I LOVE YOU

ITALIA - 1986
In una fabbrica abbandonata, situata alla periferia di Parigi, Michel, impiegato presso una agenzia di viaggi, vive la sua vita di scapolo, in buoni rapporti con Yves, un amico disoccupato, una grassa donna di colore e un ragazzino giapponese. Scapolo lo è, è belloccio e le donne lo cercano. Una che voleva da lui un figlio lo abbandona; altre, di costumi liberissimi o addirittura a pagamento, sembrano matte per lui e si offrono gratis. Una sera in cui Michel passeggia e fischietta, una vocina lusingatrice gli dice "I love you". La vocina vien fuori da un ciondolo-portachiavi raffigurante un visetto grazioso dalla bocca tumida. Comincia così per Michel un gioco divertente: a comando, fischiando, una voce gli dice "I love you" in casa, quando circola sulla moto o sul lavoro, senza mai assillarlo, blandendolo e colmando di una tranquillizzante felicità la sua vita di solitario, che ormai rifiuta facili amori. Poco a poco il gioco si fa più serrato ed inquietante, Michel arriva a sovrapporre il visetto del portachiavi alla foto di una "pin-up" e perfino alle onde tremolanti del video, ritraendone anomale autogratificazioni; fa vedere il ciondolo all'amico disoccupato e ne diventa un po' geloso (perché l'amico fischia e la rossa bocca flauta il suo "ti amo" anche a lui), incontra e trattiene un cliente dell'agenzia e scopre che lui pure ha un ciondolo uguale (ma per fortuna con occhi di colore diverso). La vita di Michel è ormai condizionata ed ossessionata da quell'assurdo amore, cui arriva perfino a donare piccolissimi gioielli, rimirando l'oggetto e restandone affascinato. Un giorno in cui si è lanciato in una folle corsa con la moto, il giovanotto cade e si rovina la dentatura; purtroppo la protesi gli rovina il fischio di richiamo, trasformato in un soffio ridicolo e impotente. La bocca del gingillo resta dolorosamente muta. Mentre Yves trova finalmente l'agognato lavoro, Michel diventa triste e nervoso, trascura il suo impiego, si riduce ad ottenere la parola "I love you" azionando un "carillon" - un surrogato ancora più penoso - o pagando una ragazza di vita: solo per ascoltare le dolci parole, per lui tuttavia sempre meno seducenti se dette da una voce umana, a paragone delle delizie del ciondolo, ormai sordo ai suoi richiami. Alla fine Michel, allorché una sera il portachiavi risponde alle vibrazioni di un acuto emesso da Maria (una conoscente comune di lui e dell'amico, la quale si produce in bizzarri "exploits" canori in TV) disperato e furioso lo spacca. Non gli resta che sognare una evasione dalla sua perniciosa solitudine. Su di una spiaggia dove è arrivato in moto, Michel crede di vedere uno splendido veliero, la cui polena è una donna affascinante. Lui si lancia in acqua, nuota affannosamente e, pateticamente, tenta di fischiare. Ma la donna è indifferente e la nave se ne va tranquilla.
  • Durata: 96'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA A COLORI
  • Produzione: 23 GIUGNO ROMA - AFC FILM A2 PARIS
  • Distribuzione: COLUMBIA PICTURES ITALIA - MANZOTTI HOME VIDEO, PANARECORD, CECCHI GORI HOME VIDEO (GLI ORI)
  • Vietato 14

NOTE

- PRESENTATO AL FESTIVAL DI CANNES 1986

CRITICA

"(…) Ferreri, tuttavia, sopperisce secondo il suo solito a queste manifeste lacune narrative con una regia che privilegia in modo particolarissimo le immagini: ambientando ancora una volta la vicenda - come già nell'Ultima donna - in una squallida periferia parigina e facendo scaturire da quella, dai suoi terrins vagues, dai suoi tetri palazzoni, il significato più intimo di solitudine che il racconto tende a esprimere. Con il sussidio di una fotografia (di William Lubtchanski) in cui la desolazione sa diventare pittura e l'assenza dei colori vivi giunge a ridarci una spettralità cromatica direttamente legata ai tormenti del protagonista, al suo vagare, anche interiormente, nel vuoto. Meno felice, invece, il contributo interpretativo di questo protagonista ad un tema che dovrebbe nascergli dentro e che, di conseguenza, gli si dovrebbe leggere in faccia. Penso alla fissità e al gelo, quasi terrificanti nella loro impassibilità, di Michel Piccoli nel personaggio forse egualmente stralunato di Dillinger è morto. Al suo posto, qui, c'e Christophe Lambert, con la sua faccia metà parigina metà anglosassone, il più delle volte inadatto a farci intuire le lacerazioni, le disperazioni, i vuoti che sono alla base del suo stravagante coup-de-foudre. Se qualcuno, vedendo domani il film, si fermerà alla sua prima lettura e crederà di riconoscervi soltanto un uomo che si innamora di un portachiavi, buona parte della responsabilità l'avrà proprio il Tarzan di 'Greystoke' e il banditello di 'Subway': incapace di andare oltre le apparenze." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 14 Maggio 1986)

"Come quasi sempre mi succede nel rivedere i suoi film, 'I love you' guadagna a una seconda visione tanto più che all'ultimo festival di Cannes era stato presentato in edizione francese. Specialmente nei duetti tra Christophe Lambert e il suo patetico Sganarello Eddy Mitchell, candidato al Nobel per la jella, il film riesce a essere divertente nella sua ironia che lega i denti, simpatico nell'angoscia che impregna la descrizione dell' odierna gioventù di quieti senza causa, viandanti senza meta, afasici senza tormento (apparente). C'è anche, in questa desolata ode all'onanismo, il contrappunto ossessivo del televisore sempre acceso con lo spassoso dialoghetto di un pornofilm e una citazione di 'Capriccio spagnolo', il più freddo dei film di Sternberg contro Marlene Dietrich. Rimane la perplessità di fondo: riesce la semplice trovata iniziale del portachiavi a sostenere un film intero? riesce questo programma minimo a evitare le secche della ripetizione, di una meccanica variazione su un tema unico? Per quel che riguarda i personaggi, a mio avviso non ci riesce. Com'era inevitabile (forse) in un film amaramente onanistico (anche nell'autocitazione di 'Dillinger è morto'), le figure femminili sono sacrificate, anch'esse relegate al ruolo di giocattoli perversi, ma pure la coppia maschile centrale appare una replica stanca di quella di Depardieu-Mastroianni in 'Ciao maschio' (1978). Rimane l'apparato figurativo che, come il solito in Ferreri, è di grande suggestione. La luce traslucida e i colori concreti della fotografia di William Lubtchansky sono al servizio dell'occhio di Ferreri, della sua capacità visionaria di cogliere, negli esterni di Cergy-Pontoise come negli interni (raffinati nella loro squallida marginalità), la modernità alienata dell'ambiente in cui viviamo." (Morando Morandini, 'Il Giorno', 28 Settembre 1986)

"Interpretato da Christophe Lambert l'ex Tarzan il cui volto appunto non brilla per intelligenza, e dal bravo Eddy Mitchell, e accompagnato da musiche assai espressive, il film sceneggiato da Ferreri con Enrico Oldoini e Didier Kaminka è dunque un capriccio, ma quale conviene al nostro universo stralunato. Inserendosi nelle riflessioni che Ferreri viene compiendo da anni sui mutamenti prodotti dalla civiltà post industriale nei rapporti sociali, tesse con estro derisorio il filo d'un fragile grottesco, confidando alle immagini iperrealistiche, spesso servite da colori crudi, un'espressività di cui il copione difetta." (Giovanni Grazzini, 'Il Corriere della Sera', 29 Settembre 1986)
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