Lincoln

USA - 2012
Lincoln
Lincoln, 16° Presidente degli Stati Uniti, porta avanti la sua battaglia per l'abolizione della schiavitù mentre guida il Nord verso la vittoria della Guerra di Secessione americana. Grazie alla sua moralità e alla feroce determinazione nel perseguire il successo, le sue scelte cambieranno il destino delle generazioni a venire.
  • Durata: 150'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO, STORICO
  • Specifiche tecniche: PANAFLEX, 35 MM
  • Tratto da: tratto parzialmente dalla biografia "Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln" scritta da Doris Kearns Goodwin
  • Produzione: STEVEN SPIELBERG E KATHLEEN KENNEDY PER AMBLIN ENTERTAINMENT, THE KENNEDY/MARSHALL COMPANY, DREAMWORKS SKG, IMAGINE ENTERTAINMENT, NEW LINE CINEMA, PARKES/MACDONALD PRODUCTIONS, THE WEINSTEIN COMPANY
  • Distribuzione: 20TH CENTURY FOX ITALIA (2013) - DVD E BLU-RAY: 20TH CENTURY FOX HOME ENTERTAINMENT
  • Data uscita 24 Gennaio 2013

TRAILER

NOTE

- PER IL RUOLO DI ABRAHAM LINCOLN ERA STATO PRECEDENTEMENTE INDICATO LIAM NEESON.


- OSCAR 2013 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (DANIEL DAY-LEWIS) E SCENOGRAFIA. LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, ATTORE (TOMMY LEE JONES) E ATTRICE (SALLY FIELD) NON PROTAGONISTI, FOTOGRAFIA, MONTAGGIO, COLONNA SONORA, COSTUMI E MISSAGGIO SONORO (ANDY NELSON ERA CANDIDATO ANCHE PER "LES MISÉRABLES" DI TOM HOOPER).

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2013 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Più che su un uomo, l'ultima opera del regista Steven Spielberg è un film sulla politica. 'Lincoln' (...) è infatti molto più di una biografia, peraltro limitata agli ultimi quattro mesi di vita, del più celebrato presidente degli Stati Uniti d'America. È l'esaltazione della centralità della politica intesa come momento alto della vita democratica. Una politica che, in nome del bene comune e di interessi superiori riguardanti la difesa della dignità dell'uomo e dei suoi diritti naturali, non disdegna di scendere a compromessi, e nemmeno di usare mezzi non sempre ortodossi. Spielberg sceglie di raccontare la battaglia più importante e decisiva di Abraham Lincoln: quella per abolire per sempre la schiavitù degli afroamericani attraverso l'adozione di un tredicesimo emendamento alla costituzione; e, così facendo, indicare un percorso di riconciliazione per una nazione devastata da quattro anni di una sanguinosa guerra civile che aveva tra le sue cause anche la difesa dello schiavismo da parte degli Stati secessionisti. Non a caso, richiamandosi alla scena iniziale di 'Salvate il soldato Ryan', il regista apre il film con una cruenta battaglia. Ma è l'unica concessione all'azione. Il film punta, infatti, sui dialoghi per spiegare il complesso itinerario fatto di diplomazia e di macchinazioni che porta al voto sul fondamentale provvedimento. Perché quella lanciata dal presidente appena riconfermato alla Casa Bianca è una sfida dall'esito tutt'altro che scontato. E per aggiudicarsela deve attingere a tutte le sue capacità, a quel coraggio e a quella forza d'animo che faranno di lui un mito per la nazione americana. Deve convincere non solo il partito avverso, fermamente contrario all'abolizione dello schiavismo (all'epoca i conservatori erano democratici), ma anche alcuni membri del governo e del suo stesso schieramento a cambiare idea. Riuscirà nell'intento, perché molti, alla fine, comprenderanno il valore immenso della battaglia, il fatto che si fosse di fronte a una scelta epocale, che avrebbe cambiato il destino di milioni di esseri umani. «Questa non è la solita cosa. Questa è la storia», dice il presidente della Camera dei rappresentanti giustificando la sua decisione di prendere eccezionalmente parte alla votazione decisiva. Uno dei meriti di Spielberg e dello sceneggiatore premio Pulitzer Tony Kushner - ispiratisi parzialmente al libro 'Team of Rivals: The Political Genius of Lincoln' di Doris Kearns Goodwin - sta proprio nel non celare gli aspetti sotterranei dell'agire del presidente. Pur di raggiungere lo scopo egli non si preoccupa di superare i limiti del già enorme potere conferitogli durante la guerra. Usando tutti i mezzi a sua disposizione, arriva persino a mentire; alterando consapevolmente l'equilibrio democratico. Tra preoccupazioni della politica e problemi familiari, il Lincoln che emerge è dunque un uomo dai marcati paradossi: divertente e solenne, ammaliante narratore e tenace mediatore, comandante scaltro e marito e padre vulnerabile. Tratti caratteriali che uno straordinario Daniel Day-Lewis, candidato all'ennesimo Oscar, fa risaltare in un'interpretazione al limite della perfezione, fatta più di sottrazione che di prepotenza scenica. A una direzione misurata appare improntata anche la stessa regia di Spielberg, che questa volta, forse per evitare il rischio dell'agiografia, non vuole strafare. Trattenuto al punto di apparire accademico, talora freddo, a parte qualche inevitabile caduta retorica. Così nonostante il cast di ottimo livello - in cui spicca anche Tommy Lee Jones nei panni del pragmatico deputato Thaddeus Stevens, decisivo per capovolgere le sorti del voto - e la collaudata squadra di collaboratori confezionino comunque un prodotto qualitativamente eccellente, il film non riesce a emozionare. Resta tuttavia in questo 'Lincoln' il sottinteso messaggio ai politici di oggi, ma anche a quanti hanno perso fiducia in chi amministra il bene comune, perché la storia non manca di esempi significativi di come un sistema democratico, spogliato di ogni ipocrita ingenuità sul suo funzionamento, possa raggiungere traguardi importanti. E di come alcune persone, malgrado difetti e problemi, possano superare i propri limiti e realizzare l'impensabile, ispirando persino l'agire altrui. Lincoln è stato un esempio. Il fatto stesso che all'inizio del secondo mandato il presidente Barack Obama abbia giurato pubblicamente sulla Bibbia appartenuta al suo predecessore - e su quella di Martin Luther King, simbolo della lotta per i diritti civili degli afroamericani - dà il senso dell'ammirazione e del rispetto degli americani verso questo padre della nazione. E le stesse dodici nomination all'Oscar, al di là delle qualità del film, sanno molto di patriottica autocelebrazione." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 23 gennaio 2013)

"La guerra di Secessione americana la conosciamo soprattutto attraverso il romanticismo sudista tutto crinoline e dispetti amorosi di 'Via col vento': in 'Lincoln', vediamo pochi momenti di una spaventosa carneficina nel fango e una distesa di cadaveri mentre il presidente ci cavalca in mezzo. 'Lincoln' è un bellissimo film, uno dei più importanti film politici degli ultimi anni: e in due ore e mezzo racchiude gli ultimi quattro mesi di vita del presidente più amato dopo Washington, evitando l'agiografia storica. Ma siccome pare che si siano perse le tracce di governanti di gigantesca lungimiranza, capacità e autentica passione per il loro paese, ecco che Spielberg riesce a dare una grande lezione a chi oggi immiserisce la politica a proprio vantaggio e soprattutto senza saperla fare. Si resta sedotti da Day-Lewis, che ci fulmina con l'arguzia e la dolcezza dello sguardo. Bravissimi tutti gli attori (un po' noiosa Sally Field) soprattutto Tommy Lee Jones, il radicale repubblicano che ostacola la diplomazia di Lincoln, per poi accettarla, col suo parrucchino storto e la matura governante nera nel letto." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 24 gennaio 2013)

"Seduto di spalle - una figura nera nella notte - ascolta due giovanissimi soldati di colore che gli vanno esponendo le loro condizioni di inferiorità in un esercito dove i bianchi godono di maggiori privilegi. I due ragazzi sono chiaramente intimiditi, ma non dal fatto che quell'uomo, Lincoln, rappresenta il massimo potere del Paese, bensì dal fatto che ne avvertono tutta la grandezza umana e spirituale. Questo incipit è emblematico della densità drammaturgica e registica con cui è strutturato il film di Spielberg, candidato a undici Oscar. (...) Poi c'è l'eccelso Daniel Day Lewis che semplicemente «è» Lincoln, con una interiorizzata naturalezza che rende vivo e attualissimo il personaggio: nella sua tristezza e nella sua capacità di ammaliare con le parole, nella sensibilità affettiva e nell'idealistica intransigenza. E che dire dell'eccellenza dei valori produttivi e di un cast in cui spiccano il Thaddeus Stevens di Tommy Lee Jones e la Mary (consorte del presidente) di Sally Field? 'Lincoln', per noi il film Oscar di quest'anno, non è solo una straordinaria lezione di politica, è anche una straordinaria lezione di cinema." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 24 gennaio 2013)

"Straordinariamente interpretato da Daniel Day Lewis (...), già premiato col Golden Globe, il film racconta la lotta del presidente Usa per far approvare l'emendamento, che aboliva la schiavitù. Evento destinato a cambiare il volto di una nazione, e non solo. Il film è ambientato nel 1865 ma guarda agli Usa di oggi, quelli del secondo mandato Obama, chiamando a raccolta tutti gli americani perché solo uguaglianza e solidarietà sono la via di uscita da una crisi economica e morale." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 24 gennaio 2013)

"Passato e presente e presidenti diversi si sovrappongono e dialogano tra di loro nell'ultimo film di Steven Spielberg che, dietro al titolo monolitico, da polpettone storico/agiografico/hollywoodiano, nasconde una radiografia astuta e straordinariamente contemporanea della macchina politica americana. Con 12 nomination agli Oscar, Spielberg, lo sceneggiatore Tony Kushner e Daniel Day Lewis vincono la scommessa contro chi pensa che «il grande pubblico» non possa metabolizzare cinema popolare intelligente, su temi complicati, parlato in un linguaggio coloritamente arcaico, che non conosce più nessuno (peccato il riduttivo doppiaggio, anche per il lavoro raffinatissimo fatto sulla dizione e il ritmo dei dialoghi). O chi crede che un film debba mandarti a casa tranquillo perché il mondo è fatto di buoni e cattivi e tu stai dalla parte giusta. (...) 'Lincoln' apre e torna in chiusura su grandi immagini di campi di battaglia, che richiamano la riflessione spielberghiana sulla guerra di 'L'impero del sole'. 'Salvate il soldato Ryan' e 'War Horse'. Ma, in realtà, è un film «da camera». Anzi, da interno washingtoniano - fumoso e immerso nei marroni grigiastri, ipersaturi, che sempre caratterizzano la fotografia di Janusz Kaminski. II set dominante è dentro alla Casa bianca (...) una successione di scene risolte quasi sempre con inquadrature fisse e quello che sembra il minor numero di stacchi possibile. Forse solo in 'Amistad' la mise en scene di Spielberg era stata cosi «sotto tono». Minimalista anche l'oggetto apparente del film: il passaggio di una legge, quel tredicesimo emendamento della costituzione americana con cui il repubblicano Lincoln si assicurò - stato di guerra o meno - che la schiavitù sarebbe stata bandita per sempre dal suo paese. Che Hollywood, e Spielberg, investano tanto in un oggetto dalla superfice squisitamente procedurale come questo, è prova di fiducia nella fascinazione che il processo politico sta esercitando sul grande pubblico americano. (...) La suspense (questa sì spielberghiana) del film sta nella corsa e nelle acrobazie per ottenere i voti. James Spader, John Hawkes e Tini Blake Nelson, comici come i Three Stooges, vengono assoldati per un reclutamento tra il losco e il folk. Tommy Lee Jones, nei panni del più agguerrito degli abolizionisti, il leader radical repubblicano Thaddeus Stevens, è l'idealista che deve decider cosa significa essere veramente fedeli a se stessi. Le scene ambientate alla Camera, piene di retorica e di colpi di teatro, sembrano «d'epoca» solo se non ci si ricorda che, fino a pochi anni fa, il repubblicano Jesse Helmes arrivava in Senato con i disegni di un maiale per simbolizzare gli eccessi di spesa. Tutti si sporcano le mani in 'Lincoln', primo tra gli altri il presidente. Eppure non è un film cinico sulla politica. Al contrario." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 24 gennaio 2013)

"In pole-position agli Oscar con 12 nomination, 'Lincoln' non è il temibile 'War Horse', Day-Lewis è ordinariamente bravo e la materia importante, ma Spielberg dà potere alla parola a scapito dell'immagine: gli aneddoti presidenziali e le discussioni con la moglie Molly (Sally Field) dialogano con noia e santini per due ore e mezza. Promosso per l'impegno (civile)." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 24 gennaio 2013)
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