Noi due sconosciuti

Things We Lost in the Fire

GRAN BRETAGNA, USA - 2007
Noi due sconosciuti
Audrey Burke ha perso tragicamente suo marito e, rimasta sola con due bambini, non riesce a superare il dolore. Jerry Sunborne è stato da sempre il migliore amico di suo marito, anche se l'uso di eroina lo ha portato a distruggere tutto ciò che aveva di più caro. Audrey e Jerry uniranno le loro forze per tentare di ritrovare un briciolo di quella felicità a cui entrambi sembravano aver rinunciato...
  • Altri titoli:
    Oltre il fuoco
  • Durata: 118'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANAVISION, DIGITAL INTERMEDIATE, SUPER 35, 35 MM (1:2.35)
  • Produzione: DREAMWORKS SKG, NEAL STREET PRODUCTIONS, SCAMP FILM AND THEATRE LTD.
  • Distribuzione: TEODORA FILM
  • Data uscita 12 Giugno 2008

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

“Accetta quello che c’è di buono”. Questa la frase che Brian (Duchovny) era solito ripetere alla moglie (Berry) per provare a sollevarla nei momenti di sconforto. Ora che lui non c’è più, ucciso da uno sconosciuto per strada, Audrey è costretta a tirare su i due piccoli figli da sola. A meno che, superando l’atavico odio che nutre per Jerry (Del Toro) – amico d’infanzia del marito, eroinomane che disperatamente cerca un varco per il recupero, mai abbandonato da Brian – non decida di farsi dare una mano proprio da lui. Gli offre ospitalità nel garage sgombrato di tutto a causa di un incendio e lui, con naturalezza, diventa una sorta di sostituto-padre e amico per i due bambini. Ma è un equilibrio destinato a durare poco. Accettando quello che c’è di buono, Things We Lost in the Fire (in Italia con il fuorviante titolo Noi due sconosciuti) dovrebbe essere ricordato per l’ennesima, indelebile performance di un Benicio Del Toro esageratamente bravo, ai limiti del fastidioso, in una delle rappresentazioni fisicamente più sconvolgenti degli ultimi tempi: la “scimmia” che ne condiziona espressioni, tremori e astinenze è forse l’aspetto più riuscito di un film – esordio hollywoodiano (prodotto da Sam Mendes) dell’apprezzata regista danese Susanne Bier, in corsa alla passata edizione degli Oscar con Dopo il matrimonio – che paga terribilmente l’ormai abusato “metodo Arriaga” nei primi quaranta minuti della sceneggiatura firmata Allan Loeb e una prevedibilità negli sviluppi (fortunatamente non amorosi) tale da non giustificare le due ore di racconto. Halle Berry è chiamata al ruolo più difficile, madre-moglie disperata in bilico perenne sul filo dell’esagerazione, Duchovny un’ombra che rivive grazie ai flashback e al ricordo delle persone che, ricambiato, amava.
Macchina a mano, esasperazione nei dettagli (gli occhi, le mani, l’anello nuziale), montaggio della “solita” Pernille Bech Christensen, più le musiche di Santaolalla, per una confezione che non stravolge l’estetica abituale della Bier ma che, evidentemente, soffre in sottopelle il peso della grande produzione alle spalle.

NOTE

- PRESENTATO ALLA II^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' (2007) NELLA SEZIONE 'PREMIÈRE'.

CRITICA

"Commuove Susanne Bier, regista di punta della nouvelle vague danese, al primo film hollywoodiano. 'Oltre il fuoco' prosegue la sua ricerca quasi ossessiva su triangoli provocati da eventi traumatici ed emozioni forti. (...) Bella regia, musiche di Zappa, una storia dolce e dura sulla vita dopo la morte di chi si ama. Per imparare ad 'accettare ciò che c'è di buono' e tornare ad essere felici. O almeno sereni." (Boris Sollazzo,
'Liberazione', 27 ottobre 2007)

"Dalla regista di 'Dopo il matrimonio'. Ma è difficile crederlo. La trama è stiracchiata, gli attori scelti a caso. Provate a immaginare Halle Berry sposata con David Duchovny di 'X files' e capirete la gravità della situazione. Benicio Del Toro è l'amico eroinomane che entra in scena dopo un terribile lutto. Lei ne era gelosa, ora non vorrebbe esserlo più. Primi piani strettissimi, intervallati da segnali inutili e leziosi: l'occhio, l'orecchio o la scodella dei cereali. Disintossicazione modello 'Uomo dal braccio d'oro: giaciglio, sudore, smanie." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 27 ottobre 2007)

"Non pensate male. Anche se sono due pesi massimi del fascino, Del Toro e Halle Berry non si consoleranno a letto. Anzi, proprio come nelle coppie, più cresce (lentamente) quella strana intimità, più i due si fanno la guerra (lei soprattutto: solo una regista poteva raccontarlo con tanta efficacia). Mentre i figli, arbitri imparziali, registrano fedelmente i progressi del nuovo venuto. E le sedute alla Anonima Tossicomani danno respiro al film. Troppo sbilanciato sul fronte Del Toro, però, per convincere fino in fondo. Presto è solo il suo dolore a interessarci, non quello della Berry (anche perché il povero Duchovny è un attore inesistente...).
'Non desiderare la donna d'altri' e 'Dopo il matrimonio' erano perfetti mélo. Il primo film Usa di Susanne Bier fatica un po' a conciliare il sociale e l'individuale. Attraversare l'Oceano ha un prezzo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 giugno 2008)

"Fanno venire l'orticaria i film con la lacrimazione obbligatoria. Dove i personaggi sono perseguitati dalla jella più nera e si lamentano o piangono, vagando con una piva lunga così sullo schermo. Per il suo esordio americano ha seguito alla lettera l'antica ricetta anche la regista danese Susanne Bier: infatti 'Noi due sconosciuti' ci dà dentro con la sfiga. (...) La storia, a dire il vero, non è peggio di altre, ma infastidisce l'esagerata voglia di tenerezza con insistiti primi piani sugli occhi umidi dei protagonisti. Una distanza talmente ravvicinata da evidenziare la folta peluria sulle gote dell'invecchiata primadonna. Ah, non manca lo spazio per la comicità involontaria. Come quando Halle Berry accoglie nel lettone Benicio Del Toro. Ma è solo per farsi tirare il lobo di un orecchio." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 13 giugno 2008)

"Non è un remake, ma laggiù nel ' 60 i due sconosciuti erano Douglas e Kim Novak; qui nel primo film hollywoodiano della danese Susanne Bier, che usa il dècor spoglio e i primi piani del Dogma (ma non li faceva già il grande Bergman?), vanno incontro ai loro destini sentimentali Halle Berry e il neo premiato a Cannes Benicio del Toro. (...) La Bier è una specialista nei melò frenati, autrice di 'Dopo il matrimonio' e 'Non desiderare la donna d'altri'. Azzarda qui la mossa dell'interscambiabilità dei ruoli familiari, tenendo a bada la retorica attenta a non far festa banale. Scritturata dalla Dreamworks la regista si butta in un disegno tipo american beauty ma senza cercare con malizia il sesso contorto, esaminando l'angoscia che sta dentro una situazione di stallo borghese, un qualcosa che dal pubblico lentamente striscia nella privacy e ne mina la stabilità. La Berry è brava, mentre Del Toro fa proprio il tipo che piace anche quando si presenta al centro di disintossicazione." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 13 giugno 2008)

"C'è un cinema dolente del sentimento e dello strazio di cui Susanne Bier con 'Noi due sconosciuti' ne è ufficiale ed insostituibile portabandiera. (...) Bier è una realizzatrice cocciuta, pervicace nel raccontare sempre e comunque lo stesso snodo sentimentale dell'anima. In questo caso, dopo le pellicole made in Danimarca
'Non desiderare la donna d'altri' e 'Dopo il matrimonio', si affida totalmente a Berry e soprattutto a Del Toro per far filtrare lo slittamento della percezione dell'esistente e le nuance rosa e nero dei corrispettivi generi sfiorati. 'Noi due sconosciuti' è un risicato manualino di espedienti di messa in scena che dovrebbero creare uno stile: un filo di Dogma, di cui Bier è stata affiliata per un anno, nel finto tremolio di una stabilissima macchina a mano; un simbolismo didascalico da palati fini hollywoodiani; improvvisi e disarticolati particolari di occhi, labbra, mani; l'immersione davvero aristocratica nel dramma (e nel ghetto!) della droga e dei drogati. Anche se alla fine è il delirio performativo di Benicio Del Toro a portare il film nella parte alta del cartellone: occhi strabuzzati, biascicare linguistico, portamento dinoccolato e fiero. Un mostro di bravura, roccia, picco insuperabile su cui Bier si arrocca per quasi due ore e da cui non si vorrebbe mai gettare." (Davide Turrini, 'Liberazione', 13 giugno 2008)
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