Macbeth

FRANCIA, GRAN BRETAGNA - 2015
2,5/5
Macbeth
La rovinosa metamorfosi del valoroso generale Macbeth, signore di Glamis, che conosce la gloria e l'onore, ma viene condotto alla rovina dalla sua cupidigia. Ambientato nel paesaggio crudo della guerra civile in Scozia, è la storia di un animo grande e generoso corrotto da avidità e spietata ambizione.
  • Durata: 113'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA XT PLUS, CODEX ARRIRAW (2.8K), PANAVISION (1:2.35)
  • Tratto da: dramma omonimo di William Shakespeare
  • Produzione: SEE-SAW FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON DMC FILM
  • Distribuzione: VIDEA (2016)
  • Data uscita 5 Gennaio 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Facciamo una premessa: ogni tentativo di portare l'opera di Shakespeare al cinema per renderla fruibile alle nuove generazioni, è cosa buona e giusta. Nel caso del Macbeth di Justin Kurzel, i meriti però finiscono qui ed è un peccato: dall'autore del disturbante Snowtown (menzione speciale alla Semaine di Cannes del 2011), era lecito attendersi qualcosina in più. Invece a questa ennesima traduzione cinematografica della tragedia del Bardo manca lo scatto decisivo, la personalità che permette di essere insieme unici e identici, di catturare una scintilla dell'originale per incendiare il proprio fuoco creativo. Il Macbeth di Welles ad esempio, potente come quello letterario però diverso.

L'operazione imbastita da Kurzel è piuttosto scontata: rispettare il dettato shakesperiano nella narrativa e nei dialoghi, cercando semmai una modernità di messa in scena. Un progetto elementare, che per diventare definitivamente pop aveva bisogno del coinvolgimento di due divi internazionali. Ed ecco Michael Fassbender e Marion Cotillard, nei panni del Re omicida e della complice moglie.

Non c'è nulla che non vada in definitiva, ma niente sorprende, niente emoziona, niente resta.

L'esattezza delle plongée zenitali, con cui Kurtzel evoca di continuo un fuoricampo dove congiura il destino, ha ad esempio qualcosa di stucchevole, che dipende certo dall'insistenza con cui ne fa uso, ma anche dalla banalità di una concordanza scolastica.

Per non dire del processo di astrazione che impone su tutta la drammaturgia, la musicalità della composizione scenica, la chiave monologica, tutto esageratamente "videoclippato" e post-postmoderno; le accelerazioni e decelerazioni continue che denotano il Movimento della Storia più che nella storia; la fluidità di certe carrellate, a ricordo di certi ralenti di Wong Kar-wai; il montaggio discontinuo, paradigmatico, configurante un unico flusso di coscienza, di immagini oniriche e di voci sibilate, di piccoli strappi, di vai e vieni temporali lungo l'asse cronologico. Di atmosfere spettrali, di terre e cieli letteralmente colorati di rosso. Rarefazioni alla Refn, senza però quello stesso malessere che preme sulla forma e la informa.

Una versione cupa, funerea, persino suggestiva. Ma finta. Sanguinolenta più che sanguigna. Baraccona più che barocca. Muscolare ma senza attributi.

Troppo compiaciuta per crederci. Che brucia di un fuoco di scena. E lascia volute di fumo negli occhi.

NOTE

- IN CONCORSO AL 68. FESTIVAL DI CANNES (2015).

CRITICA

"Il film di Justin Kurzel non aggiunge nulla, pigia sul pedale scarno dell'invernale, nebbioso paesaggio, spinge il bravo irlandese Fassbender, che riassume 'hunger' e 'shame', a giocare la carta del reduce che per reinserirsi esige potere assoluto con l'amore. La lady un'altra fuoriclasse, Marion Cotillard, che recita una lingua non sua, ma cade col suo re immortalata dalla fotografia di macabro e violento splendore di Adam Arkapaw. Cruenta e riassunta versione senza errori, perché le parole e gli strapiombi che su cui sono appese aprono ogni eternità: merito del grande sceneggiatore sir William." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 gennaio 2016)

"Giganteggiano le due performance principali di Michael Fassbender e di Marion Cotillard circondati da comprimari di classe. In un disegno che armonizza il devoto rispetto per un classico con la creatività di soluzioni adatte al mezzo di espressione." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 7 gennaio 2016)

"(...) versione barbarica e ossessiva di un giovane australiano che lima e comprime il testo senza rinunciare ai versi più celebri. (...) Girato in Scozia in pieno inverno, con grande attenzione ai paesaggi e uso smodato di filtri rossi, il film di Kurzel privilegia le battaglie, i corpo a corpo, la ferocia delle uccisioni. Ma esplora anche la follia del protagonista in lunghe scene allucinate (su tutte l'apparizione di Banquo naturalmente), come se Macbeth fosse il progenitore di tutti i reduci di guerra impazziti sui campi di battaglia e destinati a replicare all'infinito gli orrori vissuti al fronte. Bella idea che però non basta a dare le ali a un film suggestivo e pieno di energia (...) ma alla lunga ripetitivo e confuso. Più operazione autopromozionale che rilettura profonda e motivata di un grande classico." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 7 gennaio 2016)

"Il massimo poema mai scritto sulla folle corsa all'autodistruzione di cui è capace il desiderio umano per l'Amore e il Potere, rivive negli shock a ripetizione di uno stile magniloquente e ieratico, sospeso al rallentatoreo scatenato nelle acmi omicide, sorretto con maggiore aderenza dalla rocciosa virilità di Fassbender rispetto alla sottile forma di straniamento adottata dalla Cotillard, che pure è una Lady Macbeth ancora più responsabile della deriva sanguinaria patrocinata dalle ingannevoli profezie delle streghe vagolanti tra le brume delle Highlands. C'è il rimpianto per lo spettatore italiano di non potere godere dell'impeccabile inglese declamato nella versione originale e non è certo che l'assoluta fedeltà al testo garantita da regista e sceneggiatori risulti più efficace delle interpretazioni, le variazioni o addirittura le distorsioni operate dai maestri, ma a conti fatti il film resta oltremodo rispettabile." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 7 gennaio 2016)

"Piacerà. È impossibile che il feroce lord scozzese non spacchi lo schermo. Tra cinema e tv si contano almeno venti versioni e nessuna ha lasciato indifferente il pubblico (...). L'australiano Justin Kurzel non è Orson né Roman tuttavia non si può negare alla sua versione una cifra originale e un bell'impatto spettacolare. Volendo tenersi lontano dalle secche di un ovvio remake ha cercato una motivazione all'ascesa sanguinaria della coppia principale. (...) Una fosca discesa agli inferi che forse Shakesperare non aveva previsto, ma che comunque, collocata in un paesaggio da incubo (solo pianure spoglie, popolate di spettri e di cadaveri) funziona, coinvolge. La battaglia finale, poi con la sua messinscena teatrale (gli eserciti si intravedono, lo schermo è popolato solo da ombre che cozzano e si rincorrono) avrebbe fatto la gioia di Master William. Che avrebbe probabilmente molto amato Fassbender che magari non ha ancora il carisma dei predecessori, ma la scena la tiene alla grande, senza un istante di indulgenze al gigionismo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 7 gennaio 2016)

"Il settimo adattamento del capolavoro di Shakespeare viene servito nella complessa interezza dei suoi dialoghi. A Fassbender basta uno sguardo per trasmettere emozioni, ma Kurzel si limita al compitino canonico, senza osare." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 7 gennaio 2016)

"(...) il film è di rara bruttezza. Ma è brutto in un modo che merita un'analisi: è il perfetto esempio di come non si dovrebbe fare Shakespeare al cinema. Il cinema saccheggia il Bardo da sempre (...). I Macbeth sono quasi 100, e il primo risale al 1911: è uno dei titoli più frequentati. Tre geni del Cinema si sono cimentati con la «tragedia scozzese» (...): Orson Welles (1948), Roman Polanski (1971) e Akira Kurosawa (...). Per generale ammissione, il giapponese è il migliore. Questo nuovo 'Macbeth' diretto dall'australiano Justin KurzeI è in lizza per essere il peggiore. (...) Kurzel visualizza Macbeth in modo iperrealistico: le streghe sono tre contadinotte, sangue e sudore scorrono a fiumi, i cavalli sono immersi nel fango, il ralenti infuria come in uno spaghetti-western. Sembra di essere alla corte di quei re bifolchi, circondati dal tanfo dei guerrieri e delle loro cavalcature... e questo comporta un doppio problema. In primis, è esattamente la lettura proposta da Polanski 45 anni fa quando lo splatter non era di moda e fare Shakespeare 'alla Tarantino' poteva avere (prima di Tarantino) una sua originalità. Inoltre, nessun testo come il Macbeth richiede una messinscena stilizzata (cosa che Kurosawa capì meglio di tutti). Girarlo come un film realistico, una sorta di documentario sulla Scozia medioevale, richiede una sospensione di incredulità troppo forte. (...) Shakespeare sapeva benissimo che il tragico può convivere con la farsa, e che i rudi spettatori del Globe si sarebbero divertiti con qualunque iperbole: rendere la tragedia senza un grammo di ironia in modo corrusco e compiaciuto come se Macbeth e i suoi sodali fossero dei gangsters in un film di Scorsese, significa non solo tradirlo (cosa legittima): significa banalizzarlo. Stendiamo un velo sui due interpreti principali: Michael Fassbender e Marion Cotillard sono stati scelti in quanto belli sexy e modaioli, nonché entrambi amati dall'Academy che assegna gli Oscar. Ma a questo giro, temiamo e speriamo, dovranno ripassare: lui è privo di qualunque espressività, lei sembra una fotomodella travestita da buzzurra. In originale recita con un lieve accento francese, con la scusa che all'epoca i re scozzesi sposavano spesso donne francesi. Shakespeare, là dove dorme da 400 anni, si fa una risata." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 5 gennaio 2016)

"(...) Presentato in concorso all'ultimo Festival di Cannes, ha diviso la critica esaltando quella anglosassone che meglio di altri può metter voce sull'opera del Bardo. In effetti la 'valenza' scespiriana di brutalità macabra e sanguinaria è totalmente presente in questa nuova cine-trasposizione della celebre tragedia, potentissima dal punto di vista visivo anche grazie alla scelta di girare nei luoghi reali (la Scozia) e in pieno inverno. Fassbender è un credibile ed intenso Macbeth, Cotillard purtroppo fuori parte. Da gustare su schermi grandi e tecnologicamente ben attrezzati (...)." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 31 dicembre 2015)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy