Le rose del deserto

ITALIA - 2006
Le rose del deserto
Una sezione sanitaria dell'esercito italiano si accampa nell'estate del 1940 a Sorman, una sperduta oasi nel deserto della Libia. La guerra lì appare assai lontana e il maggiore comandante passa il tempo a scrivere appassionate lettere d'amore alla sua giovane moglie. Nel campo c'è un'aria rilassata finché un frate italiano che vive sul posto non coinvolge i militari nel soccorso della popolazione locale che ha molto bisogno di cure mediche. Si sparge ben presto la voce della loro capacità e disponibilità per cui la spedizione militare sembra trasformarsi in una missione umanitaria. La situazione della guerra nell'Africa settentrionale però a un certo punto cambia bruscamente. La corsa vittoriosa verso l'Egitto delle truppe comandate dal generale Graziani, viene arrestata dagli inglesi e si trasforma in una fuga precipitosa. Il campo di Sorman viene invaso prima dai soldati in fuga poi dai feriti. Quando le sorti degli italiani stanno per precipitare arrivano in soccorso i tedeschi, ma poi tutto precipita di nuovo e...
  • Durata: 102'
  • Colore: C
  • Genere: GUERRA, STORICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: romanzo "Il deserto della Libia" di Mario Tobino
  • Produzione: MAURO BERARDI PER LUNA ROSSA CINEMATOGRAFICA
  • Distribuzione: MIKADO
  • Data uscita 1 Dicembre 2006

RECENSIONE

di Leonardo Jattarelli
La zampata è quella di sempre, come il suo marchio da maestro: ironia, cinismo, una spruzzata di indulgenza al sentimentalismo, rabbia e rimandi neanche troppo velati all'attualità; dall'incontro-scontro con il molosso arabo alla stupidità del potere messo alla berlina, dalla confusione mistica tra cristianesimo e culto di Allah alla condizione femminile degradata e, infine, l'interrogativo irrisolto sulla esistenza di Dio. Monicelli ne Le rose del deserto, suo sessantacinquesimo film liberamente ispirato al romanzo di Tobino Il deserto della Libia, frulla un po' tutto l'archivio storico della sua commedia all'italiana restituendo parte della sua genialità in una pellicola che, forse volutamente, ha il sapore di un piccolo mondo antico. A cominciare dalla filigrana della pellicola, da quell'asincronismo soprattutto iniziale del doppiaggio che ne fa un racconto per immagini d'altri tempi, per finire con un'effettistica rudimentale che non rende giustizia al lavoro in digitale in fase di postproduzione. Il Monicelli vero, palpitante, la nervatura gagliarda della sua arte sta tutta nei personaggi, nell'interpretazione altissima di Michele Placido, un frate Simeone poco attento alla dottrina ma concreto nel suo aiuto umanitario; in quella garbata, intensa del Maggiore Alessandro Haber, poeta irreale in mezzo alla barbarie della guerra; nella levità del tenentino Giorgio Pasotti con le sue pulsioni carnali sempre mitigate dal zelante lavoro sul fronte. E' così che quel punto infinitesimale nel deserto libico durante la seconda guerra mondiale, quell'oasi arida di palme rinsecchite dove la Trentunesima Sezione Sanità ha dislocato il suo campo, diventa territorio fertile, vivo per la commedia umana di Monicelli che raggiunge picchi di intensa poesia in alcune sequenze. Su tutte quella del matrimonio per procura officiato in mezzo al deserto davanti alla sepoltura in pietra del neosposo che è già diventato un caduto per la patria.

NOTE

- NASTRO D'ARGENTO 2007 AD ALESSANDRO HABER (PREMIATO ANCHE PER "LA SCONOSCIUTA") COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA.

CRITICA

"Mario Monicelli ha diretto un gran film su una guerra in cui non si combatte ma si muore. (...) Tutto il gran film (tratto da 'Il deserto della Libia', di Mario Tobino e dal brano 'Il soldato Sanna' in 'Guerra d'Albania' di Giancarlo Fusco) è benissimo interpretato, pervaso da un sentimento molto bello di rimpianto non certo per la guerra, ma per come erano gli italiani prima della modernità; è attraversato da un'ironia anche affettuosa." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 1 dicembre 2006)

"Il cinema italiano dovrebbe essere in festa: esce il nuovo lavoro, fortissimamente voluto e lungamente atteso, di un grandissimo regista che in passato ci ha regalato sommi capolavori, da 'La grande guerra' a 'L'armata Brancaleone', da 'I compagni' a 'Romanzo popolare'. Vedrete che la festa non sarà unanime. (...) Il film si muove in maniera picaresca tra la folla di ufficiali e soldatini, trovando una sintesi narrativa solo nel finale, nella bellissima scena del matrimonio/funerale e nell'ovvio destino di Stucchi, troppo poeta per reggere lo stress. Film perfetto al 70%, anche a causa di vicissitudini produttive, ma amaro, beffardo e 'politicamente scorretto' al punto giusto. Da vedere." (Alberto Crespi, 'l'Unità', 1 dicembre 2006)

"Rispetto ai classici della sua carriera, Monicelli ha accelerato (ma non da qui e da oggi) la tendenza, così assecondando un'infonda impressione di 'rozzezza', ad essere brusco, disinteressato a perdersi dietro al superfluo e interessato ad andare al sodo. Ma ha anche ceduto (proprio qui) a qualche concessione sentimentale impensabile. Il film è anche la dimostrazione che la 'commedia all'italiana', finita da un pezzo in quanto legata a un'epoca e a un'età anagrafica di chi l'ha fatta, sopravvive ben al di là del genere: perché è uno spirito, uno sguardo, uno stile del vedere la vita. E, qui, rientrano sotto questo cappello certe forzature attualizzanti, come le uscite dell'inetto maggiore Haber sul 'portare la democrazia' ai colonizzati. Se anche il film uscisse anonimo in certi passaggi sono così inequivocabilmente 'firmati' che chiunque riconoscerebbe la mano 'antieroica' del maestro. Come quello che celebra, al tempo stesso, la sepoltura e il matrimonio per procura del soldato caduto. Le tre punte del coro sono Giorgio Pasotti, Alessandro Haber e Michele Placido nel cui personaggio del missionario incazzoso Monicelli rappresenta il proprio alter ego. Togliendosi per la prima volta lo sfizio di dire 'io', dopo 91 anni di servizio." ('la Repubblica', 1 dicembre 2006)

"Le meraviglie del cinema. Manoel de Oliveira, quasi centenario, ci propone ogni anno un'opera maggiore. Il nostro caro Mario Monicelli, ultranovantenne, con 'Le rose del deserto', ci regala un bellissimo film, divertente e commovente, con tecniche narrative (e di stile) sapientissime, con una recitazione dosata al massimo e pronta a ottenere da ogni interprete - sia nel dramma sia nella commedia - i risultati più convincenti e migliori, senza un attimo di incertezza. Lo spunto l'ha tratto liberamente dal romanzo-diario di Mario Tobino, 'Il deserto della Libia', con una citazione anche di un episodio 'Il soldato Sanna', raccontato da Giancarlo Fusco nel suo libro 'Guerra d'Albania'. (...) Un gruppo rappresentato nella sua coralità, ma anche studiando abilmente da vicino le fisionomie dei singoli, soprattutto quella del maggiore, con certi suoi tic linguistici e con atteggiamenti pronti a prestare il fianco alla beffa e poi quella del frate, pur in apparenza lontano dagli schemi, ligio, in realtà, ai suoi fondamentali principi di umanità e di pietà. (...)Con il gusto un po' anche della caricatura, nelle stesse cifre domestiche di quell'altro capolavoro di Monicelli che è stato 'La Grande Guerra', svolte però sempre con equilibrio attento fra l'emozione e l'ironia sia nel disegno dei caratteri sia nelle situazioni che li accolgono. Mentre dei ritmi agilissimi conducono avanti l'azione senza né incrinature né stasi, favoriti da una recitazione specchio sempre fedele dei climi cui si tendeva. Intanto, Michele Placido, un frate rustico e asciutto ma dai colori vivacissimi, poi Alessandro Haber, fra sentimento e motteggio nei panni del maggiore. E così tutti gli altri. Esempio perfetto di un affiatamento costante." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 29 novembre 2006)

"A colpire è soprattutto il modo scelto da Monicelli per raccontare un'epopea al contrario che poteva scivolare nella retorica o nella nostalgia. Tagliando ogni possibile fronzolo narrativo, concentrandosi solo su ciò che sembra davvero necessario e ineliminabile, il film evita qualsiasi oleografia e tentazione predicatoria. Non c'è mai tempo per dilungarsi sull'irruzione improvvisa della morte, per sottolineare un possibile effetto melodrammatico, per ribadire la crudezza dalla realtà. Certo Monicelli ha fatto di necessità virtù. Probabilmente i pochi mezzi produttivi e le disavventure della lavorazione non permettevano scelte spettacolari, ma non si respira mai l'aria del film povero o arrangiato. Magari spesso è stata 'buona la prima', ma perché lo era davvero. Solo la musica a tratti pare troppo invasiva. Tutto il resto è bello e convincente, alla faccia di chi pensa che raccontare la guerra sia solo giocare ai soldatini. Se negli ultimi film ('Panni sporchi', 'Facciamo paradiso', 'Cari fottutissimi amici') Monicelli aveva cercato di aggiornare stancamente la formula della commedia all'italiana, accentuandone certi difetti come il cinismo di comodo o la superficialità mimetica, qui ritrova la forza e la lucidità del vero moralista. E ci chiede di confrontarci con un'idea di popolo che il cinema italiano aveva completamente dimenticato, senza nasconderne l'ignoranza o la vanità, la creduloneria o la piccineria, ma anche raccontarcene l'allegria e la saggezza e persino il quotidiano eroismo. Oltre che l'umanissima necessità del compromesso, così Strucchi non dubiterà della fedeltà della moglie e Pitocco non scaricherà su altri il peso della sua coscienza. Ma nello stesso tempo non concede sconti al potere, perché sa benissimo che le responsabilità maggiori sono proprio lì. Lasciando al frate e alla sua laicissima religiosità il compito di aiutarci a capire un po' meglio il mondo che ci stava - e che ci sta - intorno." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Serra', 1 dicembre 2006)

"Piacerà a chi rimpiange i classici della commedia all'italiana e potrà constatare che il novantenne regista ha ancora qualche cartuccia da sparare." (Giorgio Carbone, 'Libero', 1 dicembre 2006)

"Bel colpo girare - a settant'anni di distanza - due film ambientati nello stesso posto: nel 1936, come
aiuto-regista di Augusto Genina, Mario Monicelli prese la via della Libia per girare 'Squadrone bianco'; nel 2006 Monicelli l'ha ripresa per firmare 'Le rose del deserto'. Partendo dal romanzo del viareggino Mario Tobino 'Il deserto della Libia' (Mondadori) - già ispiratore di 'Scemo di guerra' di Dino Risi - il viareggino Monicelli imprime a un episodio della guerra italo-inglese i toni grotteschi, vitalismo in meno, dell' 'Armata Brancaleone'. Dunque i personaggi non sono vili, come quelli della sua 'Grande guerra' (1959), ma folli o disadattati. E non c'è ricerca di facile comicità, salvo nel caso del generale motorizzato impersonato da Tatti Sanguineti. (...) Non ci sono scene di battaglia nelle 'Rose del deserto': più che un film sulla guerra o contro la medesima, è un film sulle miserie umane, che le situazioni di una guerra esasperano. Del resto le rose del titolo non sono veri fiori, ma escrementi cristallizzati... Se la ricostruzione d'ambiente è dignitosa (come ci si può aspettare da un regista che certe realtà le ha viste), imperfetto è il reperimento dei veicoli d'epoca. Ma imperdonabile è solo che nel 1940 si parli di 'Addio Kira' di Goffredo Alessandrini, uscito nel 1942, e che il lessico ('democrazia', 'libertà', ecc.) non sia di allora, ma di oggi, per evocare non la difesa del Mare nostrum, ma l'invasione dell'Irak. Peccato: certe allusive goffaggini sono degne di Salvatores, non di Monicelli." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 1 dicembre 2006)

"Per andare al sodo - proprio come vorrebbe il grande Mario Monicelli - 'Le rose del deserto' è un film sbrigativo e piacevole nonché corroborato da qualche interpretazione eccellente. Conta poco, in questa sede, mettersi a disquisire sull'eredità della commedia all'italiana e sulla sua continuità attraverso i tempi: estraneo come pochi al cerimoniale critico e alle regole del cinema di nicchia, il giovane novantunenne punta dritto al pubblico con lo spirito del valente artigiano sprovvisto d'ingombrante e magari indesiderato budget. (...) Lo spunto - liberamente tratto dai romanzi verità di Mario Tobino e Giancarlo Fusco - non costituisce una novità e, anzi, allontanandosi dagli impianti decisamente tragici alla 'Grande guerra' o 'Il deserto dei Tartari', va a raccordarsi con il variegato sottogenere che parte da 'Natale al campo 119' di Francisci, passa per 'Scemo di guerra' di Risi e arriva a 'Mediterraneo' di Salvatores: una piccola comunità di "italiani brava gente" che, sempre malistruiti, malequipaggiati e malcomandati, cercano di sopravvivere alle follie guerresche aggrappandosi a un pragmatismo per un terzo comico, un terzo eroico e un terzo imbelle. 'Le rose del deserto' funziona sino a quando il piglio monicelliano resta, appunto, stravagante, grottesco, vitalistico, bruscamente anacronistico e paradossalmente nostalgico; cala, invece, di brutto quando prevale lo script firmato da Bencivenni & Saverni infarcito di tiratine moralistico-attualistiche: gli sberleffi sulla democrazia da imporre con le baionette, sui tabù erotici islamici, sulla vocazione alla Gino Strada di padre Simeone o sul buffonesco cammeo del generale ultrafascista assegnato allo studioso Tatti Sanguineti." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 2 dicembre 2006)
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