Maria Maddalena

Mary Magdalene

USA, AUSTRIA - 2018
2/5
Maria Maddalena
Nella Terra Santa del primo secolo, Maria Maddalena è una giovane donna che abbandona la propria famiglia e il piccolo villaggio di pescatori in cui è nata per unirsi a un movimento nuovo. Ispirata da Gesù di Nazareth, dalla sua carismatica guida e dai suoi insegnamenti, Maria si incammina con gli altri discepoli per il viaggio verso Gerusalemme, ritrovandosi al centro del momento fondante del Cristianesimo.
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA 65, D-CINEMA (1:2.20)
  • Produzione: IAIN CANNING, EMILE SHERMAN, LIZ WATTS PER SEE-SAW FILMS, PORCHLIGHT FILMS, UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL PRODUCTION (UPIP)
  • Distribuzione: UNIVERSAL PICTURES
  • Data uscita 15 Marzo 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
C’è forse del merito nel riuscire a scontentare tutti, il nostro limite però non lo vede. Non che si dovesse per forza far passare il prurito a mestatori di scandali e morbosi da feuilleton, come una certa iconografia maliziosa poteva lasciar presagire, e nemmeno assecondare i parametri di spiritualità che finiscono sempre per misurare i paratesti evangelici (colpa anche di un riflesso fesso del marketing).

Non c’è ultima tentazione che tenga, né Vangelo come Dio comanda. Di fronte alla Maria Maddalena hollywoodiana non regge neppure il fronte femminista, per il peccato originale della Weinstein Company, rimasto marchio distributivo USA (motivo per cui il film negli Stati Uniti è stato rinviato sine die). Un pasticcio, insomma.




Per il quale ci si è avvalsi di ben due sceneggiatrici donna – una, Helen Edmundson, specializzata finora nell’adattamento on stage dei classici della letteratura e l’altra, Philippa Goslett, al terzo copione big screen dopo un’insulsa biografia di Dalì e un adattamento molto queer de La ragazza del punk innamorato di Gaiman – e di un regista uomo, Garth Davis (quello dello stucchevole Lion). Nessun consulente teologico e si vede.

Il film è un compendio di strafalcioni storici, miscugli religiosi, grossolane licenze evangeliche. Smaccatamente apocrifo, un po’ vangelo di Maria e un po’ di Filippo, banalmente rosa, progettualmente contorto, più offensivo che provocatorio, inoffensivo più che altro.

Rooney Mara è meglio della Cucinotta, ma la Maddalena bernabeiana serbava un po’ di tradizione nel cuore che a questa manca. Là la convertita, qua la peccatrice sparisce, la Grazia è già acquisita, Cristo utile ma non necessario. D’altronde Joaquin Phoenix opta per una performance sciamanica e lunatica, inopinatamente distante tanto dal Gesù dei credenti che da quello spettacolare. Un Cristo santone.




Per il quale la Maddalena non sente né attrazione né conflitto, curiosità piuttosto. Lo guarda ma non lo vede. Che è un po’ quello che si sperimenta in poltrona. Questa Maria Maddalena inizia come veggente – sente le cose prima che avvengono - prosegue come una Olympe de Gouges coi sandali e finisce per essere la testimone di eventi soprannaturali (tra cui ben due resurrezioni, quella di Lazzaro e quella di Gesù stesso).

Il femminile che incarna, gentile concessione al femminismo di ritorno, è costruito in contrapposizione ai fratelli di sangue prima e a quelli di setta poi. Pietro, incomprensibilmente nero come Chiwetel Ejiofor, ne esce malconcio, persino barbino: un prodotto retrogrado del patriarcato, meschinamente geloso dei nuovi favori accordati alla donna dal Rabbi.




S’innesta una linea interpretativa che più che fare capo a Dan Brown sembra allinearsi con l’altro Brown, Raymond, e agli studi gnostici sull’identificazione giovannea della Maddalena nell’amato discepolo. Pietro è la Chiesa, vero obiettivo polemico del film. Più indulgenza viene mostrata nei confronti di Giuda, che tradisce il Figlio dell’Uomo per psicologica fragilità.

Più la narrazione prosegue e più si smarrisce il motivo socio-politico dell’emancipazione femminile. Come se tutto il film venisse inghiottito nell’estasi catatonica di Phoenix. C’è ancora il tempo per una bella sequenza, in Samaria, tra moribondi. Lì misericordia e femminilità felicemente si incontrano e ad emergere, accanto al profilo istituzionale pietrino, è la natura materna del cristianesimo.

Un lampo di bellezza nel nulla. Se teologicamente assistiamo a un’elusione del peccato e a un’elisione del Padre (mai nominato: ci si riferisce sempre a Dio e a un ineffabile Regno), dal punto di vista strettamente cinematografico al film sfugge del tutto il contesto, inteso sia come credibile sfondo storico della vicenda sia come insieme di relazioni intessute dai personaggi.

Manca la comunità, manca la società del tempo, manca il quid delle cose vive, la partecipazione e l’empatia. Indeciso sul registro, indefinitamente elegante, sovrastato dallo scenario mozzafiato dei Sassi, Maria Maddalena ricalca una certa idea di kolossal religioso con l’ambizione della novità e dell’invettiva. Non è necessariamente brutto, ma futile sì. E questa non è una buona Novella: non lo è per la Chiesa e neppure per lo spettatore.

CRITICA

"(...) la sceneggiatura non è eccezionale. Non rende carismatica nessuna delle figure che circondano i due protagonisti, e anche il rapporto fra questi è espresso più attraverso la recitazione e la regia che attraverso la scrittura. L'immagine di una Maria Maddalena che si libera da una famiglia opprimente incapace di capirla, è sicuramente efficace sul piano narrativo, anche perché la avvicina alla protagonista di un romanzo, ma, mancando un grande sviluppo del personaggio, poteva rischiare di conferire al suo percorso connotati un po' adolescenziali. A far intuire quale ruolo può aver avuto davvero come sorta di apostolo aggiunto sono, piuttosto, come detto, azzeccate scelte di regia e di direzione degli attori. Il Gesù di Phoenix è uno dei più sofferti visti sullo schermo. La contrazione narrativa che si è scelta, poi, ce lo fa trovare, 'in medias res', già esausto e desideroso di requie. (...) Il Gesù che il film ci propone vede dunque in Maria Maddalena una risorsa trovata 'in extremis'. I due finiscono così per essere, in un certo senso, l'uno la salvezza dell'altro. Un concetto che il film cerca di esprimere tutto a livello emotivo, attraverso le intense interpretazioni di Mara e Phoenix ma anche attraverso scelte un po' più facili, come un accompagnamento musicale ininterrotto e un montaggio che - come va molto di moda recentemente - imita quello del cinema di Malick nell'essere sottilmente antinarrativo. Entrambi questi ultimi elementi, peraltro, sono condotti con ispirazione e non intaccano la sincerità delle intenzioni. Il risultato è un film che vuole essere genericamente attendibile e che di certo contribuisce a infondere nell'immaginario collettivo una Maria Maddalena dai connotati più positivi e complessivamente più veritieri rispetto al passato. Ma soprattutto, pur senza arrivare ad agitare corde profonde, si propone come uno dei più emozionanti fra i film d'argomento biblico o evangelico, anche solo per il nuovo punto di vista che lo contraddistingue, capace di sorprendere lo spettatore in molti momenti." (Emilio Ranzato, 'L'Osservatore Romano', 15 marzo 2018)

"Il film di Davis è una gemma di sottrazione, pudore e sussurri. Il rapporto è spirituale e politico nel senso più alto. I due diventeranno leader di rivoluzionari, gli apostoli, scombussolati dagli eventi. (...) Mara e Phoenix sono eccellenti." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 15 marzo 2018)

"Piacerà per la splendida fotografia (la Sicilia non è mai sembrata cosi «cinegenica»). E per l'interpretazione della Rooney. Che compensa con il pathos e la convinzione il suo sex appeal così così. Ma se paesaggio e attori sono da raccomandare è molto difficile da digerire la manipolazione del personaggio in nome del femminismo e di un'operazione nostalgia degli anni 70 che ora è diventata evidentemente 'trendy'." (Giorgio Carbone, 'Libero', 15 marzo 2018)

"Film lento, didascalico, che cerca di «glorificare» l'immagine di Maria Maddalena (brava la Mara), riabilitata, di recente, dalla chiesa col titolo di «Apostola degli Apostoli». Il problema è che qui si è esagerato all'opposto, trasformando la prima testimone della resurrezione di Cristo nella figura a lui più vicina, relegando gli apostoli a ruoli anonimi, rancorosi (Pietro). Si salva solo il disilluso Giuda, mentre Phoenix vince il titolo di peggior Gesù visto al cinema." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 15 marzo 2018)
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