Il mio miglior nemico

ITALIA - 2006
Il mio miglior nemico
Achille De Bellis, top manager di un'importante catena alberghiera di proprietà di sua moglie Gigliola e di suo cognato Guglielmo, sembra avere tutto ciò che un uomo desidera dalla vita: una bella casa, un buon matrimonio e una solida posizione sul lavoro. Ogni certezza viene travolta dall'incontro con uno "sbandatello" di 23 anni, Orfeo, che vive in un quartiere popolare di Roma e, come i suoi amici, non coltiva grandi ambizioni, ma si trascina in un'esistenza fatta di lavoretti precari e pomeriggi consumati in chiacchiere inconcludenti. Non ha mai conosciuto suo padre ed è cresciuto in fretta, costretto a prendersi cura di Annarita, sua madre, una donna instabile che passa frequentemente dalla depressione all'euforia. Quando Achille licenzia Annarita per furto, Orfeo, convinto che sia stata accusata ingiustamente, decide di vendicarla e inizia a seguire Achille per scoprirne le debolezze e rovinargli l'esistenza...
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: AURELIO DE LAURENTIIS PER FILMAURO
  • Distribuzione: FILMAURO
  • Data uscita 10 Marzo 2006

RECENSIONE

di Angela Prudenzi

Verdone vs. Muccino. A leggerlo così Il mio miglior nemico si esaurirebbe in uno scontro tra generazioni. E un po’ è vero, ma nel senso del confronto tra scuole artistiche differenti: da una parte la comicità collaudata di Verdone, dall’altra la recitazione irruenta e veloce di Muccino; le battute debitrici della commedia dell’arte del cinquantenne, le tirate nervose del ventenne; l’uso perfetto del corpo del professionista di lungo corso, il sottotesto tutto interiore del giovane arrogante. Sarebbe però fare torto a entrambi rinchiuderli nel gioco dell’uno contro l’altro, anche perché basta guardarli per capire che i due si stanno simpatici e che tanto hanno in comune: per tutto il film giurano di odiarsi, invece si amano. Ed è il punto di forza di questa versione italianizzata del road-movie americano che spesso ha messo in scena il rapporto reale o metaforico genitori-figli. Anche qui un viaggio fa da sfondo alla vicenda, spazio dilatato nel quale si materializzano fantasmi personali vecchi e nuovi, amori e disamori, sogni e frustrazioni che la vita elargisce a piene mani. Così i padri non stenteranno a riconoscersi nelle disillusioni di Achille De Bellis, manager alberghiero che cura l’insoddisfazione con il più banale dei tradimenti, quello con la cognata. Mentre i ventenni si rispecchieranno nel coacervo emotivo di disperazione e velleitarismo che segna la crescita di Orfeo Rinalduzzi, giovane senza arte né parte cresciuto da una mamma single. E a quest’ultimo il Verdone regista regala le scene più intense: le liti con la madre dall’equilibrio instabile e le tirate sentimentali ai danni di Cecilia, figlia trascurata dell’odiato Achille. E’ a lui ancora che affida il versante drammatico, quel lato che l’autore ha detto di sentirsi pronto a esplorare ma di cui come attore non si è assunto appieno il peso. Forse Verdone deve trovare un regista che lo faccia per lui, e allora davvero ci stupirà. Per ora ha alzato il tiro, predisponendosi a un definitivo cambiamento tutto da scoprire.

NOTE

- 12 CANDIDATURE AL DAVID DI DONATELLO 2006: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA, PRODUZIONE, ATTORE PROTAGONISTA (CARLO VERDONE), ATTRICE PROTAGONISTA (ANA CATERINA MORIARU), FOTOGRAFIA, SCENOGRAFIA, COSTUMI, MONTAGGIO, FONICO DI PRESA DIRETTA, DAVID GIOVANI.

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2007 PER: MIGLIOR PRODUTTORE (AURELIO DE LAURENTIIS - FILMAURO) E MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (CARLO VERDONE, SILVIO MUCCINO).

CRITICA

"'I messaggi si mandano con la Western Union!' pare fosse l'invariabile risposta dei produttori di Hollywood all'eventuale scrittore che proponeva di inserire nel soggetto di un film un qualsivoglia messaggio. Nel parco a tema del cinema italiano, grazie al cielo, c'è chi ce li sa recapitare con grazia, intelligenza, rispetto del mestiere e monumentale senso del (tragi)comico: Carlo Verdone. Chi ancora ama il cinema - piuttosto che i suoi contrappesi culturali o filologici - lo sente d'istinto, non c'è esperto o critico che tenga: Verdone agisce come un amico, un fratello che si guarda guardando il mondo, sa cogliere ciò che esprimono i gesti e i corpi, smonta come fanno i bambini con i giocattoli i capillari umori circostanti, aspira l'aria del tempo e la tramanda nelle storie della storia di ogni spettatore. 'Il mio miglior nemico' ci appare, così, non solo un film quadrato, riuscito, divertente, ma anche un tassello del puzzle ambientale e psicologico che componiamo a mano libera quotidianamente. (...) L'amarezza e il pessimismo del film, insomma, non si traducono nelle solite reprimende salvazioniste, bensì in quel grumo di (false) sicurezze e (patetiche) impotenze col quale tutti siamo costretti a fare i conti: salvo, beninteso, ad indicare come prezioso bene superstite la possibilità di ridere a crepapelle sul vanesio e ossessivo attaccamento alla propria immagine esibito dagli svarianti personaggi. La voce fuori campo di Silvio Muccino - un'ottima performance in accorto bilico sulla spontaneità (che di per sé non basta) - serve proprio a rimarcare il progetto del regista: la caricatura - naturalmente al diapason ogni volta che Verdone/attore dà fuoco alle polveri delle sue trascinanti e fregolistiche gag - produrrà quella forma di piacere dato dal confronto fra la realtà e la sua deformazione nella somiglianza. Il road-movie alla ricerca dei padri, sia pure a tratti un tantino prolisso, costeggia sempre un paesaggio di diffidenze e risentimenti. 'Tu mi devi sempre seguire, tu mi devi sempre dare retta': l'utopia buonista di Achille/Carlo anche nel raggio finale di tenero sentimento coglie un riflesso beffardo e farsesco." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 10 marzo 2006)

"In tutte le buone biblioteche di spettacolo figura il libro di Masolino d' Amico 'La commedia all'italiana', sottotitolo 'Il cinema comico in Italia dal 1945 al 1975'. Ovvero 30 anni nella storia di un genere a lungo snobbato come se fosse il parente povero del dramma. Ora però sarebbe tempo di metter mano a un secondo volume. Fra i protagonisti del quale figurerà senza dubbio Carlo Verdone, che dall' esordio nel 1979 con 'Un sacco bello' è stato autore e regista di una ventina di film. (...) Se Masolino o qualche suo epigone firmerà il nuovo libro sulla commedia italiana dovrà dedicare un particolare interesse a 'Il mio miglior nemico'. Proprio perché si tratta di un film a cavallo tra il vecchio e il nuovo, che nella disfida tra il veterano Verdone (56 anni) e un Silvio Muccino in crescere di età (28 anni all'anagrafe, 24 nella finzione) mette in scena lo scontro generazionale in corso ogni giorno sotto i nostri occhi. (...) 'Il mio miglior nemico' sgrana nel suo procedere gag irresistibili e sorprese che sarebbe delittuoso svelare, tant' è vero che i critici americani quando se ne presenta la necessità antepongono negli articoli l'avvertenza spoilers per chi non vuol sapere prima ciò che succede. Ogni tanto si avverte scarsa attenzione alla consequenzialità, alcuni incidenti hanno motivazioni deboli e la coerenza fa occasionalmente difetto. Accade così che tutta la seconda parte, con i due ex "migliori nemici" frettolosamente riconciliati che intraprendono in chiave di road movie la ricerca della giovane scomparsa, rischia di poggiare sul vuoto perché la sorte di Cecilia (sarà finita a Istanbul o a Ginevra?) poetessa in erba e sbandata, sentimentale e incompresa non ci sta particolarmente a cuore. Ma fra accensioni d'ilarità e nuvole passeggere il bilancio 'malincomico' del film si configura positivo: Verdone ha fatto quasi goal un'altra volta." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 10 marzo 2006)

"Al ventesimo film Carlo Verdone conferma limiti e pregi di una carriera in bilico tra il sublime e la mediocrità. 'Il mio miglior nemico' somiglia a tutte le sue altre creature, non tanto per un'encomiabile unità stilistica, quanto per quella ricerca di una seriosità, vanificato ogni volta dallo sberleffo, che implode in episodi marginali pur trattando temi di attualità. (...) Questo è Verdone, prendere o lasciare. Sentimentale, crudele, irresistibilmente comico, convenzionale, genialmente velleitario. Ma due o tre momenti sono di una comicità sfrenata e Verdone attore è davvero un mistero buffo. Ti sorprende o ti delude in egual misura. Il giovane Muccino, qui anche sceneggiatore, non ha altro che una simpatia spicciola, che lega con quella più studiatamente goffa di Verdone." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 10 marzo 2006)
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