Midnight in Paris

SPAGNA, USA - 2011
4/5
Midnight in Paris
Gil, affermato autore di Hollywood alle prese con il suo primo romanzo, è in vacanza a Parigi con la fidanzata Inez e con i genitori di lei, John e Helen, arrivati nella Ville Lumière per affari. Il soggiorno parigino di Gil potrebbe trasformarsi in un incubo dopo l'incontro con Paul e Carol, una coppia di amici di Inez, ma un fantastico evento giunge in suo soccorso: una notte, infatti, sale a bordo di una misteriosa auto d'epoca che trasporta niente meno che Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda. Grazie a loro, Gil entrerà in contatto con l'affascinate universo artistico della Parigi anni Venti e soprattutto con Adriana, bellissima aspirante stilista che è stata l'amante e la musa ispiratrice di artisti come Modigliani e Picasso e scrittori come Ernest Hemingway. Grazie ai 'nuovi amici', Gil cambierà radicalmente la sua visione della vita...
  • Altri titoli:
    Minuit à Paris
  • Durata: 94'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: ARRICAM LT/ARRICAM ST, DIGITAL/SUPER 35 (3-PERF) STAMPATO A 35 MM/D-CINEMA (1:1.85)
  • Produzione: MEDIAPRO, VERSÁTIL CINEMA, GRAVIER PRODUCTIONS, PONTCHARTRAIN
  • Distribuzione: MEDUSA - DVD E BLU-RAY: MEDUSA FILM HE (2012); DVD: WARNER HOME VIDEO (2014)
  • Data uscita 2 Dicembre 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Woody Allen giura che il suo modo di lavorare è lo stesso anche quando cambia paese. Sarà. Eppure il risultato ne risente, come se il suo cinema sempre uguale – per traiettorie, strutture, personaggi – finisse per rivelare ogni volta un sapore nuovo, genuino, profondamente connesso all’ambiente in cui opera. Così la Ville-lumière ha fatto indubbiamente bene a Midnight in Paris, anche se è un film che ha già girato, una volta, altrove. Da Io ed Annie alla Rosa purpurea del Cairo, da Manhattan a Pallottole su Broadway.
Ma girare lo stesso film, altrove, fa una gran differenza: i lavori europei di Woody – e questo più di ogni altro – dimostrano l’insolita capacità camaleontica del regista, che non cambia mai pur senza ripetersi. Come una spugna Allen assorbe ogni volta gli elementi di novità offerti dal milieu.
Qui Parigi è la quinta e la scena di una commedia che ruota attorno alle idiosincrasie di uno sceneggiatore hollywoodiano con velleità da scrittore. Tipico alter ego di Allen, Gil (Owen Wilson, bravo come sempre, ma il complimento va condiviso con l’intero cast) deve dividersi tra la passione per l’arte – di cui crede di sapere tutto ciò che è precluso agli altri – e l’amore per la futura sposa Inez (Rachel McAdams), più concreta e poco disposta ad assecondare la vena “Rive Gauche” del compagno. In vacanza a Parigi, sono entrambi attratti da quello che non possiedono e che presto finirà per dividerli: lei da un professore fascinoso ma pedante (Michael Sheen rispecchia un altro carattere tipico della commedia alla Allen, quella del professionista della cultura tanto tronfio quanto arido, come lo era già il critico cinematografico che sproloquia di Fellini in Io ed Annie); lui da un’epoca e da un luogo in cui può sentirsi finalmente a suo agio – gli anni ’20 e la Parigi del Charleston, di Cole Porter e Scott Fitzgerald, in cui magicamente ripiomba ogni notte.
In uno traslazione tipica dei lavori di Allen, le dimensioni del sogno e della vita finiscono per confodersi, ma non confondono lo spettatore, tale è la capacità del regista di traghettarci senza smarrirci dall’una all’altra sponda del cinema. Con estrema naturalezza, come uno Zelig, il suo film cambia veste di continuo senza perdere la fisionomia leggera e trasognata. Nostalgica soprattutto, di quella nostalgia intesa come fuga dalla capacità di accettare il proprio tempo. Non c’è rimedio ma i tanti palliativi dell’arte e le sorprese del Caso, che gioca come sempre un ruolo fondamentale nel racconto.
Il caso e la magia sono le armi di un cinema assai maturato, capace di disinnescare la tragedia della vita con mezzi diversi da quelli della solita ironia apocalittica. La sceneggiatura gioca sui paradossi, ma – tra una Carla Bruni che fa la guida turistica (proprio lei, l’italiana di Francia) e un Bunuel a cui viene suggerita la trama de L’angelo sterminatore e ci resta come un allocco – non perde di credibilità. E la serietà senza gravità di Allen sposa alla perfezione la francese reverie, il sogno a occhi aperti. Per non dire di come riesce con poche battute e ancor meno accorgimenti a restituirci un’epoca – gli anni ’20 prima, la belle epoque poi – e uno spazio – la Ville-lumière – come fossero da sempre coordinate interne al suo cinema, e non corpi estranei da integrare.
L’aspetto veramente nuovo della sua senile maestria – per un verso ancora contrariata, ombelicale, superba e verbalmente incontinente: a farla breve costruita intorno a se stessa – è propria questa straordinaria ritmica interna al suo cinema capace di adattarsi con estrema facilità a spazi e tempi che non sono i suoi, arricchendosi, colorandosi, mutandosi. C’è persino una morale in tutto questo: la perfezione non è di questo mondo, ma sapersi adattare agli imprevisti dei giorni può riservare belle sorprese. E magari farci scoprire, in maniera paradossale e inconsapevole, che quell’età dell’oro che avevamo sempre cercato chissà dove, era lì ad un palmo di naso. Il cinema di Woody ha di sicuro trovato la sua.

NOTE

- RIPRESE EFFETTUATE A PARIGI.

- FILM D'APERTURA AL 64MO FESTIVAL DI CANNES (2011).

- GOLDEN GLOBE 2012 PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM (COMMEDIA/MUSICAL), REGIA E ATTORE PROTAGONISTA (OWEN WILSON).

- OSCAR 2012 PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, REGIA E SCENOGRAFIA.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2012 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.

CRITICA

"Un Allen d'annata dà vita nella sua seconda patria cittadina alla più esilarante commedia degli ultimi anni. Per ridere tanto bisogna tornare nei tempi recenti almeno a 'Scoop', ma forse addirittura a 'Pallottole su Broadway' o agli esordi di comicità pura alla 'Prendi i soldi e scappa' e alla sceneggiatura di 'Ciao Pussycat', il film durante il quale Woody si è innamorato di Parigi. 'Midnight in Paris' gioca a scacchi con l'intelligenza e lo humour dello spettatore, spiazzandolo con un crescendo di mosse geniali e inattese, situazioni irresistibili e improvvisi cambi di prospettiva. Naturalmente si tratta di un gioco. Ma nulla, si sa, è più serio, complicato e difficile di un gioco. Il plot è meno di un pretesto, com'è negli ultimi Allen. E' appena un luogo comune, il rimpianto per un passato idealizzato. Ma allargato a dismisura, fino a diventare un paradosso surreale. (...) Lo humour e l'eros sono le forze trainanti di un divertimento assoluto. Tutto talmente scintillante da far quasi dimenticare la discreta presenza di Carla Bruni nella parte di una guida, che per mesi è stato il solo motivo di discussione e gossip intorno al film. Con tutto l'amore anche per le opere più cupe e pessimistiche degli ultimi anni, bisogna ammettere che si sentiva la mancanza dell'Allen più lieve e sfrenato." (Curzio Maltese, 'La Repubblica', 12 maggio 2011)

"I miracoli esistono ancora, anche se bisogna aspettare che il campanile suoni mezzanotte. Ce lo ricorda Woody Allen con 'Midnight in Paris' (appunto, 'Mezzanotte a Parigi'), che ha aperto in allegria questo 64 festival di Cannes. (...) L'abilità di Woody Allen come sceneggiatore assicura una serie di battute e gag a raffica, dalle 'lezioni' di vita e letteratura fatte da Hemingway allo scambio di idee tra Gertrud Stein e Picasso che discutono di un quadro ultra-astratto come se si trovassero davanti a un ritratto ultra-realista, dalle teorizzazioni di Dalí (Adrien Brody) allo stupore di Buñuel (Adrien de Van) di fronte al soggetto dell'Angelo sterminatore che Gil gli propone 'a futura memoria'. Ma il vero piacere del film è soprattutto in questa libertà assoluta che offre a Woody Allen la possibilità di 'giocare' con una serie di mostri sacri della cultura novecentesca (...) senza preoccuparsi di sembrare irriverente o pedante." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 12 maggio 2011)

"'Midnight in Paris' è un delizioso gioco della fantasia, una rêverie raccontata con indicibile grazia. Realizza un sogno che tutti coltiviamo di tanto in tanto: vi siete mai chiesti, anche a mo' di gioco di società, in quale epoca vorreste vivere? (...) Gli anni 20 a Parigi saranno anche stati straordinari, ma non c'era l'aria condizionata e se andavi dal dentista non ti facevano l'anestesia! (...) Kathy Bates è il solito genio, Michael Sheen e Rachel McAdams sono bravissimi, Marion Cotillard fa venir voglia di andarci davvero, negli anni '20. Ma il migliore in campo è Adrien Brody, che disegna un Salvador Dalì semplicemente gigantesco. Uscirete dal cinema declamando la parola 'rinoceronti!'. Non chiedeteci perché, lo capirete da soli." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 12 maggio 2011)

"II vecchio Woody colpisce ancora. Sulla Croisette, in apertura del 64esimo Festival di Cannes, Allen ci regala un film romantico, divertente, che guarda con ironica lucidità al presente. Forse al futuro, a dispetto dell'età del suo autore. E chi si aspettava dal regista newyorkese una delle sue ultime, non certo entusiasmanti 'commedie turistiche' sulla scia di 'Vicky Cristina Barcelona', ha dovuto ricredersi perché 'Midnight in Paris', ambientato questa volta nella capitale francese (in Italia lo distribuirà Medusa tra novembre e dicembre), parte da uno spunto non originalissimo (...) per poi 'svoltare' con una sorta di imprevisto viaggio nel tempo." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 12 maggio 2011)

"C'è sempre un'età d'oro della vita e nessuno o quasi è mai contento di quella che ha avuto in sorte. E troverai sempre qualcuno pronto a dirti che anche tu eri meglio prima che non adesso, sei invecchiato male, ti sei inaridito e vuoi mettere con quello che hai già fatto?... Intorno a questa insoddisfazione, così umana e insieme troppo umana, comica se non fosse tragica, Woody Allen ha costruito 'Midnight in Paris' che, fuori concorso, ha inaugurato ieri la 64 edizione del Festival di Cannes. (...) Non è la prima volta che Allen mischia vivi e morti, con i secondi a dare consigli e indicazioni: da 'Provaci ancora Sam' a 'Annie Hall' c'è sempre un amato fantasma che arriva a rimetterci in carreggiata. Qui c'è anche il gioco opposto. (...) Al cliché della Parigi da cartolina turistica, Allen oppone un'altra Parigi da amanti della letteratura, altrettanto stereotipata e quindi sublimamente ridicola. I personaggi del passato ritratti soltanto attraverso le loro frasi più famose, strappano una risata: Hemingway che parla solo di coraggio di fronte alla morte e di onestà di fronte alla scrittura, Picasso con la sua ossessione delle donne, Man Ray con la sua ossessione per il surrealismo..." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 12 maggio 2011)

"Dopo Scott Fitzgerald, Gertrud Stein, Cole Porter, che cosa succede se oggi un artista americano cerca eccitante ispirazione e antidoto al malessere massmediale nella cultura europea parigina? La macchina del tempo è una limousine anni 20 con chauffeur. Nella luce morbida e antica di Parigi 2010 (l'ocra e il rosso caldo di Darius Khondjie), passa a mezzanotte in una stradina di Montmartre e carica, verso un viaggio insieme ironico e mitico, uno sceneggiatore hollywoodiano (Owen Wilson) che spera di diventare un grande scrittore, e invece sta perdendo tempo con una molto sexy futura sposa dell'alta borghesia californiana (Rachel McAdams). (...) È anche un film sull'emozione sociale del tempo, destinato a escludere una parte di pubblico che non sa di cosa si sta parlando. Il punto è questo. Con quale coscienza culturale e artistica, diciamo umanistica, oggi viviamo il trapasso nel futuro? Uno dei film più esclusivi di Allen, si rivolge con lievità ai felici pochi che riconoscono il tempo in ogni istante della vita, nei quadri che amano, nella musica che ascoltano. Nelle parole dei libri che leggono." (Silvio Danese, 'Giorno-Carlino-Nazione', 12 maggio 2011)

"È una Parigi da sogno, che raccoglie tutti i cliché romantici della più romantica delle città: le scalinate a Montmartre, i bouquinistes sulla Senna, i mercatini, la gente seduta nei caffè. Ovvio che in questa Parigi - un po' alla Amélie - possano accadere strane cose." (Luca Vinci, 'Libero', 12 maggio 2011)

"Un sogno, una fantasticheria, un viaggio tra i fantasmi del Novecento, una visita tutta da ridere (ma non senza emozione) a quegli 'antenati' con cui non smettiamo di fare i conti. Perché come dice il protagonista con Faulkner, «il passato non è affatto morto, anzi non è nemmeno passato». (...) Ci voleva Woody Allen per fare dell'intramontabile viaggio nel tempo una metafora che mette in caricatura uno degli snodi decisivi della cultura di massa. Stretta fra la necessità di conoscere, frequentare, conservare il passato, e quella di liberarsi dall'eccesso di memoria e dai miti più imbalsamati. Se possibile, qui sta il punto, non prima di averli metabolizzati a dovere. Naturalmente Woody Allen ha affrontato molte altre volte queste figure riverite e ingombranti. In uno dei memorabili pastiches letterari pubblicati in gioventù, 'Memorie degli anni Venti', faceva già il verso alle colte ovvietà di Gertrude Stein, alla passione di Hemingway per la boxe (...), o alla pittura cubista. (...) Forse dietro il rimpianto per l'inconoscibile c'è la paura di vivere il presente. Ma pure questo in fondo è un cliché, che Allen usa e smonta al tempo stesso. Anche perché come ben sapeva un certo Marcel Proust, dopo una certa età il rapporto con ciò che è stato prima di noi, e non abbiamo mai conosciuto, diventa la chiave del rapporto con ciò che siamo stati, e non siamo più. Ma questo Allen lo suggerisce appena, senza mai smettere i panni del commediante. Con tutta la sorridente profondità dei suoi film migliori." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 2 dicembre 2011)

"Incantevole. Non c'è altro aggettivo valido per suggerire questo 42mo film di Woody Allen, nella cinquina dei suoi capolavori, in cui il suo nuovo alter ego Owen Wilson, un Redford che ha preso un pugno sul naso, diventa, dopo un prologo di cartoline da Ville Lumière, l'altro americano a Parigi. Non tanto diverso da quello, singing and dancin' di Minnelli, che ricreava la pittura impressionista. (...) L'assedio della mediocrità del presente spinge Allen, attraverso uno dei tanti viaggi nel tempo del cinema, ad adorare nell'altare di ieri stereotipi di uomini di cultura senza più bisogno di attraversare lo schermo come nella 'Rosa purpurea del Cairo'. E si ride, ci si diverte con intelligenza, come poche altre volte, pur con un sottofondo malinconico per cui tutti attendiamo che arrivi l'ora dei vampiri, anche se nella Parigi di oggi ci sono la deliziosa Léa Seydoux e Carla Bruni in Sarkozy che fa la guida del museo Rodin. Nelle identificazioni mitiche, altro che motion capture, si distinguono Kathy (Gertrude) Bates, Marion Cotillard, Adrien Brody Dalí mentre il presente è nella banalità di Rachel McAdams e nel pedante e bravo Michael Sheen, cast perfetto al servizio di un magico ritorno al futuro. Ancora una volta, non ci resta che piangere, come dicevano Troisi e Benigni, anche dal ridere." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 2 dicembre 2011)

"Dedicato a tutti quelli che sostengono il famoso «si stava meglio quando si stava peggio», che hanno la testa sempre rivolta al passato, che rimpiangono i sapori di una volta perché «oggi fa tutto schifo». WoodyAllen, con questo raffinato viaggio nel tempo, ci dice che è tutto inutile; ovunque ci si trovi e in qualunque momento della storia, saremo sempre circondati da coloro che sentono il bisogno, inutile, di cercare altrove (luogo o tempo) una felicità effimera. Salvo poi rendersi conto che, calibrando al meglio il presente, anche oggi non si sta poi così male. (...) Una bella lezione che Allen serve con grande maestria, la solita dose di intelligenza culturale e con un atto d'amore alla capitale francese." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 2 dicembre 2011)

"Tour del regista newyorkese attraverso la mitologia di un 'americano a Parigi', l'amore dei grandi narratori d'oltre Atlantico, i bohémien che hanno fatto Hollywood, 'Midnight in Paris', è stato il film d'apertura di Cannes 2011. (...) Beatitudine da cinéphile, vortice della bellezza sedimentata nella memoria che Woody resuscita per noi nella sua ricognizione oltraggiosa degli anni Venti. (...) Su e giù nel tempo, Woody delizia i fans di 'Al di qua dal paradiso' con un vestitino di perfidie confezionato per Ernst Hemingway, il macho cacciatore, arrogante e presuntuoso. Esilarante Ernst tra tigri impagliate e roboanti ricette di seduzione, così insopportabile da mettere in fuga, dopo una breve parentesi africana, la carismatica Musa che gli preferirà la Belle Epoque del poco atletico Toulouse Lautrec. Un passaggio dallo schermo alla platea di 'La rosa purpurea del Cairo' si apre di nuovo in questa mezzanotte parigina e sforna le sue divinità in carne e ossa, amici da bar, compagni di avventure. I fantasmi si dissolvono in una bella giornata di pioggia sulla Ville Lumière, e Woody dirige da maestro la sinfonia spettrale nella sua più libera partitura dedicata alle città europee, Londra, Barcellona, Parigi. Incassi record per il piccolo clarinettista nel vecchio continente, la fermata successiva è stata Roma, dove ha girato 'Bop Decameron', incursione ancor più temibile tra le pagine di Boccaccio, dietro la storia di quattro turisti e un cast sterminato: Roberto Benigni, Alec Baldwin, Pénelope Cruz, Riccardo Scamarcio, Ornella Muti... e Woody Allen. Come Gil frugheranno sotto le pietre del tempo per trovare la loro age d'or?" (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 2 dicembre 2011)

"Risale al 1966 il racconto di Woody Allen 'Memorie degli Anni Venti' pubblicato in 'Saperla lunga' (Bompiani), parodia della Parigi della 'Lost Generation' dove lo scrittore, immaginandosi infilato in quel giro cosmopolita, finiva invariabilmente con il beccarsi un pugno sul naso dal macho Hemingway. Ora sul lontano spunto Allen ha costruito una commedia, 'Midnight in Paris', che oltre a essere divertente, e parecchio, è anche un'incantata riflessione sulla nostalgia come categoria dello spirito. (...) Niente più nostalgia dunque? Non esageriamo: Allen è colui che in 'Manhattan' elencava fra le cose per cui vale la pena di vivere 'L'educazione sentimentale' di Flaubert e la 'Jupiter' di Mozart. Nel finale Gil rientra nella sua vita: però che male c'è se la vorrebbe tenera e sentimentale come una canzone di Cole Porter? Chissà, magari una notte gli capita di incrociare su un ponte (bagnato di calda luce dal direttore di fotografia Darius Khondji) una graziosa francesina che come lui ama quelle indimenticabili melodie e adora camminare per Parigi sotto la pioggia... Ah quant'è bravo Allen a farci ridere e a farci sognare!" ('La Stampa', 2 dicembre 2011)

"Cosa succede a mezzanotte a Parigi? (...) Fuochi d'artificio a bizzeffe, girandole continue di colori e di sapori (ce ne sarà anche per la Belle Époque, con Gauguin e Lautrec), un seguito inarrestabile di giochi cui l'intelligenza non fa mai difetto, predominando persino nei risvolti di sfondo. Un Woody Allen al suo meglio, perciò, sostenuto da uno stuolo di interpreti docili di fronte a tutte le sue più sottili indicazioni. Il protagonista è Owen Wilson, spesso un po' perso fra due epoche tanto diverse, ma sono da citare, pur in parti secondarie, addirittura Kathy Bates come Gertrude Stein e Adrien Brody come Salvador Dalì. Nelle vesti di una guida in un museo c'è anche Carla Bruni. La Première Dame, però, si limita ad una apparizione di pochi minuti. Peccato! La si sarebbe vista volentieri anche di più." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 2 dicembre 2011)

"'Midnight in Paris', ovvero il migliore Woody Allen ultimo scorso: un gioiellino leggiadro, cullato dalle melodie di Cole Porter (per la prima volta, in carne e ossa...) e impreziosito da un cast da applauso. Wilson è il miglior Woody in un film senza Woody, mentre Allen medita - come Kaurismäki, Guédiguian e tanti altri - sulla nostalgia per la perduta età dell'oro: vale per il nostro mondo e vale per il suo cinema, ma al pessimismo del rimpianto sa opporre l'ottimismo della volontà. La volontà di innamorarsi qui e ora, e con un film così davvero non è difficile. Vedere per credere." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 1 dicembre 2011)
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