Mi manda Picone

Mi manda Picone
Nella sala del consiglio comunale di Napoli, un operaio in tuta dell'Italsider, dichiarandosi minacciato di licenziamento, si dà fuoco. Un'ambulanza se lo porta via, ma nessun ospedale, né clinica né obitorio riceve il cadavere. La moglie dello scomparso, Luciella Picone si affida ad un piccolo debitore del defunto, che "tiene un posto" appunto all'obitorio, il buon Salvatore, uomo dei piccoli espedienti e genio della sopravvivenza. Ma il cadavere non c'è; né altro che sia adeguato, per ustioni e credibilità, Salvatore riesce a trovare. Egli comincia anzi a dubitare che Picone sia addirittura esistito quando la direzione del personale dell'Italsider gli comunica che nessuna liquidazione può spettare a Luciella per un dipendente che non risulta sul libro paga. Picone un metalmeccanico di Bagnoli? e perché no una onesta "tuta di copertura" per un attivo boss della camorra, certo di mezza tacca, implicato nei mille rivoli malavitosi e fatto destramente sparire, dopo la sceneggiata al Maschio Angioino? Salvatore prende una grossa agenda dello scomparso e, compulsando nomi e telefoni, comincia a contattare mezza città, dicendo soltanto che "lo manda Picone". Nelle mani dell'esterefatto navigatore del piccolo cabotaggio delle mille lire quotidiane, cominciano subito a piovere le cento, le cinquecento mila lire: tangenti di ogni entità, relative a rackets di ogni più illecita natura. Salvatore fa presto ad adeguarsi: si fa grintoso, si presenta, esige e incassa. Egli si installa, inoltre, nella troppo bella casa del fantomatico Picone, tallonato dalla più che appetitosa moglie (che ne reclama o il cadavere, o la dichiarazione di morte presunta) e ben accetto agli affettuosi due figli. E comincia così per lui sostanzialmente onesto, una perigliosa discesa nei gironi della malavita e del vizio organizzato, i cui sbarramenti misteriosamente cedono, sol che Salvatore pronunci le magiche parole. Una prostituta gli dà, infine, un indirizzo di Marechiaro: un recapito dove pare che a volte si recasse il molto improbabile meccanico. Salvatore trova una grotta, viene pilotato in gommone nelle fogne, riceve una partita di droga (per lui c'è un milione, che egli però sdegnosamente rifiuta); riemerge all'aperto (vedi caso, in uno spiazzo dell'Italsider) e torna alla casa di Luciella, giusto in tempo per assistere al decoroso funerale che la donna ha voluto comunque fare, tra lavoratori in tuta e lamentazioni condominiali. Ma a questo punto Salvatore crolla, anche perché nella sua discesa sotto Posillipo gli hanno dato una tuta piconiana e lui scopre che essa è di amianto. Picone dunque non arse, Picone fu fatto fuggire per essere poi eliminato da gente più importante... Ma un Picone è in conclusione, mai esistito veramente? Un'ambulanza si porta via il frastornato Salvatore, ma questa volta Luciella, correndo come una pazza, riesce a farsi imbarcare anche lei. Uno spiraglio di speranza? una ricompensa ai rispettivi e sin qui contenuti ardori? Tutto è possibile, in un quadro di "napoletanità", in cui il sembrare ha la meglio sull'essere, ed arte somma, necessaria ed indiscussa pare il sopravvivere più che il vivere: sempre, si capisce, volendosi bene.
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: PANORAMICO TELECOLOR
  • Produzione: ANTONIO AVATI E GIANNI MINERVINI PER A.M.A. FILM, MEDUSA DISTRIBUZIONE, RAI RADIOTELEVISIONE ITALIANA
  • Distribuzione: MEDUSA DISTRIBUZIONE (1984) - FONIT CETRA VIDEO, NUOVA ERI

NOTE

- DAVID DI DONATELLO 1984 PER: MIGLIOR ATTORE (GIANCARLO GIANNINI), MIGLIORE ATTRICE (LINA SASTRI), MIGLIORE PRODUZIONE (GIANNI MINERVINI).

CRITICA

"Le atmosfere sono simili a quelle dei romanzi di Veraldi, ma il film è girato con la durezza di Piscicelli, la dolcezza di Eduardo e la simpatia di Troisi. Ne esce un prodotto calibrato al punto giusto, filante e senza sbavature, a volte addirittura sorprendente per sveltezza di tempi e di stacchi. Un dignitosissimo esempio di cinema medio all'italiana ("Segnocinema").

"Sovraccarico di motivi e di figure, nemmeno chiarissimo nel finale, ma vibrante come un appassionato paradosso, gremito di sapori amari e di gags gioconde, sempre in azione, 'Mi manda Picone' è un film bene in bilico fra sdegno e ironia. (Giovanni Grazzini - "Cinema '84").

"[...] Segnaliamo la gradevolezza del prodotto [...] nella sua accattivante modestia è film ben scritto, ben fotografato e ben girato negli esterni meno ovvii e più intriganti della 'fetida metropoli'. La cura dei particolari, infine (magistrale, a questo proposito, l'arredamento di casa Picone) fa dimenticare qualche lungaggine e qualche inutile citazione defilippiana, contribuendo ad una rifinitura degna di quella speciale 'mediocritas' che fabbricò l'Epoca d'Oro del cinema italiano. [...] Anche quando indulge alla pennellata neorealista, il regista mantiene un piglio tra il giallo-rosa ed il vagamente surreale". (Valerio Caprara, "Il Mattino", 14 gennaio 1984).
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