Jarhead

USA - 2005
Estate 1990. Anthony Swofford, soldato ventenne proveniente da una famiglia che è nell'esercito da tre generazioni, viene mandato nel deserto dell'Arabia Saudita per combattere la prima Guerra del Golfo. Anche in questo contesto infernale, tuttavia, si sviluppano legami di solida amicizia, coraggiosa lealtà e cameratismo a tutta prova tra "jarhead" - termine gergale per "marine" - che si sono giurati fedeltà eterna. Dalla sue parole emerge un'immagine della guerra molto diversa da quella riportata sui giornali o alla televisione. Soldati rissosi e spaventati all'idea che in ogni momento possano subire un attacco nemico, giovani inesperti catapultati senza preparazione in un territorio ostile e inusuale per loro, reclute che cercano di distrarsi in ogni modo. L'attesa delle lettere da casa come solo diversivo oltre al bere. Nonostante tutto però, legami d'amicizia, lealtà e cameratismo si sviluppano tra i "jarhead" che si sono giurati fedeltà eterna.

CAST

CRITICA

"Chi ricorda l'accoglienza che fecero i giovani al film 'All'ovest niente di nuovo', arrivato in Italia dopo la Liberazione ovvero con 15 anni di ritardo dovuti alla censura fascista? La riserva che emergeva nelle discussioni dei cineclub era che romanzi e film contro la Prima guerra non erano serviti a niente in quanto non avevano impedito la Seconda. Bastò lasciar passare del tempo per cogliere l'assurdo di una simile argomentazione e ben presto infatti ridemmo di noi stessi per averla tirata fuori. Eppure di fronte a 'Jarhead' di Sam Mendes mi è tornata alla memoria proprio quella vecchia riserva forse non del tutto stolida. (...) 'Jarhead', libro e film, sono una storia di guerra senza guerra. Anche quando i marines vengono spediti a ingrossare la forza d' urto assommante a 600mila uomini sui confini del Kuwait invaso dagli iracheni, la loro partecipazione al conflitto si riduce a un'interminabile attesa. Addestrati come tiratori scelti, scalpitanti nell'ansia di sparare per uccidere, i fantaccini vengono scavalcati e messi da parte dai lanciamissili o dall'aviazione. Di una guerra tutta affidata alla tecnologia nel deserto patiscono solo la lontananza, le corna che gli fanno le malafemmine lasciate a casa, il caldo, la sete e le prepotenze che si abbattono per via gerarchica. Nel loro andare e venire per le distese sabbiose scoprono all'improvviso il quadro orrendo di una strage di uomini e macchine, corpi carbonizzati, figure umane ridotte a sculture mortuarie: una sequenza da brivido, bravo Mendes. Niente di meglio i reduci si porteranno come ricordo da una militanza senza scopo. Eppure la divisa gli resterà incollata sulla pelle: 'Noi siamo sempre nel deserto'. 'War is hell', la guerra è l'inferno: la lapidaria asserzione di William T. Sheridan generale della Civil War va aggiornata. La guerra moderna è un limbo insensato, dove non si fa altro che prepararsi a scontri che il più delle volte non avvengono. Mendes ci fa vedere in lampi fugaci quale sarà il futuro dei non-eroi quando gli ricresceranno i capelli, però nel corso del film non li abbiamo conosciuti abbastanza per prendere molta parte ai loro problemi. Di tutta questa enorme messinscena, che gira intorno alla presenza attonita e ambigua di Jake Gyllenhaal, ci resta solo la frustrazione e il disgusto. Ma Swofford che l'esperienza l'ha vissuta e raccontata, in fin dei conti la evoca con nostalgia; e Mendes, che ha tradotto esemplarmente il libro in immagini, sembra d'accordo. Che avessimo ragione quando proclamavamo che romanzi e film non avrebbero fermato le guerre del futuro?" (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 17 febbraio 2006)

"A cominciare dalla scena iniziale, che cita testualmente 'Full Metal Jackett', passando per 'Apocalypse Now' (il montatore è lo stesso) e altri classici del film di guerra, 'Jarhead' va all'attacco dello spettatore con un'armata di situazioni e personaggi che gli sono già noti. Anche lo schema del racconto è - almeno nella prima parte - dei più frequentati, con l'addestramento delle reclute all'odio del prossimo e l'arrivo sul teatro di guerra. Da un certo punto in poi, però, ti rendi conto che non stai vedendo un 'war movie' come gli altri. Ciò che fa la differenza, in questa trasposizione delle memorie autobiografiche di un marine, è una mancanza; la mancanza di ciò che puntella il genere, anche nelle sue varianti antimilitariste più accreditate: Mendes cancella il mito e, con esso, la catarsi che purifica lo spettatore fin delle più efferate crudeltà. Qui, invece, si rappresenta una guerra i cui 'eroi' non sparano un sol colpo: anziché col nemico, combattono con la gelosia delle ragazze lasciate in America, col deserto, con la frustrazione della noia mista alla paura. Si aggiunga una dose di humour nero, congeniale al regista (inglese) di 'American Beauty', e si vedrà un film da cui la bandiera a stelle e strisce vien fuori piuttosto a brandelli." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 17 febbraio 2006)

"Dobbiamo provare rispetto per un film tratto dalle memorie di un vero ex-marine della prima guerra del Golfo. Ma ne proveremmo di più se il film, del libro non sappiamo, non somigliasse a un album delle figurine: utile per ricordare, come no, ma senza sconvolgersi troppo. L'addestramento col sergente carogna? Eccolo, tale e quale a 'Full Metal Jacket', citato subito per togliersi il pensiero. (...) E siccome questa è la prima generazione di combattenti post-Vietnam, ecco che il 'Jarhead' ('testa a barattolo') Jake Gyllenhaal legge addirittura Camus, perbacco, mentre gli altri guardano 'Apocalypse Now' e 'Il cacciatore', e qualcuno dubita addirittura della loro missione. Per fortuna oltre al sergente carogna c'è sempre un tenente duro ma buono e motivato, capace di ridare la carica ai ragazzi. Sarà pure tutto vero, ma suona quasi sempre predigerito. E quando arriva il momento della verità il marine che perde la testa e per poco non uccide il compagno che lo ha messo nei guai, il cecchino che rischia la corte marziale pur di sparare malgrado gli ordini il tutto risulta stranamente poco interessante. Troppo accattivante perfino per illustrare la paradossale normalità della guerra. Magari Sam Mendes ('American Beauty', 'Era mio padre') non era il regista ideale. O forse per la noia, l'orrore, la follia, ci vuole altro." (Fabio Ferzetti', 'Il Messaggero', 17 febbraio 2006)

"Naturalmente non è la revisione storica l'involucro di 'Jarhead'; è la più tradizionale nevrosi del combattente, ricalcata su quella di 'Full Metal Jacket', il film di Kubrick sulla guerra del Vietnam. Ma ciò che in Vietnam era verosimile per la lunghezza dei combattimenti per truppe americane, in 'Jarhead' lascia perplessi. (...) In sostanza, dal film di Mendes esce il quadro d'una generazione - quella della fine degli anni Settanta, cresciuta nel clima contestatorio - più fragile delle precedenti. Mendes calca ancora una volta la mano poi sugli atteggiamenti gayeschi, come quando manda il protagonista Jake Gyllenhall, ad aggirarsi fra i commilitoni in uniforme coperto solo da un berretto da Babbo Natale, 'calzato' sulla prominenza del pube, ma esponendo le terga non solo al sole del deserto. Però poi lo stesso personaggio piange sull'infedeltà della fidanzata." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 17 febbraio 2006)

"L'assurdità della ferrea disciplina militare, l'attesa di un nemico invisibile, l'allucinato-visionario viaggio celiniano-coppoliano al termin(al)e della guerra. 'Jarhead' di Sam Mendes inizia come 'Full Metal Jacket' e procede a metà strada tra 'Il deserto dei Tartari' e 'Apocalypse Now'. Non si tratta però di virtuosistiche e pretestuose citazioni-omaggio ma di imprescindibili modelli di cinema bellico, che scandiscono e danno il senso globale dell'avventura di una pattuglia durante la Guerra del Golfo. (...) Proprio per questo, 'Jarhead' risulta tanto più pacifista di una rinuncia alla pornografia del sangue, delle carneficine, dei truculenti combattimenti per privilegiare l'erotismo dell'avventuroso viaggio di una pattuglia sperduta a base dei turbamenti di Swofford, di soldati rissosi e impolverati, di gelosie amorose e esplosioni ormonali, di commenti in prima persona. Ottima performance corale e magistrale fotografia che scolpisce il contrasto tra l'assolato deserto diurno e il paesaggio notturno squarciato dalle fiamme sputate dai pozzi petroliferi." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 18 febbraio 2006)
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