Il riccio

Le hérisson

FRANCIA, ITALIA - 2009
3/5
Il riccio
Parigi, rue de Grenelle, 7. Renée Michel, la portinaia di uno stabile abitato esclusivamente dall'alta borghesia, sembra essere il prototipo della sua categoria: è infatti una donna grassa, sciatta e teledipendente. Renée però nasconde un segreto che nessuno sospetta: in realtà è una donna coltissima interessata all'arte, alla letteratura e alla musica e ha una predilezione spiccata per tutto ciò che è giapponese. Nello stesso palazzo abita Paloma Josse, una ragazzina di 12 anni dall'intelligenza straordinaria che però ha deciso di suicidarsi il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno. Nel frattempo, Paloma si comporta come le sue coetanee e, mentre osserva critica tutto ciò che la circonda, si finge una ragazzina mediocre e interessata alla vita. Sarà l'enigmatico monsieur Ozu, un ricco giapponese, a farle incontrare e a cambiare il corso delle loro vite...
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Tratto da: liberamente tratto da "L'eleganza del riccio" di Muriel Barbery (edizione e/o)
  • Produzione: ANNE-DOMINIQUE TOUSSAINT PER LES FILMS DES TOURNELLES, PATHÉ, FRANCE 2 CINÉMA, EAGLE PICTURES, TOPAZE BLEUE, IN ASSOCIAZIONE CON LA BANQUE POPULAIRE IMAGES 9, CANAL +, CINECINEMA, FRANCE 2, CON IL SOSTEGNO DI MEDIA, PROGRAMMA DELLA COMUNITÀ EUROPEA
  • Distribuzione: EAGLE PICTURES (2010)
  • Data uscita 5 Gennaio 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Laura Croce

Tratto dal bestseller di Muriel Barbery L’eleganza del riccio, l’opera prima di Mona Achache è il piacevole e divertente adattamento delle peripezie della piccola Paloma, ricca adolescente parigina attanagliata dalla vita borghese e con serie manie suicide, spezzate solo dall’incontro con uno strambo signore giapponese e dalla scoperta delle insospettate doti culturali e affettive della portinaia del suo palazzo. Sostenuta dall’interpretazione monumentale di Josiane Balasko e dalla freschezza della giovane Garance Le Guillermic, la regista riesce nell’intento di portare sul grande schermo in maniera convincente una storia bizzarra e insolita, a metà tra la favola il dramma sociale. La forma del diario scritto viene abbandonata a favore di un intelligente mix di linguaggi che vanno dalla narrazione filmica tradizionale, agli spezzoni animati, ai filmini sgranati e fatti in casa della protagonista Paloma, a cui Achache affida le divagazioni più spiritosamente visionarie e sperimentali di una pellicola per il resto fin troppo classica e “pulita”. Il vero punto di forza de Il riccio sta però nella capacità di unire senza forzature il punto di vista immaginifico e un po’ infantile della ragazzina con quello disincantato della misteriosa concierge. Due personaggi femminili che non potrebbero essere più diversi, e invece accomunati dall’essere in qualche modo abbarbicati dietro a uno stereotipo di ruolo, da cui cercano in tutti i modi di fuggire ma in cui finiscono sempre per ricadere, attratte dall’innegabile tepore protettivo della prevedibilità quotidiana.
Nonostante qualche scivolone patetico, quello di Achache si dimostra quindi un film di notevole intensità, dedicato a tutte le persone che vivono nel rifugio e nella gabbia della propria scorza coriacea.

NOTE

- LA REGIA DELLE SEQUENZE ANIMATE E' DI CÉCILE ROUSSET.

CRITICA

"Una nota legge del cinema recita che da un bel romanzo si ricava un brutto film e viceversa. Il caso de 'Il Riccio', sulle orme del famoso bestseller, rappresenta un' eccezione inutilmente complicata, nello spirito di questo curioso fenomeno letterario. Da un romanzo non bellissimo e magari sopravvalutato, è sortito un film non brutto ma sicuramente sottovalutato. Anzitutto dall'autrice de "L'eleganza del riccio", Muriel Burbery, che ha scomunicato l'opera, stroncata senza pietà, e ha intimato alla produzione di sostituire la dicitura «tratto da» con la più generica «liberamente ispirato». Come se per gli spettatori facesse questa gran differenza. Una spiegazione un po' maliziosa di tanta furia è che la Barbery si sia pentita d'aver venduto i diritti cinematografici troppo presto, quando il romanzo non aveva ancora venduto milioni di copie, accettando la regia e la sceneggiatura dell' esordiente Mona Achache. Una dose di calcolo è del resto il difetto principale della scrittrice, peraltro compensata dall'intelligenza e da un notevole sense of humour. Queste due qualità in effetti si perdono non poco sullo schermo. Ma 'Il Riccio' ha altre qualità. La capacità di dipingere con pochi tratti, rispetto alle tirate filosofiche del testo, il penoso senso della vita dell'ipocrita alta borghesia francese. E soprattutto, la gigantesca interpretazione di Josiane Balasko, nella parte dell'eroina del romanzo, la portinaia autodidatta Renée Michel, il riccio, ispida e puntuta all'esterno quanto 'terribilmente elegante' nell'anima. Bastano un mezzo sorriso o uno sguardo o una lieve esitazione di tono alla Balasko per schiudere allo spettatore i mondi segreti di sogni e idee e bellezza che al lettore erano raccontati in decine di pagine. L'incontro fra la cenerentola cinquantenne, brutta, grassa e «con le cipolle alle ginocchia» con l'anziano principe azzurro, catapultato di colpo dal Giappone nel condominio di lusso di Rue de Grenelle, conserva la grazia ironica della pagina. Il libro abbonda di citazioni. Tranne una, che è un'astuta omissione: il meraviglioso saggio di Isaiah Berlin su Tolstoj («Il riccio e la volpe») dal quale forse la colta autrice ha tratto l'ispirazione più bella. Nel film di citazioni ce n'è una sola, ingenua e autolesionistica: la scritta «Chabrol» che campeggia nella libreria nascosta di Renée. Inevitabile ricordare con nostalgia gli straordinari ritratti d'interno borghese del maestro francese. Mona Achache non è Chabrol, ma dopotutto neanche Muriel Barbery è Georges Simenon. Alla fine vale comunque la pena, per lettori e spettatori, di seguire le orme del riccio." (Curzio Maltese, 'la Repubblica', 09 gennaio 2010)

"Quando è venuta a Roma a presentare 'Il riccio', adattamento cinematografico del best-seller 'L'eleganza del riccio' di Muriel Barbery, la regista Mona Achache era quasi sulla difensiva, perché in Francia, paese natale della Barbery e della Achache, il film è stato accolto da reazioni miste, come sempre succede quando si porta sul grande schermo un romanzo molto amato. Achace non dovrebbe preoccuparsi: 'Il riccio' è, in una parola, elegante, e riesce a raccontare in modo fortemente visivo quello che, sulla pagina, era narrato facendo uso sapiente della parola attraverso il diario di Paloma, una ragazzina delusa dalla vita e annoiata dal suo tran tran familiare, che medita di uccidersi il giorno del suo tredicesimo compleanno. (...) La storia de 'Il riccio' si sviluppa sul grande schermo con una lentezza studiata, quasi orientale, grande attenzione viene data alla composizione dell'immagine e a dettagli che rendono il film quasi tridimensionale, dettagli come l'attenzione ai tessuti, alle tappezzerie, alla carta da regalo con cui il signor Ozu avvolge i suoi pacchetti: un'attenzione da pittura di Matisse che rende più ricca e intensa ogni inquadratura, ma che a tratti può risultare un po' stucchevole, come la logorrea e il cinismo molto haute bourgeois di Paloma. La scelta dell'attrice e regista Josiane Balasko nei panni della portiera Renée è invece azzeccatissima. La Balasko presta la sua fisicità goffa e impacciata a questa donna che sa dire solo la verità ma costruisce un'esistenza posticcia, nascondendosi dietro alle aspettative stereotipate degli altri (come la madre di Paloma, la cui snobistica etica di vita si traduce nel comando che dà alla figlia: «Non fare uscire il gatto, non far entrare in casa la portiera»). E i dettagli, cui la regista presta molta attenzione, ci rivelano informazioni preziose sui personaggi: ad esempio Paloma, davanti al pianto di Renée, abbassa la telecamera e corre ad abbracciarla, dimostrando con un gesto di non essere affatto la creatura cinica figlia del nostro tempo che vorrebbe farci credere. 'Il riccio' è un'opera prima con qualche ingenuità e qualche vezzo da intellettuale della rive gauche, ma è efficace nella sua narrazione scarna quanto ad avvenimenti e a dialoghi, e opulenta quanto ad ambientazioni e costumi. E anche se alcuni elementi del romanzo vengono significativamente modificati lo spirito del libro rimane intatto, e il messaggio sull'eleganza di tanti dimenticati, quelli che «non sappiamo riconoscere perché non li abbiamo mai visti», arriva dritto al cuore degli spettatori." (Paola Casella, 'Europa', 02 gennaio 2010)

"A contendere spettatori alle corazzate natalizie (e una settimana prima della mega-astronave 'Avatar') arriva oggi in Italia 'Il riccio', versione cinematografica dell'esordiente Mona Achache di quell''Eleganza del riccio'» (in Italia pubblicato da e/o) che a sorpresa aveva scalato le vette delle classifiche librarie un anno fa. Il romanzo di Muriel Barbery non faceva mistero della simpatica furbizia su cui aveva costruito il successo: ricordare ai lettori che non bisogna mai fidarsi delle apparenze. Perché se la più sciatta e scorbutica portinaia parigina (il «riccio» di cui pagina dopo pagina si scopriva l' eleganza) può nascondere cultura e sensibilità, allora anche il più bistrattato lettore può aspirare allo stesso riconoscimento. Basta che si impegni un pò con Mozart, Tolstoi e il cinema giapponese... (...) Da parte sua, Achache (che ha firmato da sola la sceneggiatura) gioca abilmente con i due temi del film - la (educata) denuncia della superficialità borghese e la (simpatica) trasformazione del 'bruco/riccio' Renée in farfalla - utilizzando tutti gli ingredienti che fanno la forza delle favole, dal mito di Cenerentola a quello della rivincita degli oppressi, dal fascino dell'Oriente (e dei suoi 'sorprendenti' bagni) alla lungimiranza giovanile (e dei suoi coinvolgenti entusiasmi), dalla forza dell'amore al dramma della morte. Senza dimenticare il piacere di una citazione tolstoiana messa lì al momento opportuno..." (Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera, 05 gennaio 2010)

"Aver tolto l'eleganza dal titolo, operazione masochista del marketing, forse non è stato casuale perché il film è meno introspettivo del furbo best seller in cui la portinaia era analizzata nella sua doppia personalità. Stabile elegante della borghesia parigina, tra una ragazzina depressa e due Ozu, uno vivo, uno vivissimo (il regista). Critica sociale ma senza lieto fine. La Balasko è brava, ma funziona lo spirito d'insieme che rilancia l'etica e l'estetica del Carino. Citazione di Tolstoi che sta per diventar di massa." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 15 gennaio 2010)

"Non era facile portare sullo schermo 'L'eleganza del riccio' di Muriel Barbéry (ed. E/O), best-seller iperletterario (ma con leggerezza) articolato in una serie di monologhi. L'esordiente Mona Achache sceglie la semplicità, ovvero la simpatia e la vivacità, trasformando i monologhi nelle scene filmate da Paloma o nei disegni che esegue a getto continuo. E accentuando il carattere da fiaba gentile della vicenda (rititolata 'Il riccio' anche per sottolineare il dichiarato distacco della scrittrice dalla versione cinematografica). Ne esce un film svelto, illustrativo, forse non molto ambizioso ma a suo modo del tutto riuscito. Il che non guasta."
(Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 05 gennaio 2010)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy