Il Pataffio

ITALIA, BELGIO - 2022
2,5/5
Il Pataffio
In un remoto medioevo immaginato, un improbabile gruppo di soldati e cortigiani capitanati dal Marconte Berlocchio e dalla sua fresca sposa Bernarda, arriva in un feudo lontano. Ma quel castello è un postaccio decrepito abitato da villani per niente disposti a farsi governare.
  • Durata: 117'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Tratto da: omonimo romanzo di Luigi Malerba (ed. Bompiani, 1978)
  • Produzione: MARTA DONZELLI E GREGORIO PAONESSA PER VIVO FILM, RAI CINEMA, MAURIZIO TOTTI E ALESSANDRO USAI PER COLORADO FILM, UMEDIA, IGINIO STRAFFI, BASTIEN SIRODOT, BEATA SABOOVA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 18 Agosto 2022

TRAILER

RECENSIONE

di Lorenzo Ciofani

È facile – e anche un po’ pigro – leggere Il Pataffio (in concorso al 75° Locarno Film Festival) pensando a L’armata Brancaleone, ma, al di là del contesto storico, dell’idioma ibrido e dell’umanità cialtrona, il terzo film di Francesco Lagi non ha molto a che fare con il classico di Mario Monicelli, se non altro perché manca il ripensamento figurativo e concettuale di un mondo attraverso la creatività iconografica e la fantasia linguistica.

Certo, ci sono due grandi temi della commedia all’italiana: da una parte, la corale sgangherata che cerca di compiere una grande impresa e ovviamente fallisce; dall’altra, l’ottusità infantile e nociva del potere contro un popolo incapace di farsi comunità e vocato al disastro. Ma Il Pataffio è prima di tutto un omaggio a Luigi Malerba, autore del romanzo all’origine del film, che Lagi ha diretto e scritto in solitaria.

Non solo perché l’eccentrico Malerba è stato scrittore d’avanguardia, anticipatore della temperie postmoderna per la capacità di rompere gli schemi della narrazione canonica, uno sperimentatore che ha svuotato il linguaggio per svelarne i trucchi e riplasmarlo, un archeologo che ha scavato nel patrimonio culturale dimenticato per riscoprire il verbo antico di un popolo umiliato e offeso.

Ma anche perché Malerba, che il cinema l’ha frequentato saltuariamente, ha girato un solo film nella sua vita, assieme ad Antonio Marchi. Si chiama Donne e soldati e Monicelli lo considerava il precursore di Brancaleone: un lavoro bizzarro e sfuggente, prodotto da Marco Ferreri e che i due registi scrissero assieme ad Attilio Bertolucci.

Il Pataffio di Lagi sembra guardare a quella occasionale e dimenticata esperienza (e, se proprio dobbiamo individuare una referenza monicelliana, ci vediamo piuttosto il più affine benché irrisolto Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno). C’è uno sguardo antiretorico su questa avventura picaresca, senza epica né etica, con un gruppo di povericristi mossi dagli istinti più bassi, la fame prima d’ogni altra.

Sotto un titolo che recupera un’arcaica alterazione lessicale di epitaffio, dove il termine sta per iscrizione sepolcrale ma anche più generale, è la storia di un manipolo di soldati e cortigiani capitanati dal Marconte Berlocchio e dalla sua novella moglie, la gioconda Bernarda, sposata solo per interesse. Arrivati in un feudo lontano, si trovano in un castello decrepito abitato da villani che non hanno alcuna intenzione di farsi governare.

credits: Vivo Film, Colorado Film Production, Umedia

È un’operazione singolare per il cinema italiano contemporaneo, così disabituato a setacciare il passato remoto, esito di una strana nonché inedita sinergia produttiva (Vivo Film con l’onnipresente Rai Cinema in associazione con Colorado Film e Umedia) e dotata di buoni valori produttivi (la fotografia naturale dello spagnolo Diego Romero, già collaboratore di Roberto Minervini, i costumi lerci di Mariano Tufano, le scenografie rudimentali di Daniele Frabetti, le musiche di Stefano Bollani che recuperano testi di Malerba stesso).

E però qualcosa non torna, nel Pataffio di Lagi, forse più a suo agio negli interni capaci di suggestioni ambigue come aveva dimostrato nel precedente e interessante Quasi Natale, tant’è che il meglio lo dà quando si chiude nel castello fatiscente. Pensiamo al gran momento lirico – niente spoiler – con Viviana Cangiano, la più notevole dell’eterogeneo cast di prime linee per malinconia buffa e leggerezza boccaccesca.

Si sputa molto e ovunque, le flatulenze puntellano il racconto, la fame è una maledizione, si muore molto e in modi grotteschi. Il ritmo qua e là latita e la commedia più che correggere i costumi ridendo si preoccupa un po’ troppo di parafrasare l’eternità del carattere italiano all’altezza di un contemporaneo che ben si presta a una lettura parallela alla parabola storicomica. Ha tutti i pregi e i difetti del film d’attori: tutti bravi, non c’è che dire, Lino Musella e Giorgio Tirabassi in primis, ma tutti così tentati dall’istrionismo finendo ogni tanto sopra le righe.

NOTE

- LE PAROLE DELLE CANZONI "IL SALMO DI SAN GHIRIGORO" E "CUL CULAGNI" SONO DI LUIGI MALERBA.

- IN CONCORSO AL 75. LOCARNO FILM FESTIVAL (2022), SEZIONE 'CONCORSO INTERNAZIONALE'.

CRITICA

"(...) il film rievoca dunque atmosfere che hanno caratterizzato una breve stagione cinematografica italiana e punta su una comicità basata non solo sulle situazioni che coinvolgono i personaggi, ma anche su un linguaggio strampalato ed esilarante, talmente fluido però da sembrare reale. E se l' inizio cerca la farsa, proseguendo nel suo sviluppo narrativo, il film si fa sempre più dolente, amaro, fino a un epilogo che ci riporta dritto alla commedia all' italiana e ai nostri tempi (...)." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 07 agosto 2022)

"'Il Pataffio' è tratto dal romanzo di Luigi Malerba (quodlibet) ambientato in un medioevo di miseria e di fame che parla una lingua strana tra il latino e il romanesco. Il riferimento all' Armata Brancaleone monicelliana è già lì, Lagi lo raccoglie - nel suo cast c' è anche Alessandro Gassmann quasi a giocare esplicitamente con questa eredità - ma prova a spostare un poco l'asse degli equilibri dall'on the road in un microcosmo chiuso in cui a dispetto della classe, signori e villani, condividono la stessa sorte di stare a stomaco vuoto. (...) Lagi inventa una geografia (possibile) di questo medioevo nel paesaggio che guarda a tanti altri e insieme appartiene a quella realtà, fatto di sassi e di un orizzonte senza vie di fuga dove i due gruppi di fronteggiano destinandosi a soccombere alla fame comune e a qualche potere - come si sa accade e non solo nel medioevo. Sono i loro corpi a delineare la narrazione, gli umori del sesso, della pancia che brontola e si contorce perché non ha cibo o perché ha mangiato fino schiattare dopo giorni a definirli, a dircene le emozioni e le fantasie, a ondeggiare sul confine tra la vita e la morte. Un equilibrio complicato che non è facile tenere saldamente, e che se a volte sfugge, testimonia però di un fare cinema che prova a muoversi tra le sue «eredità» guardando al contemporaneo." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 07 agosto 2022)
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