Flags of Our Fathers

USA - 2006
Flags of Our Fathers
Storia di amicizia, coraggio, sopravvivenza e sacrificio sullo sfondo della sanguinosa battaglia di Iwo Jima, un'isola sperduta con spiagge scure e cave di zolfo, presidio giapponese durante la II Guerra Mondiale. Il film segue le vicende dei sei soldati americani - cinque Marines e un ufficiale sanitario della Marina - passati alla storia per essere stati immortalati nell'atto di piantare la bandiera Americana sul Monte Suribachi.
  • Durata: 130'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GUERRA, STORICO
  • Specifiche tecniche: ARRIFLEX 235, ARRIFLEX 435, PANAVISION PLATINUM, SONY HVR-Z1U, 35 MM (1:2.35) - TECHNICOLOR
  • Tratto da: libro omonimo di James Bradley e Ron Powers
  • Produzione: CLINT EASTWOOD, STEVEN SPIELBERG, ADAM GOODMAN PER MALPASO PRODUCTIONS, DREAMWORKS, WARNER BROS. PICTURES INC., AMBLIN ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: WARNER BROS. ITALIA - DVD E BLU-RAY: WARNER HOME VIDEO
  • Data uscita 10 Novembre 2006

RECENSIONE

di Enrico Magrelli
La guerra per Clint Eastwood non è una triste sinfonia  dell'anima come per  Terrence Malick de La sottile linea rossa. È una tragedia  più complessa. Un'esperienza  della quale  uomini/soldati non si liberano più. È sangue, orrore, morte. È perdita di se stessi. È  una tragedia della giovinezza: quasi tutti quelli che muoiono sui campi di battaglia  non avranno mai la gioia di diventare prima adulti e poi vecchi. Flags of Our Fathers è per la Seconda Guerra Mondiale, raccontata dal cinema, quello che Gli spietati è per il western. Dissipata la nebbia della leggenda, restano i cadaveri, la crudeltà, la propaganda, l'uso che la politica e le ideologie fanno del mito  dell'eroe e della frontiera. Flags è uno dei migliori film dell'anno e il più raffinato, emotivo, intelligente film moderno sulla guerra che ha spezzato in due parti il Novecento. Ispirato al romanzo di James Bradley (figlio di Johno uno dei protagonisti reali della storia) e Ron Powers, prodotto da Steven Spielberg e dallo stesso Eastwood, il film ricostruisce e decostruisce la sanguinosa ed cruciale battaglia di Iwo  Jima. Conquistare quell'isola era ed è stato il passaggio obbligato per vincere la Guerra del Pacifico. Iwo Jima, su cui erano dislocati 22mila giapponesi, era la stazione di pre-allarme per la terraferma e consentiva alle difese antiaeree nipponiche di colpire facilmente i bombardieri americani. Lo sbarco sull'isola  ha inizio il 19 febbraio 1945 e durante la sanguinosa battaglia, durata più di un mese, morirono 6821 americani e sopravvissero solo 1083 soldati giapponesi. Una carneficina. Le scene dello sbarco e di combattimento, nonostante il coinvolgimento produttivo di Spielberg, non somigliano nella violenza, nella coreografia delle truppe, nel dinamismo grafico e nella regia   a quelle di Salvate il soldato Ryan, le  immagini, con i colori desaturati, hanno la brutalità, l'asciuttezza nefasta delle vere foto d'epoca che sfilano nei titoli di coda del film (leggi l'intera recensione sul numero in edicola della Rivista del Cinematografo).

NOTE

- FILM D'APERTURA AL 24° TORINO FILM FESTIVAL (2006).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 PER MIGLIOR MONTAGGIO SONORO (ALAN ROBERT MURRAY E BUB ASMAN) E MISSAGGIO SONORO (JOHN REITZ, DAVE CAMPBELL, GREGG RUDLOFF E WALT MARTIN).

CRITICA

"C'è una bella congiura di talenti all'origine di 'Flags of Our fFthers': Clint Eastwood regista, Paul Haggis (Oscar per 'Crash') sceneggiatore, co-produttore Steven Spielberg, che sulla seconda guerra mondiale aveva dato già il suo punto di vista in 'Salvate il Soldato Ryan'. (...) La prima parte del film che mette in scena lo sbarco degli americani sull'isola, è caratterizzata da una regia ampia e solenne, ma allo stesso tempo semplice e ad altezza d'uomo: nello stile di un John Ford, del quale certe inquadrature ricordano i documentari di marina girati proprio durante la guerra. Dove Clint si dissocia, implicitamente, dal grande predecessore è invece nell'atteggiamento di fronte alla leggenda. Ne 'L'uomo che uccise Liberty Valance' Ford sostiene che, ove la leggenda sia più bella della realtà, deve prevalere la leggenda. Lui, però, celebrava la nascita di una nazione, mentre Clint sconta il disincanto e l'amarezza di un'epoca che ha imparato a diffidare delle leggende. E non è difficile leggere in controluce l'allusione a Bush, quando spinge sul pedale del patriottismo per mandare gli americani a combattere guerre sbagliate. I soldati di Eastswood non si battono per una bandiera o un'idea astratta, ma per proteggere chi condivide il loro destino di sofferenza e di morte. Tutto interno alla tradizione umanista del cinema americano 'Flags of our fathers' ha il suo punto debole nella tendenza alla ripetitività e si smarrisce, a tratti, nei flashback a catena dislocati su troppi piani temporali. Però, il messaggio resta forte e chiaro." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 10 novembre 2006)

"E' il lato più vistoso del film: la propaganda. Quando quella foto finisce su tutti i giornali Usa, il governo piegato dallo sforzo bellico decide di usarla per una colossale campagna a favore dei buoni di guerra. Ed ecco i soldatini rimpatriati e spediti in giro per l'America tra feste, stadi e majorettes a ramazzare quattrini. Soffocando i sensi di colpa per i compagni rimasti a morire laggiù, e la vergogna per un titolo usurpato. Perché 'gli eroi in realtà non esistono'; e perché loro piantarono solo la seconda bandiera, a sostituire la prima, più piccola. Ma la prima foto era meno potente, inoltre quei soldati sono tutti morti. Così il ruolo tocca a loro. Con conseguenze devastanti specie sul soldato pellerossa. Protagonista occulto che prima assaggia il razzismo quotidiano degli americani. Poi, a guerra finita, scende tutti i gradini dell'emarginazione per morire povero e solo. Chissà, forse stringendo su di lui il film sarebbe risultato più emozionante. Così, tra flashback e insistenze, Eastwood appare meno potente del solito. Ma lascia il segno nelle scene di guerra, da non paragonare a 'Salvate il soldato Ryan' (Spielberg co-produce) poiché seguono un principio opposto. Là protagonisti erano pur sempre i soldati. Qui sono le cose, i cannoni, i mitra, o i blindati colpiti dai mortai, a dominare la scena. Gli uomini, già figurativamente, sono dettagli, teste mozzate, corpi travolti dai cingoli o abbandonati nell'immensità dell'Oceano. Prospettiva raggelante quanto, temiamo, esatta." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 novembre 2006)

"Un film solido, rifinito e a tratti anche spettacolare: eppure non all'altezza delle ultime opere di Clint Eastwood, ormai riconosciuto come uno dei capiscuola di Hollywood. 'Flags of Our Fathers' ('Le bandiere dei nostri padri') sceglie come protagonista la fotografia dei sei soldati che il 23 febbraio del '45 innalzarono la bandiera a stelle e strisce sul monte Suribachi a Iwo Jima. (...) Tralasciando l'aneddotica desunta dall'omonimo romanzo-verità, si nota subito come le fasi spettacolari, ancorché intense, paghino pegno allo Spielberg di 'Salvate il soldato Ryan', come le sequenze delle (vere) testimonianze dei reduci spezzino il ritmo del film e lo rendano spesso farraginoso e come gli attori scontino la mancanza di carisma. Eastwood è ovviamente in grado di giocare sui chiaroscuri psicologici - supportati a dovere dalla fotografia decolorata di Tom Stern -, ma il tema del cosa i padri hanno saputo trasmettere ai figli sembra appartenere solo in parte alla sua cifra poetica. Indeciso tra la mitologia collettiva e le catastrofi personali, il film trova l'empito dell'emozione solo nell'asciuttezza patriottica, negli scorci quotidiani e nei rendiconti del destino 'fuori scena'". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 11 novembre 2006)
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