I figli degli uomini

Children of Men

GRAN BRETAGNA, CANADA, USA - 2006
I figli degli uomini
2027. La razza umana sta per estinguersi perché da 18 anni non nascono più bambini e la scienza non riesce a capire la causa dell'infertilità che dilaga nel mondo. In una Londra infestata da frange nazionaliste violente che vorrebbero mandar via dall'Inghilterra tutti gli immigrati, Theo Faron, attivista pacifista diventato semplice burocrate, viene coinvolto dalla ex-moglie rivoluzionaria, Julian, nel salvataggio e nella protezione di una ragazza rimasta misteriosamente incinta che potrebbe portare un barlume di speranza per la continuazione della specie umana...
  • Durata: 114'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, FANTASCIENZA, THRILLER, AVVENTURA
  • Tratto da: romanzo omonimo di P.D. James
  • Produzione: UNIVERSAL PICTURES, STRIKE ENTERTAINMENT, BEACON COMMUNICATIONS LLC, HIT & RUN PRODUCTIONS, QUIETUS PRODUCTIONS LTD.
  • Distribuzione: UIP
  • Data uscita 17 Novembre 2006

TRAILER

RECENSIONE

di Francesco Alò
Al cuore Cuarón, al cuore! L'eclettico regista messicano non lavora mai con Hollywood per un pugno di dollari. I figli degli uomini, libero adattamento dall'unico romanzo di fantascienza dell'inglese P.D. James, è una coproduzione diretta da Alfonso Cuarón dove il budget è americano (72 milioni di dollari grazie alla Universal) ma lo spirito è europeo. Londra, 2027. Il cielo è grigio, la terra è scossa dagli attentati terroristici, gli immigrati vengono deportati, le donne non fanno più figli, le nazioni sono crollate, le opere d'arte vengono distrutte. Nessuno, tranne Philip K. Dick, fa fantascienza distopica come gli inglesi. Sviluppare le negatività del presente per profetizzare l'apocalisse è il loro forte. Da H.G. Wells a George Orwell, dall'americano adottato Terry Gilliam (Brazil) al purosangue Alan Moore (V per vendetta). P.D. James non fa eccezione. Figli degli uomini si apre con un'esplosione lancinante nel pieno centro di Londra. Come in Brazil. Come il 7 luglio 2005. Theodore Fador (Clive Owen) era un idealista. Nel 2027 è un nichilista. Si aggira nel suo inferno vivente londinese come un detective privato dei '40. Serenamente disperato e impermeabile a tutto, come il suo trench multiuso. Quando la donna che amava lo contatta per portare in salvo una ragazza di colore, Theodore accetta riluttante entrando in una spirale di violenza e doppi giochi. L'ex amata Julian (Julianne Moore) è il leader del gruppo terroristico dei "Pesci". Le pallottole volano più veloci delle parole, le città sono campi di battaglia come Baghdad e Beirut, la dolcezza e l'ironia non hanno più posto (Michael Caine in un ruolo commovente come simbolo dell'utopia del movimentismo anni ‘60). La colonna sonora (King Crimson, John Lennon, Deep Purple) è la nostalgia per il rock di ieri, mentre i piani sequenza della coppia Cuarón-Lubezki (direttore della fotografia) sono il meraviglioso virtuosismo del cinema di oggi. Durante il piano sequenza più lungo e complesso, l'obiettivo della cinepresa si sporca di sangue. E' uno dei momenti di cinema più belli visti alla 63esima Mostra del cinema di Venezia. Un vero e proprio miracolo, come la speranza che si risveglia in Theodore. Come il finale, in cui si vuole credere testardamente a un futuro migliore. La testa ci dice che la distopia è l'unico futuro che ci sia. Ma I figli degli uomini spara più in basso. Al cuore Cuarón, al cuore!

NOTE

- OSELLA PER IL MIGLIOR CONTRIBUTO TECNICO A EMMANUEL LUBEZKI ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 PER MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, FOTOGRAFIA E MONTAGGIO.

CRITICA

"Davvero non risparmia sulle scenografie, l'azione e il ritmo 'Children of Men' di Alfonso Cuaròn, ennesimo thrilling futuristico ambientato nell'Inghilterra del 2027. (...) Il regista messicano, già cooptato a Hollywood per dirigere 'Harry Potter e il prigioniero di Azkaban', affronta con entusiasmo degno di miglior causa l'omonimo romanzetto di P.D. James e ci dà dentro con le atmosfere apocalittiche di un Occidente punito a causa delle sue intolleranze e del suo imperialismo: tra rovine fumanti, campi di prigionia, schiere di poliziotti armati fino ai denti e micidiali attentati di una resistenza in stile Al Zarkawi, l'umanità rischia d'estinguersi perché le donne non possono più far figli. (...) Gremito di stereotipi buonisti e semplicistico come un volantino, 'Children of Men' neppure sfiora la vertigine visionaria di titoli similari come 'Blade Runner', 'L'uomo che fuggì dal futuro', '1984' o '28 giorni', ma in compenso utilizza tutti i dollari dell'importante budget, si giova di recitazioni professionali e inanella colpi di scena abilmente suddivisi tra confronto psicologico e botte da orbi a tutto schermo. In altri tempi si sarebbe detto un film non adatto al concorso e tutt'al più buono per le adunate notturne giovanottesche; ma siccome siamo sostenitori della contaminazione tra arte e intrattenimento a tutti i livelli, non ci resta che segnalare di buon animo i suoi meriti." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 4 settembre 2006)

"Anche chi diffida di premesse così, un po' logore, stenterà a non farsi coinvolgere dalle prime sequenze dei "Figli degli uomini". La cui suggestione consiste nel rappresentare un futuro apocalittico sì, ma tanto più allarmante perché non troppo dissimile dal nostro presente: una Londra tenuta in ostaggio dalle misure di sicurezza, la paura degli attentati, le notizie televisive angosciose; come, verosimilmente, potrebbero mostrarsi le metropoli tra vent'anni, a meno di una rapida inversione di tendenza. Conferma il nero pessimismo, del resto, il personaggio del vecchio hippy affidato a Michael Caine, reperto di un'epoca (gli anni '60) ormai percepita come la mitica età d'oro. La seconda parte, però, cambia registro e trasforma la storia in pura dinamica inseguitori-inseguiti. Anche se il regista non rinuncia allo stile realistico (riprende con la cinepresa a spalla, come in un reportage di guerra), il suo diventa solo un film d'azione, con tanto di epilogo consolatorio." (Roberto Nepoti, "la Repubblica", 17 novembre 2006)

"Distopia: un futuro in cui ciò che può andare male... va malissimo. Libri e cinema. Intrattenimento e avvertimento. Esempi: '1984' di George Orwell, 'Brazil' di Terry Gilliam, tutta la letteratura di Philip K. Dick e anche 'I figli degli uomini', unico romanzo di fantascienza della giallista P.D. James che nelle mani di Alfonso Cuarón diventa opera affascinante quanto problematica. (...) Piani sequenza magistrali ai livelli di Welles e De Palma, commovente Michael Caine come simbolo della speranza anni '60, gran rock nostalgia in colonna sonora (Deep Purple, King Crimson), sparatorie in città fatiscenti come Bagdad e Beirut. Nel finale non molto convincente l'utopia scaccia troppo facilmente la distopia. Cuarón ci crede ancora. Mentre faceva il film gli è nato il terzo figlio." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 17 novembre 2006)

"'I figli degli uomini' immagina che, in tanta desolazione, cresca qualcuno nel ventre di una donna dalla pelle nera e senza marito. L'incantesimo è dunque rotto dopo diciotto anni d sterilità mondiale... Cuaròn imbottisce il film di metafore e allusioni poi le spiega, raddoppiando l'errore. E il prevedibile finale rovina quel po' di arcano che rimaneva." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 17 novembre 2006)

"Un film inglese. Firmato però da un regista messicano, Alfonso Cuarón, molto noto in patria specie dopo che un suo film, 'Y tu mamá tambien', è stato premiato a una Mostra di Venezia, ma apprezzato anche a livello internazionale per avere diretto, di recente, un episodio della serie di Harry Potter 'Il prigioniero di Azkabam'. Il film di oggi, titolo italiano 'I figli degli uomini', è tratto da un romanzo di una delle più celebrate gialliste inglesi, Phillis Dorothy James, ma sa anche apparentarsi alla fantascienza. (...) Schemi e modi di una violenza inaudita, immagini sempre cariche d'angoscia, tra luci plumbee, scenografie spettrali (ricreate nelle più squallide periferie dell'Hampshire) e un sonoro traboccante di echi sinistri. Affidati a ritmi che, nonostante la macchina quasi sempre a mano, sia prodiga di sequenze intente a non interrompere l'azione, tra spari, inseguimenti, fughe affannate, rievocazioni quasi allucinate di un Potere contrastato da un terrorismo altrettanto negativo, riescono sempre a prendere alla gola. Facendo, ad ogni pagina, dilagare l'incubo. Gli interpreti, ovviamente, concorrono al raggiungimento solido di questi risultati. Il protagonista, volutamente non eroe, è Clive Owen, una maschera segnata, attraversata però da tremiti. L'ex compagna è Julianne Moore, dura ed indomita. Non dimentico però, in una pagina pittoresca, l'apparizione fugace ma intensissima di Michael Caine, un hippy con occhiali, barba canuta e capelli lunghi. La firma del cinema inglese migliore." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 17 novembre 2006)

"'I figli degli uomini' di Alfonso Cuaron è stato definito più che fantascienza, fantacoscienza di oggi. Il nostro Clive Owen infatti, più giovane e filosofo di quanto appaia nel mistery Mondadori dell'inglese P.D.James, è un non eroe che si aggira in pastrano nella Londra bombarola del 2027, cercando di salvare i valori dell'umanità distrutta e sterile. (...) Cuaron fa audace riferimento alla Madonna ma anche al ruttino dei neonati. Costellato di angoscia contemporanea (il terrorismo, l'immigrazione nei lager, la terza età che avanza, l'intolleranza regina, la distruzione) il film è una bella occasione mancata per troppo materiale, e per eccesso di grottesco esistenziale. Certo che i pericoli segnalati sono veri e Cuaron, uscito da un Harry Potter dark, mette tutto il suo stile noir messicano nel favoleggiare con combattimenti fragorosi e distruttivi una realtà contemporanea. Owen è ottimo attore, discreto anche quando la sceneggiatura lo mette a dura prova, si muove infelice nelle grigie scene belliche di massa a lui inconsuete ('Inside man', 'Closer'), mentre la moglie ripudiata Julianne Moore è una rivoluzionaria no stop e Michael Caine fa con consapevole ironia un cameo old hippy. Tutto ok, compresa la coscienza infelice, ma il film assorda più che allarmare, è ingenuo e un po' banale nelle intenzioni etico declamatorie, benché visionario nell'inferno della guerra. Insufficiente in psicologia, l'allarme di Cuaron è sincero e riassuntivo di troppe delusioni alla fine omologate dalla bolgia feroce dei corpi che si dilaniano in bello stile di regìa nel fango atmosferico e metaforico: ogni riferimento, dal Libano e dintorni all' Iraq, non è puramente casuale." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 17 novembre 2006)
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