Il solista

The Soloist

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Il solista
Los Angeles. Nathaniel Ayers, un senzatetto e musicista di strada affetto da schizofrenia, sogna di potersi esibire un giorno alla Walt Disney Concert Hall. A prendersi cura del suo caso sarà il giornalista Steve Lopez che, grazie ad Ayers, ritroverà anche la passione per il proprio lavoro.
  • Durata: 117'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO, MUSICALE
  • Tratto da: basato su una serie di articoli firmati per il 'Los Angeles Times' nel 2005 da Steve Lopez e sul suo libro "Il solista" (ed. Rizzoli)
  • Produzione: KRASNOFF FOSTER PRODUCTIONS, WORKING TITLE FILMS, DREAMWORKS SKG, PARTICIPANT MEDIA, PARTICIPANT PRODUCTIONS, STUDIO CANAL, UNIVERSAL PICTURES
  • Distribuzione: UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL ITALY (2010)
  • Data uscita 23 Luglio 2010

TRAILER

RECENSIONE

Si sa che in Joe Wright Espiazione, Orgoglio e pregiudizio sono un tutt'uno di inestricabile ed elegante retorica. Certo è che con Il solista, abbandonando i costumi d'epoca per stracci e un casual molto sciatto, scoprendo l'attualità, il cineasta dà il meglio e il peggio di sé. Un barbone schizofrenico con tanto di carrello della spesa che è casa, camerino, archivio umano e creativo, coperta di Linus e un giornalista del Los Angeles Times, solo e ancora con troppi pacchi da aprire dall'ultimo trasloco, ecco i due protagonisti. Si incontrano, complice un incidente in bici del secondo e una performance al violino del primo per strada, che quasi gli provoca un altro incidente, questa volta in macchina (il giornalista in questione bravo con la penna, molto meno con manubri e volanti). Nathaniel Ayers è l'homeless svitato in questione, Steve Lopez il reporter, la storia è vera e il buon Wright l'ha raccontata mettendo a nota spese, come comparse e consulenti, ben 500 senzatetto e non facendo un passo senza che i veri protagonisti approvassero. Ne è uscito fuori un duetto molto jazz tra due grandi attori che raccontano una favola metropolitana, quella di un violoncellista che ha visto il suo talento bruciato dalla follia e recuperato da una bella amicizia con un "gemello diverso" (Lopez con i suoi articoli realizzerà il suo sogno, suonare alla Walt Disney Hall, ma non lo convincerà mai a farsi curare). E' vero che a volte esagerano, il regista soprattutto, ma l'effetto è quello di un assolo troppo lungo: il tono della recitazione spesso è sopra le righe, quello delle scene madri eccessivo (come nella scena degli uccellini, neanche fosse lo spot di un'acqua minerale), ma mai spiacevole. Anche grazie alla colonna sonora di Marianelli, a cui Wright dovrebbe fare una statua (senza, la sua regia così caricata sarebbe molto meno armoniosa). E così è impossibile non immergersi nello sguardo vuoto, perso e a volte vivacissimo di Foxx o in quello ironico, ammirato, commosso e a volte frustrato di Downey Jr. Musica, maestri.
Boris Sollazzo

CRITICA

"Suonala ancora Jamie. Dopo aver vinto l'Oscar per 'Ray', Jamie Foxx torna a indossare i panni del grande musicista. Stavolta però sono più sporchi. Sarà che ha preso una botta in testa cadendo dalla bici, sarà che quelle note fanno strada nel suo cervello più veloci del caos che lo circonda, ma un giorno il giornalista Steve Lopez scende per andare verso quel violinista di colore vestito di stracci che strimpella in solitudine. (...) E' grazie al mistero e a uno sguardo non paternalista che l'inglese Joe Wright ('Espiazione', 'Orgoglio e pregiudizio': che ci fa qui?) realizza un film non strappalacrime ma sincero. Con due protagonisti celestiali." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 23 luglio 2010)

"Per il resto la vicenda (protagonista Jamie Foxx) si avvale soprattutto d'un senso di mistero e di slanci di pietà poco convincenti, di homeless che interpretano benissimo se stessi e dalla bravura del giornalista Robert Downey jr. Il regista Joe Wrigth è un inglese che pare smarrito al suo primo film americano, tendente a smussare e addolcire le situazioni più penosamente insopportabili o troppo crude. Si può chiedersi come mai al cinema il mendicante sia il povero prediletto, assai più compreso e stimato di ogni altro ladro o assassino, nonostante la sua natura lagnosa: dev'essere perché ciascuno di noi sa di potersi ridurre per qualche motivo alla mendicità (specialmente in questi tempi) mentre non arriverebbe mai al grande furto o all'uccisione di un altro essere umano." (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 16 luglio 2010)

"Chiamale, se vuoi, emozioni. Il genio musicale (scientifico, artistico, ecc...) finito nella polvere della miseria e della pazzia, salvato dal buon samaritano è standard risaputo per palati poco fini tra le colline di Hollywood. In 'Il solista' sostituiamo 'genio' con Nathaniel (Jamie Foxx), 'buon samaritano' con Mr. Lopez (Robert Downey Jr.) e lo schema melodico/griglia narrativa si ripete. Peccato però che Joe Wright, il giovanotto inglese che dirige, sia uno di quei registi ('Espiazione', 'Orgoglio e pregiudizio') alla David Fincher che, in mezzo alla reiterazione dello schema industriale, adora muovere la macchina da presa, inventarsi una significante angolazione dell'inquadratura, proporre un'estetica più personalizzata. Smussato qua e là lo script di Susannah Grant, Wright non offre lieto fine, redenzione o qualsivoglia appiglio lacrimoso. Certo, il giornalista che pensa allo scoop e poi si ravvede, il geniaccio polistrumentista pieno di traumi infantili, perlopiù nero rintanato tra grappoli di senzatetto di Los Angeles, zavorrano il film dentro la gabbia poetica del dejà-vu. Sta a Wright, allora, ricomporre la visione con azzardati piani sequenza, oggettive dall'alto come vie di fuga (le highway come disperato intrico di voci, rumori, smog da cui scappare), carrellate che fendono gli spazi dando aria e respiro a protagonisti e pubblico pagante. Un disegno raffinato di regia e una non troppo ruffiana esposizione del dramma del singolo. Tragedia che poi si trasforma, in una degna, finto realista, rappresentazione allargata di tutte quelle migliaia di senzatetto che affollano le metropoli americane. Non che ne 'Il solista' si voglia documentare, spettacolarmente alla Michael Moore (le anziane barbone vaganti in 'Sicko'), la macroquestione politica; ma non si svacca nemmeno nel terreno dell'industria della retorica." (Davide Turrini, 'Liberazione', 23 luglio 2010)

"Non solo il giornalista e il barbone sono esistiti ed esistono, ma il giornalista, Steve Lopez, nel film con il suo nome e cognome, su questi eventi ha scritto un libro che adesso è finito sullo schermo dopo aver suggerito anche un'inchiesta in TV. La regia se l'è assunta un inglese che stimo, Joe Wright, di cui avevo piuttosto apprezzato 'Orgoglio e pregiudizio', da Jane Austen, e 'Espiazione' da Jan McEwan, entrambi realizzati in Inghilterra e nell'ambito di una tradizione culturale cui Wright partecipa fino in fondo. Qui, invece, lontano da quella e sradicato in cornici e climi a lui totalmente estranei, ha ceduto quasi soltanto alla retorica (specie verso la fine) indulgendo unicamente con qualche impennata nella descrizione di quel quartiere degradato di barboni in cui per non va mai oltre a sprazzi di color locale. Dei suoi interpreti merita soprattutto una citazione lusinghiera Robert Downey Jr. nei panni del giornalista: secco, risentito, asciutto, ma anche con sinceri risvolti umani. Come barbone c'è l'afroamericano Jamie Foxx: sempre sopra le righe."(Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 22 luglio 2010)
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