Il villaggio di cartone

ITALIA - 2011
3/5
Il villaggio di cartone
Dedicato al tema dell'immigrazione, il film vede protagonista un vecchio sacerdote che, dopo la dismissione della chiesa della sua parrocchia, troverà ancora una ragione per la sua fede con una nuova missione: aiutare gli immigrati clandestini.
  • Durata: 87'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: LUIGI MUSINI PER CINEMAUNDICI IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA, IN ASSOCIAZIONE CON EDISON SPA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 7 Ottobre 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
I migranti come gli umani, le istituzioni come gli zombie. Non è un horror - almeno, per genere di riferimento: ma la nostra realtà? - ma il nuovo Ermanno Olmi, che fa de Il villaggio di cartone uno dei tanti villaggi alla periferia del villaggio globale. E, insieme, un villaggio protocristiano, che ricorda come il Tempio sia conseguenza necessaria dell'annuncio e della comunità, e non condizione necessaria e sufficiente di una comunità. Al bando, dunque, la reificazione, maledetta l'istituzione: se c'è la comunità, se ci sono le genti, già la loro natura è il Tempio, e il cartone basta e avanza per edificarlo.
Accerchiati, dunque, in una chiesa sfitta di nome (via dagli orpelli, via dalla simonia...) ma non di fatto, i migranti sentono gli elicotteri, vedono le luci blu, avvertono le sagome inquietanti del Sistema, ma sono al sicuro. Perché non c'è più il crocefisso, ma Dio c'è. E c'è il vecchio prete (Michael Lonsdale), che in quella chiesa è nato e cresciuto e ora la vede trasformarsi ne Il villaggio di cartone, il cartone che ripara, scalda l'umanità. “Viceversa, c'è un altro cartone, quello della realtà virtuale, del villaggio globale”, ha detto  il maestro Olmi, fresco 80enne, già fuori concorso alla Mostra di Venezia e ora in sala con Michael Lonsdale, il sacrestano delatore Rutger Hauer (che ritrova 23 anni dopo La leggenda del santo bevitore), Alessandro Haber, Massimo De Francovich e tanti migranti.
Migranti clandestini, ma l'accoglienza – sostiene Olmi - non conosce passaporto: l'accoglienza cristiana (ancor prima e più che cattolica), cui piega senza sforzi e con fin troppa generosità illustrativa la cifra poetico-stilistica: immagini pittoriche (Caravaggio, of course) ad alto voltaggio simbolico, il potere alla Parola (al limite del didascalico e dalle parti dell'affabulatorio) e una vigorosa tensione umanista, che tra istituzione e fede non ha dubbi, tra decorare e dire non ha tentennamenti.
Perché il messaggio è fin troppo evidente, ma il regista non se ne cruccia: l'art pour l'art non gli interessa, dalle conversazioni con Magris e Ravasi discende un cinema vantaggiosamente prestato al teatro, un Presepe vivente eterodosso e animato qui e ora, con la materia di cui sono fatti i sogni e gli incubi del fu Bel Paese.
Il villaggio di cartone, dunque, è la possibilità di un'isola, l'isola che - Italia oggi - non c'è: diritto di cittadinanza? No, dovere di umanità, il nostro comune denominatore, senza impronte né epidermiche tavolozze.
Sì, Olmi è umano, troppo umano, il suo Cristo - niccianamente? - pratica di vita, il suo “dobbiamo abbattere le Chiese” un memento di esegesi, perché se il saggio Salomone costruì il Tempio finì per perdersi nell'idolatria, ovvero un'altra declinazione della ricchezza che può divenire “un crimine”. Non bisogna, dunque, avere timore, nemmeno di semplificare la realtà per una supposta e buonista Grazia ricevuta: nel Villaggio non abita il volemose bene, perché la realtà non esce mai di campo, nelle sue disforie e nelle sue - altrove inconfessabili - aporie. Vi immaginate un film “dalla parte giusta” sulla contrapposizione tra noi e loro, noi e i migranti, che lasci spazio alla suggestione terroristica, ovvero a un ragazzo con la cintura esplosiva dei kamikaze?
Qui è possibile, anzi, qui accade, perché l'impegno civile non è militanza armata, non è integrazione - senza se e senza ma - con l'agenda politica alla mano, bensì impegno a dire dell'uomo, senza voli pindarici, senza celare il messaggio, ovvero il Verbo. E pazienza se si rischia il discorso troppo diretto, l'apologo morale, perché la lectio divina non è tradotta in lectio magistralis, bensì in lessico familiare, dialogo comunitario, esperanto spirituale: non la vita come il cinema, ma il cinema come la vita. Perché nella vita non ci sono né migranti né stanziali, ma solo uomini. E sono tutti di passaggio.

NOTE

- LE RIPRESE SONO INIZIATE IL 25 OTTOBRE 2010 E SONO DURATE 7 SETTIMANE.

- REALIZZATO CON LA COLLABORAZIONE DI APULIA FILM COMMISSION E REGIONE PUGLIA, IN ASSOCIAZIONE CON INTESA SANPAOLO SPA E CON IL PATROCINIO DELL'ALTO COMMISSARIATO DELLE NAZIONI UNITE PER I RIFUGIATI - UNHCR - UFFICIO PER IL SUD EUROPA.

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON SOSTEGNO DAL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI DIRZIONE GENERALE PER IL CINEMA (MIBAC).

- FUORI CONCORSO ALLA 68. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2011).

CRITICA

Dalle note di regia: "La narrazione non evidenzierà solamente il più appariscente, e talvolta scontato, Problema Razziale ma soprattutto il dialogo tra religioni che, quando si liberano dal gravame delle chiese come rigide istituzioni che separano, allora rendono non solo possibile l'incontrarsi ed il riconoscersi ma suscitano anche condivise solidarietà."

"Accerchiati in una chiesa sfitta di nome ma non di fatto, i migranti sentono gli elicotteri e vedono le luci blu, intuiscono le sagome inquietanti del Sistema e gli zombie delle Istituzioni, ma sono al sicuro: non c'è più il crocefisso, ma Dio c'è. E c'è il vecchio prete (Michael Lonsdale), che vede trasformarsi il tempio ne 'Il villaggio di cartone' quello che - dice Ermanno Olmi - ripara l'umanità. Fresco ottantenne, il maestro ritrova Rutger Hauer 23 anni dopo 'La leggenda del santo bevitore' e trova tanti migranti: clandestini, ma l'accoglienza cristiana non conosce passaporto. Tra immagini caravaggesche, potere alla Parola (al limite del didascalico), teatralità e affabulazione umanista, Olmi abbatte le chiese ed esalta la fede: non è un volemose bene, perché tra i migranti c'è spazio per la suggestione terroristica. Ma rimane una lezione: non la vita come il cinema, ma il cinema come la vita. Perché non ci sono né migranti né stanziali, ma solo uomini. E sono tutti di passaggio." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 6 ottobre 2011)

"Il bellissimo film di Olmi parte dal 101° chiodo, quello da cui cade il Cristo di una chiesa sconsacrata in cui il prete, accogliendo i migranti, ritrova la radice della pietas. Iper Olmi che con la costanza della ragione offre un apologo non realistico ma necessario intriso di cinema, molto teatro (vedere il cast) e anche un poco di tv nella claustrofobia di un ambiente (luci d'inverno dentro, nebbia e grigio fuori) in cui i sentimenti vivono con la nuova sacralità di chi non teme il passo dalla teoria all'azione." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 7 ottobre 2011)

"Baracche improvvisate in una chiesa smantellata (futuro supermarket?) del nord-est nel 'Villaggio di cartone' di Ermanno Olmi. (...) I 'villaggi di cartone' sono oggi il fondamento della crescita: la potenza del 'Brio' non poggia forse sugli abitanti miseri ma sapienti delle bidonville? Prodotto dalla Edison, ma 'illuminato' da Olmi che, anni fa, aveva promesso di dirigere solo documentari, eccolo documentare il lavoro di attori, professionisti e non: Rutger Hauer, sacrestano pavido, Alessandro Haber, graduato fanatico, Massimo De Francovich, medico legalitario, madonne etiopi e 'pastori' senegalesi a impersonare con autorevolezza mantegnesca, viandanti e pellegrini bisognosi. Anche se qualcuno - senza scandalo in regia - trama rivoluzioni cruente dovute. Olmi (e il figlio Fabio con le sue luci severe) trasferisce così sul grande schermo in 'Il villaggio di cartone' la natività e altre parabole evangeliche di lotta. La parrocchia, denudata di ori e argento, ha rinchiuso nella cassa anche il crocifisso che in un folgorante esordio italiano Alice Rorhwacher aveva restituito al fiume, con rito non sacrilego. (...) Non la cerimonia fa la chiesa, ma le opere di bene. Aiutare i miseri. Salvare i derelitti. Claudio Magris e Gianfranco Ravasi hanno ornato il copione di motti di spirito filosofico che Olmi trasforma in visione. Per passare dalla stoltezza alla saggezza, al prendersi cura di sé c'è infatti bisogno dell'aiuto se non di dio, di un filosofo, una tradizione, una scuola, un padre o almeno di un cineasta illuminista." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 7 ottobre 2011)

"Una chiesa viene dismessa, si imballano gli arredi, si stacca il grande crocefisso sospeso. Disertato dai fedeli, il tempio non serve più. Ma è veramente cosi? (...) Senza bisogno di oggetti 'sacri' il luogo sarà risacralizzato, restituendo al vecchio parroco una fede ormai in bilico. Innanzitutto è una questione di sguardi. Il maestro Ermanno Olmi realizza un apologo, ma meno che mai tiene una predica. Ci offre il proprio sguardo sul mondo, sulla pietà, sulla carità; e lo fa attraverso gli sguardi. Da quello del vecchio prete, quando dalle finestre non vede che una nebbia fitta, agli sguardi dei suoi attori (il veterano Michel Lonsdale e Rutger Hauer, già 'santo bevitore' per il regista), più importanti delle rare parole. Si condivida o meno il rapporto di Olmi con la dimensione del sacro, trattare con sufficienza il suo film significherebbe soltanto non saper guardare." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 7 ottobre 2011)

"Un poeta, Olmi, pronto sempre a riflettere sui temi che gli sono più cari, la cifra autenticamente religiosa, quella morale, quella civile. Come in questo 'Villaggio di cartone' in cui c'è tutto, il suo mondo, le sue idee e il suo senso alto del cinema, senza mai un'ombra. L'attualità, il momento degli immigrati clandestini in fuga dalle loro terre, di passaggio in Italia prevedendo altre destinazioni più lontane. E dove sostano? Qui è la chiave. In una chiesa che è stata appena svuotata di tutto, nonostante il vecchio parroco che vi celebrava da cinquant'anni si sia rifiutato di lasciarla. (...) Con un linguaggio che dà spazio ai singoli, studiandone con realistica finezza le psicologie, ma riserva passaggi quasi lirici ai cori, traendo da quei clandestini echi ora drammatici ora calmi e quasi distesi. Mentre le immagini, sia nelle tante facce in primo piano, sia nei cori in campo lungo, si affidano sempre scomposizioni figurative a dir poco preziose, pur rigorosamente tenendo presente il reale ed evitando di cedere anche un solo istante alla calligrafia. Gli interpreti sono soprattutto facce, sempre però eloquentissime. Vi spiccano in mezzo, con segni forti quella di Michael Lonsdale, il prete, e quelle di Rutger Hauer e di Alessandro Haber. Sono la voce vera del film." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 7 ottobre 2011)

"Di 'Il villaggio di cartone' di Ermanno Olmi molto si è parlato, si parla e si parlerà. (...) Le forze nuove sono quelle per ora deboli e impari dei pellegrini africani che sullo schermo arrivano simbolicamente da Goréé, il porto senegalese da cui venivano imbarcati gli schiavi per le Americhe. Sono gli esuli, infatti, a ridare senso allo spazio un tempo sacro, usando le panche per dormire, l'acquasantiera per raccogliere l'acqua piovana e le candele per scaldare. II regista orchestra come le voci di un coro questo presepio di personaggi volutamente stereotipi (la Maddalena pentita, la madre dolorosa, il traditore), mentre da fuori arrivano inquietanti segnali di pericolo - sirene, urla, tuoni - che intrecciati ad arte con gesti, dialoghi, luci (fotografia di Fabio Olmi) e musica (di Sofia Gubaidulina) creano una compatta atmosfera teatrale. Un teatro ispirato alla realtà dei sentimenti, con al centro Michael Lonsdale, mai così intenso, che, sulla china della morte, si interroga assillato dal dubbio. Più anarchico che mai, Olmi ha radicalizzato il suo pensiero fino a estrarne un puro distillato. Dietro al suo firmatissimo film c'è il travaglio di un sofferto ripensamento approdato al riscatto di una rarefatta serenità, nella speranza che lo svalorizzato paesaggio umano possa riacquistare un significato. Il finale però registra un mare grigio e agitato." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 7 ottobre 2011)

"Venezia 2011, dove 'Il villaggio di cartone' è passato fuori concorso, ha espresso una tendenza: il grande tema del cinema italiano contemporaneo è l'immigrazione, il confronto con il 'diverso', la possibilità - ancora remota, ma già parlarne è positivo - di costruire anche da noi una società multiculturale e multietnica. C'è una grande differenza, rispetto al modo con cui affrontano tale argomento le cinematografie d'Inghilterra, di Francia, di Germania: l'accento è spesso marcato sul tema della legalità, perché l'Italia - e l'italiano medio - deve prima di tutto chiedersi, con la mente e con il cuore, se i migranti hanno o no il diritto di giungere sul nostro suolo. Sappiamo qual è la vostra risposta, cari lettori, e voi sapete qual è la nostra. Ma non si tratta di una risposta condivisa. Forze politiche (...) e correnti di pensiero optano per la chiusura, per la linea dura. Questo fa di noi, una volta di più, un paese poco normale. Crediamo sia importante, come cittadini prima ancora che come appassionati di cinema, confrontarsi con l'approccio di Ermanno Olmi. È un maestro riconosciuto, un artista che regala ai suoi spettatori perle di saggezza. 'Il villaggio di cartone' non è il suo film più bello - essere sempre al livello di capolavori come 'Il mestiere delle armi' è quasi impossibile - ma è un contributo forte alla discussione. (...) Olmi si pone l'interrogativo più alto: come porsi di fronte al 'diverso' - e quindi, in senso lato, al prossimo - con gli strumenti della religione e della spiritualità. La risposta è nell'uscita dalla liturgia, nella riconquista di una religione umana, fatta di gesti solidali, di quotidianità, e non di riti. Messaggio altissimo, che in Vaticano piacerà poco." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 7 ottobre 2011)
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