Il mercante di Venezia

The Merchant of Venice

ITALIA, LUSSEMBURGO, GRAN BRETAGNA, USA - 2004
Il mercante di Venezia
Antonio, ricco mercante veneziano, ma con i capitali investiti in navi da carico ancora in viaggio, chiede all'ebreo Shylock un prestito di tremila ducati da dare al nobile Bassanio, affinché quest'ultimo possa corteggiare la ricca Porzia. L'usuraio però, da sempre maltrattato dal mercante, riesce a fargli sottoscrivere una bizzarra clausola: entro tre mesi, qualora la somma non venisse restituita, avrà in cambio una libbra di carne dal corpo del mercante, da tagliarsi vicino al cuore. Alla scadenza, Antonio non può pagare il debito e Shylock pretende il suo pegno. Le parti si riuniscono quindi davanti al Doge, ma proprio quando il destino di Antonio sembra segnato, l'intera vicenda si ritorce contro lo stesso usuraio.
  • Altri titoli:
    William Shakespeare's The Merchant of Venice
  • Durata: 124'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:2,35), ANAMORFICO, SCOPE, ARRICAM CAMERAS, ARRIFLEX ULTRA PRIME LENSES
  • Tratto da: omonima commedia di William Shakespeare
  • Produzione: BARRY NAVIDI PER SPICE FACTORY PRODUCTION, SHAYLOCK TRADING LTD., UK FILM COUNCIL, FILM FUND LUXEMBOURG, AVENUE PICTURES PRODUCTIONS, DELUX PRODUCTIONS, ISTITUTO LUCE, DANIA FILM
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE (2005)
  • Data uscita 11 Febbraio 2005

NOTE

- GIRATO A VENEZIA E A ESCH-SUR-ALZETTE IN LUSSEMBURGO.

- CATE BLANCHETT ERA STATA SCELTA PER LA PARTE DI 'PORTIA', MA HA DOVUTO RINUNCIARE QUANDO HA SCOPERTO DI ESSERE INCINTA.

- PRESENTATO FUORI CONCORSO ALLA 61MA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2004).

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2005 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

- NASTRO D'ARGENTO 2006 PER LA MIGLIORE SCENOGRAFIA.

CRITICA

"Non c'è pace per William Shakespeare. Abbiamo appena finito di vederlo strattonato, modernizzato, infilato a forza in epoche e contenitori non suoi, che arriva chi vuole riportarlo alla lettera, all'epoca, al contesto. Come se ogni dramma in costume non parlasse anzitutto del presente e Amleto o Macbeth non fossero nostri contemporanei. Ma tant'è. L'ultimo paladino del filologicamente corretto è il Michael Radford del 'Mercante di Venezia', che immerge la già fosca vicenda di Shylock in una luce costantemente tetra, appena rischiarata da qualche intermezzo brillante. Aggiungendo un prologo nel ghetto senz'altro utile dal punto di vista storico ma abbastanza incongruo sotto il profilo drammaturgico (...) Si capisce che il rispetto dell'epoca e la scelta di girare davvero a Venezia (le scene, molto belle sono di Bruno Rubeo, la foto fin troppo caliginosa di Benoit Delhomme) facciano da scudo contro le ambiguità del testo. Ma i pregi di questo 'Mercante di Venezia', dramma così controverso da essere fra i meno rappresentati, specie dal secondo dopoguerra in poi, finiscono per essere di ordine sostanzialmente didattico. Tanto più che la regia volutamente antimoderna di Radford, apertamente al servizio del testo e degli attori, si impenna quando in scena c'è Shylock-Al Pacino, voce di gola e sguardi lenti, zavorrati dal rancore; ma sonnecchia se c'è da tener dietro al malinconico orgoglio e poi alle angosce di Antonio (un pallido Jeremy Irons), il cristiano da cui Shylock esige una libbra di carne in cambio di un credito inevaso (che peccato non aver avuto il grande Ian McKellen nel ruolo); o, peggio, alle manovre di Joseph Fiennes, attore tanto seducente quanto di scarso peso sullo schermo. E meno male che la lunga tirata di Shylock deciso a incassare il suo credito inumano, rifulge in tutta la sua ferocia come uno specchio rivolto ai veneziani e alle loro leggi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 5 settembre 2004)

"Nel portare sullo schermo 'Il mercante di Venezia' l'inglese Michael Radford ha fatto uno spettacolo che fra abiti finti e veri canali e monumenti, ricorda i drammi in costume della Scalera anni '30. Ma il testo è intelligentemente contestualizzato, partendo dalla sia pur blanda persecuzione degli ebrei verso la fine del 1500, ben tagliato e recitato rispettando il miracoloso equilibrio fra realismo e favola. Astioso, raggomitolato e dolente al punto da ricordare ogni tanto i toni lamentosi delle dizioni poetiche di Umberto Saba, Pacino è uno Shylock umiliato e offeso che vale da solo una reverente visita al film." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 5 settembre 2004)

"Triste, vendicativo e solo, ecco il mercante ebreo di Al Pacino nel fastoso, classico ed educato film ripreso nei luoghi in cui Shakespeare l'ha pensato. Dando il massimo spazio alla parola, sicuro che la convivenza tra religioni e culture diverse sia tema attualissimo, Radford col suo spettacolone di teatro filmato manda nella bottiglia un messaggio: siamo e siete tutti disperati per soldi e per razza. Fedelissimo al testo, anche nel finale degli anelli spesso tagliato, il film evoca e rievoca polvere di palcoscenico e sta in delicato equilibrio sull'antisemitismo del copione. Pacino, ennesimo Shylock del cinema, è bravo, misurato e torvo, specie l'arringa, ma sir William tiene molto anche all'Antonio di Jeremy Irons, pronto a tutto per l'amico Bassanio-Fiennes." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 19 febbraio 2005)
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