Il Codice da Vinci

The Da Vinci Code

USA - 2006
Un professore americano di Harvard, Robert Langdon, è chiamato a collaborare con la polizia francese, a Parigi, per risolvere il caso di un misterioso assassinio commesso all'interno del Louvre. Inseguito da un implacabile ispettore della polizia francese e da alcuni personaggi legati ad un misterioso 'Maestro', Langdon, con l'aiuto di una crittologa francese, deve riuscire a interpretare una serie di indizi lasciati dall'ucciso attraverso i quadri di Leonardo da Vinci. Le indagini porteranno alla luce le tracce per svelare un incredibile mistero, protetto per secoli da una setta segreta, che potrebbe sconvolgere e minare i fondamenti della religione cristiana...

CAST

NOTE

- FILM D'APERTURA, FUORI CONCORSO, AL 59MO FESTIVAL DI CANNES (2006).

CRITICA

"Tanti segreti e nessun mistero. Ci aspettavamo uno scandalo, una provocazione, un calcio alla cristianità o almeno al Vaticano. Invece 'Il Codice da Vinci' di Ron Howard è solo uno di quei filmaccioni frenetici e verbosi che sono da sempre la specialità di Hollywood, non molto più credibile di 'Mission Impossible III' malgrado le pretese. Anzi, a caldo viene da dire che senza il genio di Leonardo da Vinci e la bravura di sir Ian McKellen, immenso attore inglese e protagonista occulto di questo film in cui l'occulto trionfa, non si saprebbe bene cosa stare a guardare anche se il materiale apparentemente non manca. (...) I 43 milioni di lettori del libro sanno che in filigrana si agitano Maria Maddalena, il Sacro Graal (no, non è una coppa...) e gli ipotetici discendenti di Gesù. Ma con tanto ben di Dio, è proprio il caso di dire, Howard si limita a impaginare l'ennesimo film pieno di scene ad effetto e di complotti vicini e lontani. Con qualche sciabolata d'ironia qua e là per dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Senza ritrovare se non a sprazzi il pathos forse grossolano ma efficace del romanzo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 17 maggio 2006)

"Per realizzare in film che coinvolge l'esoterismo, la numerologia e metà della mitologia dell'Occidente, ci sarebbe voluto un erudito come Peter Greenaway: ma quello, si sa, tratta con gente di diversa levatura (Dante, Shakespeare...) di Brown; e, soprattutto, non rende quattrini al botteghino. Se si sceglie di mettere alla regia Ron Howard, che è cresciuto ma è rimasto diligente come il Ritchie di 'Happy Days', non ci si può aspettare un film d'autore. Quel che Ron ha realizzato è di avere per le mani una trama di cospirazioni e sette segrete. Pur sforzandosi di inventare qualche inquadratura 'impossibile', Howard fa il suo lavoro da onesto regista di blockbuster miliardario, col montaggio rapido, la musica roboante, il numero contrattuale di primi piani per le star e la dose minima di umorismo. Il suo compito diventa più difficile quando si tratta di parafrasare in linguaggio cinematografico le lunghe e complesse 'spiegazioni' storiche del romanzo. Se la cava ricorrendo alla vecchia soluzione del flashback, con sequenze concitate e colorate in bluastro, che sembrano rubate ai peplum nostrani, ma con l'abbondanza di mezzi dei kolossal di Cecil DeMille. Ne risulta una pellicolona complessa e un po' macchinosa, dove la parte didascalica rallenta l'azione e dove tutti i divi appaiono un po' spaesati, come se cercassero di capire davvero - nella realtà, non nella finzione - quel che sta succedendo loro intorno." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 17 maggio 2006)

"Di 'Il Codice da Vinci' mi sono piaciuti i primi 15 minuti. Purtroppo il film ne dura altri 136 durante i quali si disperde in situazioni che Hitchcock avrebbe segnato con la matita rossa e blu. Eppure è stupendo l'inizio notturno con Jean-Pierre Marielle che fugge inseguito dal killer Paul Bettany fra i capolavori delle gallerie del Louvre, contrappuntato con la lezione sui simboli che il professor Tom Hanks sta tenendo in altra parte di Parigi. (...) Pur incarnati da attori esperti, da Alfred Molina che fa il vescovone della congiura clericale al sempre diabolico Ian McKellan, i personaggi non prendono vita proprio come i protagonisti Hanks e Tautou. Può ancora appassionare, gestito dall'abile regista Ron Howard, il vetusto meccanismo dell'innocente in fuga; e può avvincere l'ulteriore messa in opera della caccia al tesoro. Ma il resto sono chiacchiere: risibili flashback pseudostorici evocati a sostegno di tesi insensate, accuse odiose al Vaticano e all'Opus Dei e affermazioni blasfeme che possono indurre i credenti a reagire in qualche modo. Speriamo con più sale in zucca degli integralisti islamici, che per una vignetta su Maometto hanno provocato morti e feriti. In realtà la sentenza su 'The Da Vinci Code' è già stata pronunciata a Cannes. Non per niente la Francia è la patria della ghigliottina: in occasione della prima proiezione alla stampa, nella sala Debussy, la testa di questo gigante della sottocultura è finita nel canestro fra il disinteresse generale. È stato un madornale errore portarlo al festival, vedremo se sopravviverà allo smacco confermandosi come il campione annunciato dell'intera estate cineplanetaria." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 18 maggio 2006)

"Un thriller che giustamente rivendica tutta la sua libertà deve, in punto di coerenza, confrontarsi con gli indici e le regole del genere ed è su questo piano che 'Il Codice da Vinci' finisce per gettarsi a corpo morto nelle fauci dei censori ideologici e degli snob preventivi. Non vorremmo disturbare, a questo proposito, i nobili travagli dei luminari della Chiesa o le infide astuzie dei talebani del relativismo, ma c'è stato un signore chiamato Alfred Hitchcock che in quest'ambito fa più testo (per carità, si fa per dire) dei Vangeli: non a caso sullo schema del protagonista accusato ingiustamente, braccato dagli sbirri e dai killer, ma per fortuna sostenuto da un'intrepida fanciulla, il maestro del brivido ha collaudato una fluidità narrativa e una cadenza visionaria quasi sempre irresistibili. Il regista di 'Cinderella Man', che resta peraltro un ottimo professionista, cerca invece d'impreziosire con il montaggio survoltato, la musica tonitruante e il carisma delle star una trama attorcigliata e macchinosa, da una parte sfruttando senza remore la sua presunta audacia anti-cattolica, dall'altra riducendola per forza di cose al solito tourbillon di cospirazioni incrociate e complotti di sette segrete. (...) Tom Hanks è sprecato a dispetto del ruolo risolutivo, Audrey Tautou ex Amélie sgrana gli occhioni con monotonia insopportabile, Jean Reno è un poliziotto francese che sembra capitato lì per caso, Paul Bettany è un monaco invasato che fa torto all'originale e solo l'immenso Ian McKellen nella parte di Sir Teabing fa venire voglia di rituffarsi nelle pagine dell'unico vero vincitore, il (lui sì) luciferino Mister Dan Brown.." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 18 maggio 2006)

"I critici snob storcono il naso, perché è tutto molto tradizionale, un po' pacchiano. Urge non prendere sul serio le dispute teologiche sul lato umano di Gesù e sulle nozze con la Maddalena, ma godersi un divertente thriller dal bell'inizio notturno che non tratta di sesso, ma di Templari, del Graal, di guerre religiose e Leonardo. (...) La Tatou è la criptologa per niente lì per caso, il magnifico Ian McKellen fa da perno e Reno indaga sull'intrigo internazional spirituale." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 19 maggio 2006)
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