La macchinazione

ITALIA, FRANCIA - 2016
Nell'estate del 1975, Pier Paolo Pasolini è impegnato al montaggio di uno dei suoi film più discussi, "Salò o le 120 giornate di Sodoma", e nella stesura del romanzo "Petrolio", un atto di accusa contro il potere politico ed economico dell'epoca. Intanto, da mesi ha una relazione con Pino Pelosi, un giovane proletario romano che ha legami con il mondo criminale della capitale. Una notte, alcuni amici di Pelosi trafugano il negativo di Salò e chiedono un riscatto. Tuttavia, il vero obiettivo non sono i soldi, ma Pasolini...

CAST

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON CONTRIBUTO ECONOMICO DEL MINISTERO DEI BENI CULTURALI E DEL TURISMO-DIREZIONE GENERALE CINEMA; REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DELLA REGIONE LAZIO-FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO E IN ASSOCIAZIONE CON ALIANTE PARTNERS SPA AI SENSI DELLE NORME SUL CREDITO D'IMPOSTA. REALIZZATO ANCHE GRAZIE ALL'UTILIZZO DEL CREDITO D'IMPOSTA PREVISTO DALLA LEGGE, 24 DICEMBRE 2007, N. 244.

- CANDIDATO AI GLOBI D'ORO 2016 PER: MIGLIORE SCENEGGIATURA E ATTORE (LIBERO DE RIENZO).

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2016 PER: MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (MILENA VUKOTIC) E FOTOGRAFIA (FABIO ZAMARION È STATO CANDIDATO ANCHE PER "LA CORRISPONDENZA" DI GIUSEPPE TORNATORE E "ASSOLO" DI LAURA MORANTE).

CRITICA

"'La macchinazione' (...) tesse una complicata trama che molti liquideranno come dietrologica, ma trova solidi agganci anche in altre inchieste parallele. (...) tutto - nella finzione alla Oliver Stone - era stato preparato così minuziosamente (...). Sullo sfondo, un sottobosco malavitoso colorito e credibile (qua e là però il romanesco degli attori scricchiola), il rovente clima politico del '75, intercettazioni, spiate, un paio di incontri col fantomatico Steimetz (...). E naturalmente idee, ossessioni, allucinazioni perfino (la scena meno riuscita del film: Pasolini vede il futuro), di un intellettuale che aveva capito tutto, forse anche cosa lo aspettava. Non manca niente insomma, ma anche per questo il film cerca un linguaggio capace di fondere tutte queste suggestioni senza mai trovarlo fino in fondo. Tra inchiesta romanzata, affresco d'ambiente, diario intimo (i rapporti con la madre e con Pelosi), ne esce un racconto discontinuo, con momenti forti e altri assai meno (le trivelle del finale), ma capace comunque di scavare a lungo nello spettatore. Che poi è ciò che conta." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 marzo 2016)

"La ricostruzione di Grieco - che nel libro è argomentata con la precisione di un saggio, nel film è messa in scena come un apologo - va in tutt'altra direzione. Tale direzione ha un nome: 'Petrolio'. Nel film, Pasolini - uno stupefacente Massimo Ranieri - sta lavorando su questo testo, raccogliendo notizie su tutti i misteri dell'Italia del dopoguerra. (...) A suo modo 'La macchinazione' è un thriller, quindi il finale dovete scoprirlo al cinema. Come si diceva, è anche un apologo come lo erano alcuni film di Pasolini ('Teorema', 'Porcile', lo stesso 'Salò'). Grieco alterna scene rigorosamente vere e documentate a ipotesi poetiche, come il finale in cui l'Idroscalo di Ostia viene cancellato da uno squadrone di pozzi di petrolio semoventi. Qualcuno gli farà le pulci per questa alternanza di realismo e invenzione, senza pensare che è la stessa operazione (romanzo sì, romanzo no) messa in atto da Roberto Saviano in 'Gomorra'. 'La macchinazione' propone una lettura politicamente durissima di un mistero, a guardarlo bene, nemmeno tanto misterioso. E' un film magari imperfetto, ma assolutamente indispensabile." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 24 marzo 2016)

"Non c'è pace per PPP. Dopo il recente e controverso 'Pasolini' di Abel Ferrara è il turno di David Grieco, noto studioso e 'amico di famiglia' dell'intellettuale assassinato nel 1975. 'La macchinazione' è il titolo emblematico attribuito alla sua ricostruzione degli ultimi tre mesi di Pier Paolo, con l'intento di 'tirar fuori' la verità volutamente sotterrata con la sua morte. (...) tutto (...) si mescola nevroticamente nel dramma di Grieco, tra realismo e immaginazione, dove quest'ultima ha il chiaro intento di presumere il punto di vista di Pasolini. Forse per troppo attaccamento al soggetto, il film non decolla nella direzione probabilmente desiderata, nonostante l'indubbia onestà che lo anima. Ranieri è mimetico e si sa, fu lo stesso Pier Paolo a dirglielo." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 24 marzo 2016)

"Spiacerà a chi non ne può delle ricostruzioni, sempre più macchinose, sempre più arbitrarie su quella fatidica notte del novembre 1975. Per ricostruire Grieco usa il metodo Oliver Stone ('JFK') assemblando quanti più sospetti possibili (in altre parole sparacchiando a casaccio). Ma lui non sa sparacchiare come Stone. E confonde più che convincere." (Giorgio Carbone, 'Libero', 24 marzo 2016)

"Nebuloso, contorto dramma che rievoca gli ultimi mesi di Pasolini, senza dire nulla di nuovo. Recitazione artigianale, linguaggio da borgata e molta noia. Ranieri somiglia al personaggio, ma è troppo vecchio." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale, 24 marzo 2016)

"Chissà se non fosse stato ucciso cosa avrebbe pensato degli anni a venire Pier Paolo Pasolini, cosa avrebbe scritto, se si sarebbe scagliato con foga contro gli smartphone così come ci mostra in una visione (di particolare bruttezza) David Grieco nel suo film. Siamo nel campo dei possibili, di quell'onirico che almeno al cinema permette molte variazioni come spiegava Orson Welles a un Henri Janglom in difficoltà (nel bel 'A pranzo con Orson', Adelphi) consiglio che in questo caso non appare preso in considerazione. Pasolini fustigatore della sua realtà, i giorni italiani del 1975 che precedono la sua morte, si scaglia intanto contro i culi in mostra sui manifesti che pubblicizzano dei nuovi jeans: Jesus, naturalmente. Ma del poeta, dello scrittore, dell'intellettuale 'La macchinazione' (...) dice poco, anzi a chi non conosce Pasolini, la sua opera, i suoi scritti, i suoi film quasi nulla. Così come dice poco dell'Italia che lo ammazzò. Tutto si concentra infatti nel dimostrare la «macchinazione» del titolo, seguendo la necessità di illuminare i punti oscuri che ancora circondano la morte dello scrittore contrapponendo alle versioni ufficiali un'altra «verità» più scomoda e spinosa. (...) Un' Italia di trame nere, politica e criminalità organizzata, servizi deviati, poliziotti conniventi, magistrati corrotti, onorevoli mafiosi tutti uniti e tutti complici in questa morte, tutti responsabili ad armare le mani che massacrano lo scrittore sulla spiaggia dell'Idroscalo di Ostia la notte del 1 novembre 1975. Colpevole, Pasolini, di essere una voce scomoda e scandalosa (...). Sulla necessità che Grieco pone come punto di partenza del suo film nulla da eccepire. Quello che ci si chiede però è perché questa necessità decide di mettere da parte il cinema prima di tutto, punteggiando questo film - come se il soggetto fosse bastante a sé - di primi piani di occhi, la musica che parte a bomba nei momenti topici. Parti in bianco e nero negativo di «verità» vintage, e l'assoluta mancanza di sfaccettature nella personalità di Pasolini stesso, affidato a scarne frasi calate dall'alto - e anche parecchio irritanti, certo di sé dice che è un provocatore ma questo da solo non basta - e del suo universo poetico. (...) Poi certo ci sono interrogativi aperti e connivenze ma Pasolini sembrava infastidire più per la sua figura complessiva - come affiora nel film di Ferrara che nella sua libertà appare molto più politico di questo - che per un' unica opera. Ed è questa zona che forse l'immaginario nella distanza dovrebbe indagare anche perché è sempre attuale mentre il complotto finisce per dire quanto ci si aspetta e persino si vuole vedere. Musica dei Pink Floyd parafrasando dei bei virus spiazzanti italiani di quella stessa epoca più o meno messi all'angolo nel tempo a venire. Ma questa è un'altra storia." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 15 marzo 2016)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy