EVILENKO

ITALIA - 2004
Sul finire degli anni Ottanta, l'ex Unione Sovietica è sconvolta dal "Mostro della Striscia di Bosco", il misterioso psicopatico colpevole di aver violentato, ucciso e divorato più di cinquanta ragazzini. Il caso viene affidato al giovane magistrato Vadim Timurovic Lesiev, comunista modello. A lui tocca stanare il Mostro, Andrej Romanovic alias Evilenko, insegnante di Storia Russa in un orfanotrofio di Mosca. Per farlo dovrà riuscire ad entrare nella mente schizofrenica di quest'uomo astuto e forte, capace di compiere efferati delitti senza lasciare dietro di sé alcuna traccia.

CAST

NOTE

- FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTVITA' CULTURALI.

- DAVID GRIECO E' CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2005 COME MIGLIOR REGISTA EMERGENTE.

CRITICA

"Finalmente è stato trovato un comunista che mangiava i bambini; non solo, ma li sequestrava, trucidava e violentava, perfino protetto dal Kgb. Il massimo per una propaganda elettorale. Ce lo racconta con misura il giornalista, sceneggiatore e regista David Grieco, prima in un libro edito da Elle U Multimedia ed ora in questo 'Evilenko', che ripercorre la carriera dai 55 omicidi, durante l'era Gorbaciov, del feroce serial killer made in Urss Andrej Cikatilo, condannato a morte nel '92 dal tribunale di Rostov e ucciso in modi ancora misteriosi. (...) Grieco non mostra raccapricci da 'Hannibal the cannibal', ma architetta una fastosa scenografia di morte con una tenuta visiva e stilistica non comune per un deb. Se la tentazione di accavallare omicidio e politica non regge, McDowell e Marton Csokas, che in una final scena crudele elisabettiana si fronteggiano nudi per spogliarsi dentro, son più che eccezionali." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 17 aprile 2004)

"Lungi dall'accontentarsi di parafrasare in russo l'ennesima storia di assassino seriale, 'Evilenko' si propone come un film ambizioso sulle conseguenze psicopolitiche della perestrojka e del dopo Urss. (...) La diagnosi di Grieco sarà pure vera, però il film si limita a enunciarla a parole. Quanto alle immagini, bagnate nello squallore esistenziale, il regista adotta la cifra espressionistica dalla prima all'ultima inquadratura, per trasfigurare gli ambienti in specchi dell'anima. McDowell recita sopra le righe, perfino più del gigione del solito. L'ultima parte inanella una quantità di finali, che allentano la tensione senza aggiungere granché alla triste vicenda." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 17 aprile 2004)
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