La resa dei conti

ITALIA - 1966
Il pistolero Jonathan Corbett, dopo aver eliminato in nome della giustizia dall'intero territorio del Texas ogni genere di banditi, si vede offrire da un potente uomo di affari la candidatura al Senato in cambio di un appoggio al progetto di una ferrovia trans-texana. Mentre il pistolero sta per accettare, convinto che tale impresa, concepita sia pure per convenienza finanziaria, sarà di beneficio al paese, viene annunciato che uno straccione messicano, Cuchillo, ha violentato ed ucciso una giovane donna. L'incarico di prendere vivo o morto il colpevole viene affidato a Corbett il quale ben presto si accorge che quella caccia all'uomo è la più lunga e difficile che abbia mai compiuto nella sua carriera. Cuchillo sembra imprendibile e ogni volta che viene catturato riesce nuovamente a fuggire opponendo le risorse inesauribili della sua vitalità e della sua inventiva beffarda alla fredda, professionale abilità di Jonathan. A poco a poco Corbett ha modo di conoscere meglio Cuchillo e viene a sapere che il messicano è innocente. Alla resa dei conti, Jonathan, tenendo fede al suo impegno di giustiziere, dopo aver scoperto che l'assassino della giovane donna è il genero del potente uomo di affari e che questi è il diretto responsabile della caccia al messicano, con l'aiuto di Cuchillo elimina i veri colpevoli.

CAST

NOTE

- PRIMO WESTERN DI SOLLIMA ED ESORDIO DI TOMAS MILIAN COME CUCHILLO

CRITICA

Dalle note di regia: "(...) Volonté era la scelta iniziale per il messicano, e poi c'era Van Cleef ancora sotto contratto con Grimaldi. Su Tomas Milian invece tutti erano esitanti, perchè veniva dal cinema d'arte. L'ho inventato io."

"Il film diretto con buon mestiere non è privo di momenti di un certo interesse grazie anche alla caratterizzazione di alcuni personaggi." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 61, 1967)

"Originale e ambizioso spaghetti western diretto da Sergio Sollima, che non si limita, come lascerebbe intendere il titolo, a far cantare le colt nel solito duello conclusivo. Mantenendosi fedele ai sacri canoni dell'avventura, con overdose di violenza e parolacce, sa anche dar rilievo ai caratteri, riuscendo perfino a trarre miracolosamente qualche palpito dal volto immobile di Lee Van Cleef". (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 17 febbraio 2003)
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