La strada di Levi

ITALIA - 2006
La strada di Levi
Il 27 gennaio 1945 lo scrittore Primo Levi viene liberato dal campo di concentramento di Auschwitz. Dopo un anno di prigionia, riacquista la libertà e può tornare a casa. Mentre il ricordo di tutto quello che è accaduto, rimane indelebile nella sua memoria, impossibile da cancellare, Levi inizia un lungo viaggio di dieci mesi per rientrare nella sua Torino. Attraversa Polonia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Romania, Ungheria, Austria e Germania, fino a tornare finalmente in Italia, incontrando personaggi enigmatici che ritrarrà nel suo romanzo "La tregua". Sessanta anni dopo il regista Davide Ferrario, accompagnato dallo scrittore Marco Belpoliti, compie lo stesso tragitto attraverso l'Europa di oggi segnata dal post-comunismo. Il loro "viaggio della memoria" si intreccia con il ritratto dei moderni Paesi europei, in cui i resti dell'impero sovietico si alternano alla sconcertante povertà dei villaggi di emigranti, alla devastazione nei dintorni di Chernobyl e al timore che il seme neo-nazista stia attecchendo.
  • Altri titoli:
    Primo Levi's Journey
    La strada di Levi - 6.000 km. 10 frontiere. 60 anni
  • Durata: 92'
  • Colore: B/N-C
  • Genere: DOCUMENTARIO
  • Specifiche tecniche: 16/9
  • Produzione: DAVIDE FERRARIO PER ROSSOFUOCO, RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 19 Gennaio 2007

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Davide Ferrario viaggia con Primo Levi, per 6.000 chilometri, attraverso Polonia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Austria, Germania e, infine, Italia. A sessant’anni di distanza, il regista ripercorre il tragitto compiuto da Levi dopo la liberazione dal campo di sterminio di Auschwitz il 27 gennaio 1945. Un viaggio lungo dieci mesi, poi riversato ne La tregua. Presentato in concorso alla Festa del Cinema di Roma, La strada di Levi è una docu-fiction, che utilizza quella tregua, tra Seconda Guerra Mondiale e Guerra Fredda, per inquadrare la tregua odierna, sospesa tra la caduta del Muro di Berlino e l’11 settembre 2001. Il problema che i luoghi di quella tregua non sono quelli di questa: qual è il tramite, il passaggio di senso, tra le immagini di Ground Zero che aprono il film e il successivo dipanarsi nell’Est europeo? Ovvero, il fondamentalismo islamico, la guerra preventiva al terrore e l’adombrato scontro di civiltà in che relazione stanno con il regista polacco Andrzej Waida che porta Ferrario a visitare l’accaieria di Nowa Huta, voluta dal regime comunista negli anni ’50; l’omicidio del cantante Igor Biloriz a L’viv in Ucraina; il gulag di Novograd-Voljinsky, Chernobyl e la città fantasma di Prypiat in Bielorussia; migranti moldavi, operaie rumene, un gruppo di neo-nazisti in Germanie e, infine, Mario Rigoni Stern? Ben musicato da Daniele Sepe, contrappuntato dai passi de La tregua e da immagini di repertorio di Levi (e non solo), ben fotografato da Gherardo Gossi e Massimiliano Trevis, La strada di Levi sbanda, si infila in vicoli ciechi (il passaggio in Ucraina), divieti d’accesso ermeneutico (i neo-nazisti in Germania), ma soprattutto non spiega l’iniziale inversione a U, ovvero la volontà di cercare negli stessi luoghi le risposte a problemi diversi. Il film passa l’esame, le intenzioni che lo muovono no.  

NOTE

- REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DI MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI - DGC - FILM COMMISSION TORINO PIEMONTE

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA I^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' (2006).

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2007 COME MIGLIOR DOCUMENTARIO.

CRITICA

Dalle note di regia: "Noi, come Primo Levi allora, viviamo oggi al termine di una tregua... Per Levi si trattava della tregua tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l'inizio della Guerra Fredda; per noi è quella tra la caduta del muro di Berlino e l'11 settembre 2001. Nel nostro film non abbiamo trovato la risposta a cosa ci aspetta. Ci siamo solo messi in viaggio, per incontrare persone, senza preconcetti, per comprendere i paradossi in cui noi europei stiamo vivendo. (...) La strada di Levi arriverà nelle sale italiane il 19 gennaio, ma non vogliamo che si leghi l'uscita con le celebrazioni per il Giorno della Memoria. Ci sembrava soltanto il momento migliore per evitare la troppa concorrenza del periodo autunnale e quella dei film di Natale".

"Il concorso ha accolto con il dovuto rispetto 'La strada di Levi', documentario sui generis di Davide Ferrario che ripercorre sessant'anni dopo il ritorno dell'autore de 'La tregua' da Auschwitz a Torino. Se è rievocato magistralmente lo struggente aprirsi dello scrittore a un mondo carico di aspettative, piuttosto ambigua risulta l'enfasi assegnata alle disillusioni seguite alla fine dell'impero sovietico." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 20 ottobre 2006)

"Ne 'La strada di Levi' di Davide Ferrario e Marco Belpoliti è molto bella l'idea di rifare sessant'anni dopo il lungo e tortuoso percorso compiuto da Primo Levi dopo il 1945 per tornare a Torino dal campo di concentramento nazista di Auschwitz. (...) Mercati all'orientale, cimiteri, persone che ricordano, danno il senso della perennità della tradizione. Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Austria, Germania, collegate dalla voce di Umberto Orsini, sembrano terre bellissime e insieme campi di battaglia dopo la sconfitta, isole spopolate." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 19 gennaio 2007)

"Con la collaborazione ai testi di uno scrittore come Marco Belpoliti cui risale l'idea, ha cominciato con le celebrazioni ad Auschwitz del 60esimo anniversario della liberazione dei deportati e, via via, ha ripercorso il cammino di Levi: qua, in Polonia, ascoltando Andrzej Wajda su un'acciaieria che non esiste più; là, in Ucraina, soffermandosi sull'assassinio politico di un cantante inviso ai nuovi capi di Mosca. Verificando, in Bielorussia, la sussistenza di sistemi propri al KGB, mentre i contadini sembrano rimpiangere i kolkhoz. Segue il deserto lasciato attorno a Chernobyl dopo l'evacuazione forzata degli abitanti, con una tappa in Moldavia da cui molti, senza più lavoro, emigrano in massa, anche se, invece, in Romania, ci sono italiani che vi lavorano con successo. La conclusione, dopo aver attraversato l'Ungheria e una Germania dove si ascoltano ancora canti nazisti, è a tu per tu con Mario Rigoni Stern, amico di Levi, cui, fra quelle tante contraddizioni, si affida un messaggio di speranza. Dal vivo, con incontri e presenze dal vero. Un documentario, certo, ma anche un documento. Dell'oggi rivissuto sulle tracce di ieri." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 19 gennaio 2007)

"Si può fare un film di viaggio nell'epoca della Cnn, di Internet, di Google Earth, di quei mille canali che saturano il nostro immaginario senza soddisfarlo? Si può, anzi forse si deve. Ma proprio perché assediati da mille (pseudo)informazioni, occorre scegliere ed esibire un punto di vista, uno stile che dia forma, senso, meglio: peso a immagini che altrimenti galleggerebbero nel vuoto (o nel troppo pieno). Nella 'Strada di Levi' questo punto di vista è, insolitamente, letterario. (...) Quel precipizio sta sotto tutti noi anche se non lo vediamo, si chiama Storia, e nei momenti migliori del film sembra quasi di poterlo toccare, di sentirne l'odore. Basterebbe questo a consigliare la visione di un film forse discontinuo ma nell'insieme azzardato e penetrante come pochi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 19 gennaio 2007).

"Si resta increduli osservando sulla carta geografica il paradossale itinerario che Primo Levi, liberato dal lager polacco di Auschwitz, percorse dal gennaio all' ottobre 1945 per tornare nella sua Torino. (...) S'impone l'analogia con l' archetipo di tutti i racconti imperniati sul 'nostos', il ritorno, ovvero l' 'Odissea'. Intorno alla quale i commentatori intrecciano da secoli le ipotesi più stravaganti. Come quella per cui il reduce da Troia non avrebbe avuto una gran voglia di tornare a casa. Prevedendo che in patria lo attendevano altre battaglie, Odisseo si concesse una lunga divagazione esistenziale, simile a quella che Levi battezzò 'La tregua'. Un romanzo-verità già rispecchiato nel film di Francesco Rosi (1997), intessuto di episodi memorabili; mentre diverso è l'uso che ne propone Davide Ferrario con Marco Belpoliti in 'La strada di Levi'. (...) A conferma che proprio nei grandi libri del passato si trovano indicazioni utili a capire il presente, 'La strada di Levi' viene ripercorsa per constatare i mutamenti intervenuti nel panorama sociopolitico dell'Europa tuttora sommersa. (..) Sulla scorribanda di Ferrario ci si rende conto di quanto poco sappiamo del mondo a suo tempo etichettato d'oltrecortina e quanto sarà lungo l'iter per diventare, di fatto e non solo di nome, cittadini europei. Chi ha ammirato Rigoni qualche settimana fa nell'intervista tv di Fabio Fazio lo rivedrà volentieri tirare le somme di una tremenda esperienza che per lui, tra i pochi alpini usciti vivi dalla ritirata di Russia, si è tradotta nel dovere della testimonianza. Un imperativo morale che Levi ha fraternamente condiviso per poi cedere di colpo all'angoscia di troppe ferite inguaribili." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 19 gennaio 2007)
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