La pelle che abito

La piel que habito

SPAGNA - 2011
Robert Ledgard è un dottore che da anni porta avanti i suoi esperimenti per creare in laboratorio un tessuto, simile alla pelle umana, sintetico e robusto. Il suo fine è quello di ridare alla moglie, sfigurata da un incidente, la bellezza di un tempo, ma il prezzo da pagare è alto: su chi sperimentare l'efficacia del suo ritrovato scientifico?

CAST

NOTE

- IN CONCORSO AL 64. FESTIVAL DI CANNES (2011).

- CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2012 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Ispirato a 'Tarantola' di Jonquet, è 'La pelle che abito' di Pedro Almodóvar, thriller fantasociale per palati post-postmoderni: come titolo vuole, la macchina da presa è il bisturi di una chirurgia estetizzante, con due occhi alla superficie delle cose e uno chiuso sulla storia. La regia, epidermica, fa di tutta l'erba almodovariana - feticismo, madre-figlio, ironia sul sesso, etc. - un fascio chiamato summa autoriale: la più massimalista, non la più lucida, perché sebbene le mentite spoglie (il genere inedito di riferimento) è sempre Almodóvar che fa, anzi, strafa Almodóvar. Senza preoccuparsi di altro, nemmeno del film: 'La piel que habito' è uno sharpei, eppure, non è di razza." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 22 settembre 2011)

"Pedro Almodóvar e l'horror. Gli si rivolge non solo per soddisfare l'entusiasmo sempre un po' Kitch con cui vi guardano le platee di tutti i giorni, ma anche per venire incontro a quei tanti cinefili che appassionatamente lo coltivano da tempo immemorabile, affascinati dai vari miti di cui è permeato, specialmente quello di Frankenstein. Così, tra le pieghe di questa sua nuova storia scopriamo senza fatica citazioni ampie proprio di Frankenstein, ma non solo di quello. Ravvivate da un tema nobile: gli uomini possono anche cambiare pelle, sesso, sembianze, ma il loro animo rimarrà immutato perché la natura è più forte delle apparenze. (...) Senza smarrire un solo momento l'equilibrio fra i generi visitati (ci sono anche il mélo e il thriller), anzi in cifre in cui più il disagio irrompe - fisico e morale - e più nello stile, si tende all'impassibilità se non addirittura al gelo. Mentre, in parallelo, i meccanismi narrativi ci propongono una serie suggestiva di scoperte. Al centro, ancora una volta, Antonio Banderas e Marisa Paredes, per nulla preoccupati, costeggiano con le loro carriere, attraverso gli anni, quella di Almodóvar, di mostrare sui loro volti i segni del tempo. Perché anche questo li ha da tempo inseriti nella storia del grande cinema." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 23 settembre 2011)

"Ispirandosi al noir 'Tarantola' (Feltrinelli, 2005) di Thierry Jonquet, Almodóvar vi ha trasferito (con un occhio a Hitchcock) le proprie ossessioni: il trasformismo sessuale, il feticismo, il possessivo rapporto con un corpo oggetto, le ferite mai rimarginate del passato, le forti figure materne. Ne è risultato un film di cui è arduo definire il genere - horror, thriller, mèlo infiltrato di grottesco - e che porta in pieno la firma dell'autore. E tuttavia, pur intrigante, il gioco rischia di rimanere fine a se stesso: come se per mascherarsi meglio sotto la pelle dei suoi personaggi, Almodóvar ne abbia voluto (dovuto?) congelare le emozioni." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 23 settembre 2011)

"Piacerà ai fanatici di Almodóvar naturalmente, che ingoiano giocondamente tutto quanto arriva dal regista della Mancha e andranno in estasi per 'La pelle che abito' dove la pietanza è ulteriormente pepata da forti ingredienti horror. L'horror non mancherà di stuzzicare anche chi di don Pedro ha solo una moderata stima. Stima non accresciuta però dalla scelta di Banderas come incrocio tra Frankenstein e Nip e Tuck. il buon Antonio è inquietante quanto il cane Scooby-Doo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 settembre 2011)

"Qualcuno conosce il numero della neuro di Madrid? Be', bisognerebbe chiamare per sapere quando e perché hanno dimesso Pedro Almodóvar? Chissà, già che era ricoverato, se gli hanno fatto anche l'anti-doping. Quel genio di spagnolo l'ha fatta davvero grossa. Il suo ultimo capolavoro è un folle, perverso pasticcio di incommensurabile noia e di irresistibile umorismo involontario. (...) Tra le tante balordaggini, il primato tocca a un tale travestito da tigre, in fuga dalla polizia e assatanato come un mandrillo, che irrompe nel film e ne esce, ammazzato a rivoltellate dopo una caricaturale sveltina, senza lasciare traccia. Mah. Lo stoccafisso Antonio Banderas, temerariamente ripescato da don Pedro ventidue anni dopo I'inguardabile Légami', resta attonito per tutto il tempo (quasi due interminabili ore). Avrebbe bisogno lui di un chirurgo plastico, vero: tanto per cambiare espressione." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 23 settembre 2011)
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