Inside Man

USA, GRAN BRETAGNA - 2006
Inside Man
Quattro persone mascherate da imbianchini fanno irruzione nell'edificio della Manhattan Trust, caposaldo finanziario di Wall Street, e in pochi minuti prendono in ostaggio cinquanta persone tra impiegati e clienti della prestigiosa banca, intimando loro di indossare delle tute e delle maschere. Nel frattempo, sul luogo della rapina intervengono le forze di polizia e tra loro figura il detective Keith Frazier chiamato a negoziare con il capo dei malviventi, Dalton Russell, un uomo estremamente intelligente e dai nervi saldi che riesce a mantenere in scacco le forze dell'ordine con un piano completamente imprevedibile e ben studiato. Frazier inizia a sospettare che dietro a tutto ciò vi sia qualcosa che gli viene tenuto nascosto, quando sul luogo appare Madeline White, una mediatrice che chiede di interloquire da sola con Russell. Cosa cercano esattamente Russell e i suoi? Che ruolo hanno in questa faccenda Madeline White e il presidente del consiglio d'amministrazione della Manhattan Trust, l'imprenditore Arthur Case?... Questi gli interrogativi a cui Frazier cerca di dare risposta tentando allo stesso tempo di salvare la vita degli ostaggi.
  • Durata: 129'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, THRILLER
  • Produzione: BRIAN GRAZER E JONATHAN FILLEY PER IMAGINE ENTERTAINMENT, UNIVERSAL PICTURES, 40 ACRES & A MULE FILMWORKS
  • Distribuzione: UIP
  • Data uscita 7 Aprile 2006

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Primo film dichiaratamente commerciale di Spike Lee, Inside Man è forse - lo diciamo subito - la sua opera più matura e riuscita. Con tre protagonisti: Keith Frazier (Denzel Washington), un detective in cerca di riscatto dopo essere stato coinvolto in uno scandalo per corruzione, Dalton Russell (Clive Owen), un criminale che fa irruzione in una banca di Wall Street e prende in ostaggio 50 persone, e Madeline White (Jodie Foster), una potente intermediaria di Manhattan. A metterli insieme ci pensa Spike, con camera sempre in movimento e montaggio serrato, rispettando le unità aristoteliche di luogo, tempo e azione e infarcendo le immagini dello humour peculiare che l'ha reso famoso. Con un obiettivo: alleggerire senza svilire il Male verso cui si rivolge la macchinazione di Clive Owen / Dalton Russell, ovvero l'Olocausto fiancheggiato dal villain per ragioni economiche. Ed è proprio l'economia globale l'altro bersaglio di Spike: dall'accusa di corruzione a Keith Frazier alla misteriosa intermediaria che tiene in pugno il sindaco (la politica) di NY fino all'irruzione in banca, in cui la via d'uscita programmata poggia sull'assenza di identità, ovvero sulla non differenza tra gli individui, con rapinatori e ostaggi ugualmente mascherati. Politico e ideologico, dunque, il significato della rapina e del film stesso, un Inside Man che scava nelle sporcizie della (a-)morale contemporanea. E questo in un film commerciale, melting-pot riuscitissimo di thriller, poliziesco e commedia, non è poco, anzi è moltissimo. Se poi aggiungiamo una suspense e un meccanismo a orologeria che riscrivono le regole detatte da Sir Alfred Hitchcock e attori in palla come non mai - Washington ritrova per la quarta volta Lee in un'interpretazione maiuscola, la Foster ammalia di cinismo e Owen se la ride sotto la maschera - il risultato è formidabile. Da vedere.

CRITICA

"Con "Inside Man" Spike Lee ritorva la forma del grande "La 25ma ora" dopo la pausa minore di "Lei mi odia". In primo luogo, c'è lo stile di regia: il senso dell'inquadratura (ciascuna è una lezione di cinema), l'alternanza del montaggio nervoso e serrato (ha a che vedere, però, con l'estetica videoclippara) con piani più lunghi e distesi; l'uso competente della musica. Poi, Spike gioca sapientemente con la tradizione del noir; non per fare cinofilia, bensì per situare il proprio film a una sorta di crocevia tra le configurazioni che il genere ha assunto attraverso i decenni (il dandismo di Washington somiglia molto a quello di Humphrey Bogart). E fin qui, si parla di padronanza della materia e di eleganza della messa in scena, che sono i fondamenti del cinema. In sovrappiù, Lee riesce a mettere dentro un film di genere fatto secondo le regole i temi d'attualità che - giustamente - lo ossessionano: i timori sulla metamorfosi dell'America seguita all'11 settembre; le relazioni interrazziali, sempre in primo piano nella sua filmografia; le collusioni tra onesto e disonesto, giusto e ingiusto. Ci aggiunge una dose di humour, tocco finale di un film che unisce piaceri del 'classicismo' e osservazione della realtà come, oggi, ben pochi altri sanno fare." (Roberto Nepoti, "la Repubblica", 7 aprile 2006)

"Nel nuovo film di Spike Lee a è ciò che sembra e il film stesso non somiglia molto agli altri del suo autore. A prima vista infatti 'Inside Man', nuovo salto hollywoodiano del grande regista afroamericano, è un classico thriller, sottogenere rapina in banca. (...) Diciamo pure che Spike Lee gioca con gli spettatori più o meno come fa il rapinatore con la polizia. Perché alla fine gli ostaggi verranno rilasciati, ce lo dicono i continui flashforward che spezzano l'azione e aprono nuove piste. Anzi, come si vede negli interrogatori, forse non tutti erano semplici ostaggi, forse i rapinatori avevano dei basisti. Ma di che colpo parliamo se dal caveau non manca neanche un dollaro, e mentre i rapinatori sembrano volatilizzarsi l'anziano fondatore della banca incarica una misteriosa "mediatrice" dai mille agganci (Jodie Foster, sempre perfetta) di gestire trattative separate? A questo punto è chiaro che 'Inside Man' non è (solo) un thriller, che l'essenziale non sta nella suspense (relativa) né nei colpi di scena quasi fuori tempo massimo, ma nei mille dettagli di una regia così sapiente da rischiare il virtuosismo, nello sguardo caustico riservato alla New York post-11 settembre, nelle digressioni spesso assai godibili (l'ex-moglie albanese convocata come interprete...). In breve nel modo in cui Spike Lee, senza parere, insiste su due o tre temi chiave: il razzismo di oggi e di sempre (il sikh preso per un arabo solo perché porta il turbante), i peccati originali del capitalismo, l'intreccio di interessi che genera addirittura collusioni fra sogno americano e incubo nazista, e via arpeggiando su tasti sempre scottanti senza curarsi troppo né della verosimiglianza storica né della coerenza narrativa (vedi Plummer, troppo giovane per il suo personaggio). L'insieme seduce ma non conquista, anzi la convivenza fra temi forti (mimetizzati) e false piste è a tratti irritante. E anche se questo bandito mascherato che cancella il volto degli ostaggi (curiose e forse sintomatiche le convergenze con 'V for Vendetta'), strano incrocio fra un terrorista, un simulatore e un rapinatore, è un personaggio inquietante e molto attuale, a forza di digressioni e ghirigori stavolta il battagliero Spike (è appena uscita da Kowalski la sua fluviale e appassionante autobiografia) perde forza e resta a metà del guado." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 7 aprile 2006)

"Altro che 'Basic Instinct'. Qui l'unico istinto straripante è quello di Spike Lee, che si conferma uno dei registi più carismatici attualmente attivi (non solo) a Hollywood e dintorni. Di rapine clamorose la storia del cinema ne ha allestite infatti a bizzeffe, ma 'Inside Man' riesce a diventare memorabile senza ricorrere a vezzi d'autore e, anzi, restando fedele ai canoni classici: segno inequivocabile, se ce ne fosse ancora bisogno, che non esistono gerarchie d'argomento o diktat di messaggio, ma solo imprese di talento oppure operazioni di marketing. (...) Niente è lasciato al caso: dalla sceneggiatura a orologeria dell'inedito Russell Gerwitz alla colonna sonora virata al jazz del mitico Terence Blanchard, dal filo narrativo a scatole cinesi (flash-back rievocativi e flash-forward d'azione) alle magistrali sfumature fotografiche di Matthew Libatique. Con in surplus il coerente approccio di Spike Lee, in grado di manipolare le stimmate del bene e del male in un'allegoria noir che confonde le caratteristiche e soprattutto le motivazioni dei cacciatori e dei cacciati. Allo spettatore, manicheo per definizione, spetta il compito d'inorridire al cospetto dei vizi sociali & finanziari americani, mentre il regista, senza rinunciare alle sue posizioni anti-sistema, bada al sodo: un ritmo nervoso e sincopato, attraversato da scariche di humour e cinismo in parti uguali, un blocco di recitazioni coinvolgenti e calibrate, volteggi di ripresa, tensioni, ultimatum e passi falsi sino al finale per una volta tutt'altro che scontato." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 8 aprile 2006)

"Una delle migliori rapine in banca del decennio: Spike Lee fa centro, la sua cinepresa nervosissima fa miracoli. (...) Una gara di cinismo in un film originale, dal ritmo a vortice in cui l' autore angelo-diavolo custode, mescola le carte del Bene e del Male in una sghemba struttura di racconto-quiz, saldando vecchie multe e rancori. La magistrale sceneggiatura con humour del deb Russell Gerwitz commercia in strapotere mediatico e omaggia i classici 70: insabbiare è sempre il consiglio finale. Ma dice l'alta finanza: 'Se scorre il sangue è il momento di comprare'." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 8 aprile 2006)
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