz'ora dalla fine, con un bel colpo di scena (...), riportando il film sui binari della «tradizione», con lo scontro finale nel cielo di New York tra un supereroe finalmente conscio dei propri mezzi e un cattivo (Michael Keaton) che sembra divertirsi a ironizzare sul ruolo che Iñárritu gli aveva fatto interpretare in Birdman. Ma sembra quasi un contentino per il pubblico più «adulto» venuto a cercare l'eroe amato in passato e forse nostalgico di quello che avevano interpretato prima Tobey Maguire (...) e poi Andrew Garfield (...). Certo, i cultori del personaggio e della serie a fumetti troveranno tanti fili che collegano questo film a quelli precedenti e alla saga Marvel. (...) Ma bastano questi rimandi filologici a restituire l'uomo ragno scoperto sui fumetti? Evidentemente non è questo quello che sembra interessare al nuovo corso Marvel/Disney: è più importante attirare un pubblico nuovo e pre-adolescenziale. E per farlo, l'ironia e la demenzialità servono più dei superpoteri." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 5 luglio 2017)

"Il nuovo Spider-Man non è troppo parente dei primi film della saga, con la regia di Sam Raimi e Tobey Maguire nel ruolo di Peter Parker. Qui interpretato da Tom Holland, in continuità con il film del 2016 'Captain America: A Civil War' dove il ragazzo entrava in contatto con gli Avengers e con Iron Man. E s'ispira piuttosto al modello di Marty McFly di 'Ritorno al futuro'. Infatti, resoconto dell'apprendistato di un non ancora pienamente cosciente supereroe, le temerarie ma ancora maldestre prodezze del quindicenne Peter/Uomo Ragno convivono con le dinamiche della tipica commedia adolescenziale e scolastica fiorita negli anni Ottanta. I cultori dell'universo Marvel troveranno forse obiezioni da avanzare. (...) Come Spider-Man viene presentato in panni comuni ancorché toccati dall'onere/onore della missione supereroica, così anche l'antagonista non è un cattivo a tutto tondo. (...) Impreziosiscono l'ibrido risultato Robert Downey jr come mentore di Peter e Michael Keaton cattivo ma non troppo." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 5 luglio 2017)

"Per un'ora e mezza 'Spider-Man: Homecoming' è un film per bambini, i quali apprezzeranno le 'fantozziane' disavventure di un apprendista supereroe che sembra uscito da un teen-movie di Disney Channel, ansioso e ancora incapace di muoversi con destrezza nella tuta supertecnologica disegnata dal suo mentore Stark (Robert Downey Jr.). Poi a partire da un bel colpo di scena che non riveleremo, il film comincia finalmente a crescere insieme al protagonista, che abbandona gli infantili tentativi di essere un eroe per concentrarsi sulla sua vera missione. L'intenzione sembrerebbe proprio quella di suggerire al giovane pubblico che quel ragazzino non è poi così speciale, ma proprio uguale ai suoi spettatori. Il finale è talmente aperto da interrompere a metà una frase pronunciata dalla zia May (Marisa Tomei). Rimanete fino alla fine dei titoli di coda, i film Marvel riservano sempre delle sorprese." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 5 luglio 2017)

"'Spider-Man: Homecoming' di Jon Watts è l'ennesima prova di come il cinecomic Marvel sia ormai diventato un articolato feuilleton dove un film è collegato all'altro in modo sempre più sofisticato (si apre con un videodiario geniale di Spider-Man durante la sua esperienza da non protagonista in 'Captain America: Civil War'). Ma il film non è solo splendido gioco per appassionati. E' anche commedia (esilarante l'amico corpulento liceale Ned), storia d'amore (Peter ha una bella cotta per la studentessa Liz) e addirittura dramma borghese sociale allorquando il 'cattivo' si scoprirà essere solamente un americano incavolato con conventicole di raccomandati, favoritismi dentro la società classista e globalizzazione, il quale l'anno scorso avrebbe votato sicuramente Donald Trump alle elezioni. Quindi il sesto film con il terzo Spider-Man degli ultimi vent'anni riesce ad essere contemporaneamente scatenato per il pubblico più giovane (Holland trasmette benissimo questa effervescenza) e incredibilmente maturo per chi cerca da questo tipo di kolossal una visione del mondo non manichea. L'inserimento nel cast di un veterano dell'inquietudine come Michael Keaton (...), aiuta la pellicola a raggiungere tensioni più adulte." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 5 luglio 2017)

"Il tutto potrebbe far scivolare la storia su toni dark, ma il copione firmato a troppe mani punta deciso sul registro del tipico film per ragazzi, con un Peter che sembra più un fan sfegatato degli Avengers che un supereroe lui stesso; e il regista Jon Watts accentua questa chiave di spensieratezza, a scapito della dinamica interna di un carattere in via di maturare e comprendere che il possesso del potere comporta un'assunzione di responsabilità. Tuttavia la simpatia, la freschezza e l'impeto di questo Spider-Man davvero teenager, gli spiritosi cammei di Robert Downey Jr. e Chris Evans, le rocambolesche scene d'azione non mancheranno di assicurare buon successo alla pellicola (...)." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 6 luglio 2017)

"l'Uomo Ragno, ben interpretato dal 21enne Tom Holland, torna alle origini, ovvero al rispetto filologico del fumetto di Stan Lee, s'intende, riveduto e corretto per il palato dei MiIlennials. Con qualche eco burtoniano, quello di Batman '89 e '92. Problema, questa svolta arriva fuori tempo massimo, almeno, per chi non è nato nel Terzo Millennio e s'è già visto la trilogia di Sam Raimi (2002, 2004 e 2007) e il poco Amazing duplex di Marc Webb (2012, 2014): il rischio della (ri)partenza falsa, insomma, era sensibile, ma nei fatti viene parzialmente scongiurato. Questo secondo reboot, diretto da Jon Watts, apparecchia la reunion di Spidey con gli Avengers e si dibatte tra banchi di scuola e lotta contro il crimine: riuscirà il nostro eroe in calzamaglia teen a trovare la quadra? Il cattivo, si fa per dire, è un Michael Keaton in formato Birdman (...), che delude abbastanza; Robert Downey Jr. fa il figo da copione, alias Tony Stark; zia May è una rinsecchita Marisa Tomei; spazio c'è anche per Jon Favreau e, cammeo, per Gwyneth Paltrow. Budget stimato in 175 milioni di dollari, Homecoming si fa apprezzare per le dinamiche scolastiche, decisamente meno nelle sequenze action, nei combattimenti, che lamentano una spettacolarità e una resa tecnica inferiore rispetto allo standard Marvel. Sintomo scoperto che il focus è altrove, appunto, nell'abbecedario di formazione di Peter, lungo la dorsale studio-amicizia-amore: qui c'è ironia, leggerezza e riflessione, sebbene la durata di oltre due ore infici assai." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 6 luglio 2017)

"Piacerà sicuramente ai fan della serie e certissimamente a quelli del fumetto partito 55 anni or sono. Perché il Peter Parker odierno assomiglia al fumettato del 1962 più delle versioni cinematografiche con Tobey McGuire e Andrew Garfield (due giovanotti svegli e privi di inibizioni). Il Peter di Tom Holland è invece complessato e con problemi d'identità come quello cartaceo. E difatti la prima parte è dedicata alla sua vita da liceale imbranato (...). Per fortuna dello spettatore (e non solo dei fumettari duri e puri) questo «attacco» (decisamente ben scritto e organizzato) risulta francamente divertente (...). Poi si passa al sodo, alla lotta senza quartiere tra lo Spider e l'Avvoltoio. Dove il quasi sconosciuto regista Jon Watts si mostra all'altezza dei suoi predecessori (...)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 6 luglio 2017)

"Operazione rischiosa, essendo già il secondo riavvio delle avventure di Spider-Man. Con un simile sovraffollamento di titoli, il povero spettatore medio, quello a cui piace il personaggio dell'Uomo Ragno, ma non conosce nel dettaglio tutta la sua storia a fumetti, rischia di perdersi. Quale tenere buona? E' finzione e, quindi, tutto quanto fa spettacolo. E, in questo senso, questa versione adolescenziale del supereroe ai tempi del liceo (nel film, Parker ha 15 anni, anche se chi l'interpreta, Tom Holland, molto bravo, ne ha, in realtà, 21) conquista il pubblico di riferimento (i teenagers) a suon di «fico» e «zio», balli scolastici e amici sovrappeso, ma anche gli adulti al seguito che si divertiranno nel vedere Spider-Man distruggere giardini, combinare disastri e spaventare involontariamente bambine mentre è all'inseguimento del cattivo di turno. Insomma, tanta ironia dissacrante (in alcuni momenti, ricorda Deadpool) che rilancia il fascino di un eroe amato in maniera trasversale, da bimbi e grandi. (...) Insomma, operazione estiva riuscita e il sequel, inevitabile, sarà atteso non solo dai fan sfegatati dell'Uomo Ragno." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 6 luglio 2017)
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