Mainstream

USA - 2020
3/5
Mainstream
Frankie, una ragazza sui vent'anni, vive appena oltre Hollywood Boulevard. La giovane sta cercando di capire chi vuole essere. Con il pensiero della morte del padre che ancora non la abbandona, Frankie è consapevole di voler fare qualcosa di significativo, ma non sa in che modo. In un mondo che ruota attorno alla soddisfazione e al narcisismo, è difficile non fare confronti e non cadere preda della disperazione. Intrappolata, insieme al suo migliore amico Jake, nel lavoro di barista in un cabaret di quartiere, Frankie mette in discussione ciò cui la gente oggi attribuisce realmente valore. E quando avrà una serie di discussioni epocali con il misterioso Link, un uomo che sembra vivere la vita al di sopra delle regole, Frankie troverà l'ispirazione per filmarlo e mettere in rete le sue invettive contro il conformismo. Con l'aiuto di Jake, questo improbabile gruppo di outsider otterrà la fama su internet. Tuttavia è difficile conservare la lucidità quando la pressione aumenta e nuovi personaggi, come il manager Mark, iniziano a spingere affinché le entrate diventino più cospicue. A complicare ulteriormente le cose, Frankie e Link iniziano a essere sentimentalmente coinvolti. Frankie resta a guardare mentre Link diventa la personificazione di tutto quello che un tempo condannava. Sarà solo quando Link umilierà pubblicamente una giovane fan, Isabel, e Jake abbandonerà la squadra, che Frankie inizierà a chiedersi se anche lei non stia diventando il mostro che ha contribuito a creare.
  • Durata: 95'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Produzione: FRED BERGER PER AUTOMATIK, MICHAEL MUSANTE, GIA COPPOLA PER AMERICAN ZOETROPE, SIENA OBERMAN PER ARTEMIS, JACK HELLER PER ASSEMBLE, ENRICO SARAIVA, FRANCISCO REBELO DE ANDRADE, ALAN TERPINS PER TUGAWOOD, ANDREW GARFIELD, ZAC WEINSTEIN

RECENSIONE

di Lorenzo Ciofani

Istrionico e luciferino, Andrew Garfield non era così bravo dai tempi di The Social Network, un film che in un certo senso è indispensabile per capire Mainstream. Se quel capolavoro metteva in scena la nascita e la costruzione di un sistema destinato a determinare la nostra vita, il secondo lungometraggio di Gia Coppola ne racconta l’incidenza quotidiana di quell’immaginario da esso derivato.

Dall’utente chiamato a connettersi col prossimo per sentirsi parte di qualcosa e evitare lo spettro della solitudine, al coro di solisti che mediano i rispettivi isolamenti all’interno di un mondo – virtuale ma anche no – votato alla religione dell’apparenza.

L’universo dei social media fondati sull’immagine e sulla sua manipolazione visiva (Instagram, Snapchat, TikTok) è al centro di Mainstream, che sin dal titolo mette in chiaro quanto, al netto della forma e dei formati, la storia raccontata sia antica come il mondo.

Scegliendo “mainstream” come titolo, infatti, Coppola indica due strade: da una parte, sottolinea quanto il comportamento degli utenti di questi social media sia legato a esigenze di auto-rappresentazione del tutto omologate e omologanti; dall’altra, dichiara l’adesione a un modello narrativo tradizionale, qualcosa di convenzionale, comune, dominante.

Di diverso rispetto alla norma ci sono le emoji che invadono lo schermo, la resa grafica dei post, un’abbondanza di sticker ed effetti. Ma la ciccia, insomma, è roba già vista: ascesa (e declino) di un personaggio spuntato dal nulla – appare travestito da animale, dice di chiamarsi Link, si ribattezza No-One-Special: beh, tutto chiaro? – che irrompe nel mondo dello spettacolo (in questo caso dei social ma, ecco, è un dettaglio) portando scompiglio nelle vite degli altri.

 

Il punto di vista è quello di una ragazza (Maya Hawke, limpida), barista frustrata che si scopre novella pigmalione ma soprattutto disperatamente innamorata dell’eccentrica star dal passato misterioso. Arrivano sul tetto della celebrità insieme, lei dietro le quinte a scrivergli i testi contro la vanità delle social star e l’ottusità dei followers e lui sul palco a dispensare moniti contro la società dell’apparire e i suoi adepti.

Un po’ moraleggiante, questo sì, ma ha una ferocia piuttosto efficace nel raccontare narcisismo e insicurezze di una generazione consapevolmente alienata nella sua costante autobiografia social.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 77. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2020), SEZIONE 'ORIZZONTI'.

- PRESENTATO ALLA XVIII EDIZIONE DI 'ALICE NELLA CITTÀ' (2020), SEZIONE AUTONOMA E PARALLELA DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA SEZIONE "SINTONIE"
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