Il vizio della speranza

ITALIA - 2018
"Se devo morire, voglio morire come dico io". Lungo il fiume scorre il tempo di Maria, il cappuccio sulla testa e il passo risoluto. Un'esistenza trascorsa un giorno alla volta, senza sogni ne' desideri, a prendersi cura di sua madre e al servizio di una madame ingioiellata. Insieme al suo pitbull dagli occhi coraggiosi Maria traghetta sul fiume donne incinte, in quello che sembra un purgatorio senza fine. E' proprio a questa donna che la speranza un giorno tornera' a far visita, nella sua forma piu' ancestrale e potente, miracolosa come la vita stessa. Perche' restare umani e' da sempre la piu' grande delle rivoluzioni.

CAST

NOTE

- PREMIO DEL PUBBLICO BNL ALLA XIII EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2018).

CRITICA

"Magari sembrerà un rappezzo, ma viene naturale premettere che l'autore De Angelis e lo sceneggiatore Contarello sono valori solidi nel vacillante panorama del cinema italiano odierno. «Il vizio della speranza» però, quarto lungometraggio del regista, non è un film riuscito bensì un progetto di film schiacciato e asfissiato da difetti di non poco conto, primo fra tutti quello del surplus di pretese inversamente proporzionali alla consistenza di ciò che si materializza per un'ora e trentasei minuti sullo schermo. Si può transigere sul riciclaggio dello scenario del litorale domizio che per merito dei Garrone, Risi, Lombardi, Gagliardi e lo stesso De Angelis è diventato così risaputo e familiare da correre il rischio d'assomigliare a un set cinematografico fisso: in fondo anche i western riuscivano a trasmettere valori epici riproponendo all'infinito il topos della cittadina con l'ufficio dello sceriffo, il barber shop e il saloon. Il guaio è che in questo caso siamo ben lontani dal pragmatismo del cinema di consumo, qui si punta in alto, si sottolineano tematiche universali, si esibiscono simbolismi in serie, s'inseguono afflati spirituali con retrogusto laico e infine, contraddicendo il compiacimento miserabilista e patetico dell'intero svolgimento, si cerca di risarcire sia i protagonisti, sia gli spettatori fornendogli il bonus delle spiegazioni più o meno convincenti e delle giustificazioni dei cattivissimi che forse potrebbero essere buonissimi(...) Le battute del dialogo, intanto, cercano di sistemarsi sulla stessa lunghezza d'onda delle martellanti musiche di Enzo Avitabile, (...) ma, sempre per colpa della ridondanza allegorica, non solo al presunto vizio della speranza (definito peraltro «una stronzata» da una battuta dell'impareggiabile Confalone), ma anche allo scoop finale sembra non crederci prima di tutti proprio il regista." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 novembre 2018)

"Tra le macerie dell'umanità con il secondo film, dopo la parabola dello sfruttamento delle siamesi cantanti di 'Indivisibili', si profila il cinema secondo De Angelis, un recettore delle macerie umane ai margini della società italiana che rasenta la parodia di un Pasolini brutto sporco e cattivo. (...) Ma come dice l'implacabile negriera (una verace Confalone): «Questo vizio della speranza...». Nonostante la visione umanistica del degrado, questo inferno via via si carica di simbolismi infruttuosi che tolgono peso proprio all'impegno civile del film. Restano le sequenze disperate del fiume-mare dantesco." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 29 novembre 2018)
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