La febbre

ITALIA - 2004
La febbre
Mario, geometra 30enne, ha un sogno nel cassetto: aprire un locale insieme ad alcuni amici. Quando arriva, inaspettata, una lettera di assunzione al comune, Mario decide di accettare l'impiego, anche se in contrasto con le sue aspirazioni. Del resto, si tratta soltanto di indossare panni diversi da quelli desiderati per una breve porzione di vita e ottenere in cambio, la realizzazione di un sogno. Si imbatte così nello squallore della burocrazia, nei sotterfugi, nel grigiore, nell'umiliazione. L'incontro con una ragazza, Linda, gli apre altre prospettive esistenziali e gli dà modo di sognare ancora, ma non un locale, bensì una patria in cui si venga apprezzati e riconosciuti per ciò che si è realmente...
  • Durata: 108'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Produzione: MARCO POCCIONI, MARCO VALSANIA PER RODEO DRIVE, RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2005)
  • Data uscita 1 Aprile 2005

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Mario Bettini (Fabio Volo) geometra trentenne a Cremona con fervore. Il cassetto dei sogni è vuoto: con gli amici si impegna attivamente per aprire un locale. Ma arriva dal Comune una lettera d'assunzione: Mario accetta e si trova nell'impasse della burocrazia. L'entusiasmo è risucchiato negli ingranaggi farraginosi dell'amministrazione del quieto vivere: si respira solo per amore, quello di Linda (Valeria Solarino), amante poetica e prosaica cubista. Linda parte per l'America, Mario si scontra con la madre (Gisella Burinato) e se ne va di casa. Con l'amico Bicio ricicla rottami per creare oggetti di design e arredare il locale. Il lavoro presso l'ufficio tecnico è sempre più svilente: che fare? Coniugando la denuncia dell'immobilismo socio-politico del Paese alla riflessione sulla potenza dei sentimenti, D'Alatri traduce in immagini l'appello di Ciampi - durante un incontro al Quirinale con i candidati ai David di Donatello - a coltivare le proprie potenzialità con coraggio e fantasia. Sulla scia emotiva di quell'invito, il regista romano ha iniziato a pensare a La febbre scrivendo poi la sceneggiatura con Domenico Starnone e Gennaro Nunziante. Il risultato è un film che utilizza il côté intimistico della storia d'amore tra Mario e Linda per aprire uno squarcio di luce su un'Italia sempre più incline a sacrificare le aspirazioni individuali in ossequio a una mediocrità professionale senza futuro: "Col tempo - afferma D'Alatri - ci siamo trasformati in un popolo di ragionieri e nel nome del 'tengo famiglia' ci siamo congelati, mandiamo giù tanti rospi, facciamo finta di niente e che tutto vada bene, mentre è un altro l'atteggiamento che dovremmo avere". Quello de La febbre è un imperativo morale categorico: l'Italia va salvata, ora o mai più. Partendo dal basso, rifiutando la logica dell'acquiescenza senza temere la caduta e l'errore. Quale approdo? Un casale di campagna ristrutturato dove custodire i frutti dell'amore e del lavoro. Se Casomai denunciava la programmatica reversibilità di ogni scelta, La febbre stigmatizza l'assenza di scelte esistenziali: l'Italia ha da destarsi.

NOTE

- VINCITORE DEL NASTRO D'ARGENTO 2006 PER: COLONNA SONORA, CANZONE.

- IL FILM ERA CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO ANCHE PER: REGIA, PRODUTTORE (MARCO POCCIONI, MARCO VALSANIA), SCENEGGIATURA, FOTOGRAFIA, MONTAGGIO, SCENOGRAFIA.

- 4 CANDIDATURE AL DAVID DI DONATELLO 2006: MIGLIOR MUSICA, CANZONE ORIGINALE ("SOLO PER TE" DI LUCA SANGIORGI), MONTAGGIO, EFFETTI SPECIALI VISIVI.

CRITICA

"E' un film all'antica ma parla dell'Italia di oggi. Sembra la solita storia di gruppo, o di famiglia, che dai e dai è la palla al piede del nostro cinema, e invece è la storia di un singolo e della sua battaglia solitaria, feroce, ostinata, contro la mediocrità generale. (...) Ma 'La febbre' di Alessandro D'Alatri, forse il più ambizioso e riuscito dei suoi film (tolti certi inutili effetti digitali...), è anche molte altre cose insieme. E' una pietra tombale sul mito della cara vecchia provincia operosa e sanguigna, tenace e fattiva (siamo a Cremona), perché invidia e mediocrità allignano ovunque, non è questione di numeri. E' una galleria di personaggi ben costruiti, di facce giuste, di buone battute, di scene indovinate (su tutte il sogno col padre morto, Cochi Ponzoni, che emerge dalla nebbia con tutta la banda in stile 'Quarto stato', anche se suonano Celentano, non Verdi). Ma il copione ben strutturato nasconde un retrogusto amaro che sa di rabbia e disillusione più che di rivolta e sberleffo. Ed è un film d'amore, anche. Perché a riscattare le delusioni del buon Mario (un intonatissimo Fabio Volo), che non sa mai se quanto gli capita 'è culo o sfiga', c'è la passione dirompente e imprevista per la sensuale Linda (Valeria Solarino, volto irregolare e luminoso, una vera scoperta). Un cane sciolto, un po' come lui, nonché instancabile collezionista di randagi in proprio. Una che fa la cubista nei locali per mantenersi agli studi, ma ha vinto una borsa per andarsene in America a studiare l'opera del Nobel caraibico Derek Walcott." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 1 aprile 2005)

"Confermandosi spirito complesso di artista pronto al rischio D'Alatri torna in campo con lo stesso Fabio Volo, eccellente volto televisivo, del suo precedente successo 'Casomai', per raccontare una vicenda esemplare. (...) I difetti ci sono: non tecnici, è un film perfezionista, ma da eccesso di cose da dire. Resto però un film alto". (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 1 aprile 2005)

"Un buon copione, innanzitutto, che non usa mezze misure per esprimere il suo grumo di rabbia, disagio e disillusione giovanili. Poi un ottimo regista, Alessandro D'Alatri, fuori dal giro dei facili indignati e più vicino alla figura del professional all'americana, che sul lavoro non pratica schizzinose distinzioni (è un'autorità indiscussa nel campo degli spot pubblicitari). Infine un bel cast, che attorno al convincente Fabio Volo, definitivamente affrancato dallo stampo tv, fa ruotare sia strepitose scoperte (la sensuale Valeria Solarino) sia grintosi veterani (da Gisella Burinato e Cochi Ponzoni al magnifico novantenne Arnoldo Foà). 'La febbre' è un film sull'Italia d'oggi, ma la diagnosi del narratore non è prefabbricata bensì istintiva, generosa, magari confusionaria e soprattutto individualistica, una specie di peccato mortale per i tanti coniatori di slogan nostalgici. L'intonazione porta dritti alla grande commedia all'italiana dei Risi, Monicelli e Comencini, rispetto ai quali, però, D'Alatri esibisce la coscienza di una modernità non demonizzabile né procrastinabile e l'apologia del carattere, che può forgiare i percorsi e i destini esistenziali contro la protervia di famiglia, scuola, imprese e istituzioni varie." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 2 aprile 2005)

"Essere o non essere italiani? Sforzandosi di essere ottimista e perfino un po' qualunquista, D'Alatri firma invece una commedia amarissima e personale su un giovane italiano di provincia di oggi, costretto ad accettare le umiliazioni della burocrazia e la castrazione della genialità. Vivrà ai margini di un meccanismo che non accetta il suo personale contributo di vitalità ed entusiasmo. Tramano a suo danno, anche in buona fede, la madre vedova, il capo, gli amici, i parenti, la bella fidanzata, altre varie ed eventuali. Echi di Lattuada e Germi, ritmo accelerato e qualche banalità sentimentale. Bravi la Burinato e Franceschi, di gran spessore e qualità Fabio Volo, che riempie di sfumature e simpatia il suo personaggi. Un jolly." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 9 aprile 2005)
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