Dogville

GIAPPONE, USA, GRAN BRETAGNA, ITALIA, DANIMARCA, SVEZIA, FRANCIA, NORVEGIA, OLANDA, FINLANDIA, GERMANIA - 2003
Dogville
Stati Uniti, inizio anni Trenta. Una giovane ed affascinante donna in fuga, Grace, arriva a Dogville, in un piccolo centro di provincia, inseguita da un gruppo di gangsters. Di lì a poco la sua presenza sconvolgerà la tranquilla esistenza della comunità locale. I cittadini incoraggiati da Tom acconsentono, infatti, a nascondere la donna e in cambio lei accetta di lavorare per loro. Ma quando gli inseguitori cominciano a cercarla insistentemente in città, gli abitanti pretendono qualcosa in più. Grace ha però un segreto, e presto Dogville si pentirà di averle girato le spalle.
  • Durata: 135'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, THRILLER
  • Specifiche tecniche: 35MM (1:2.35)
  • Produzione: 4 1/2, ALAN YOUNG PICTURES, CANAL+, DET DANSKE FILMINSTITUTET, EDITH FILM OY, FILM I VAST, HACHETTE PREMIERE, ISABELLA FILMS B.V., J&M ENTERTAINMENT, KC MEDIEN AG, KUSHNER-LOCKE COMPANY, KUZUI ENTERPRISES, LIBERATOR PRODUCTIONS, MDP WORLDWIDE, MEMFIS FILM
  • Distribuzione: MEDUSA, DVD: MEDUSA HOME ENTERTAINMENT
  • Data uscita 7 Novembre 2003

RECENSIONE

di Roberto Nepoti
Ogni generazione conta due-tre cineasti eccezionali. Von Trier (con Kitano, con Scorsese') è uno di questi e ogni suo nuovo film ci stupisce. Però il terribile danese non è mai così geniale come quando si lancia nel cinema della crudeltà: a qualcuno la sua rabbia, il suo nichilismo provocatorio potranno dare fastidio, ma si tratta di un fastidio salutare; e Lars è un genio cattivo. Basta vedere il modo in cui Dogville tra(sgre)disce le aspettative del pubblico; sia sul piano della storia raccontata, sia nel modo di raccontarla. Inseguita dai gangster, la dolce e indifesa Grace giunge nel borgo sperduto di Dogville e, grazie alla mediazione del sensibile Tom, trova la protezione dei paesani. In cambio, parteciperà ai lavori della comunità. La fiducia cieca di Grace dovrà subire una dura delusione: poco a poco i buoni samaritani cominciano a esigere da lei prestazioni in natura di vario genere, sottoponendola a oppressione psicologica, economica, sessuale secondo la logica del profitto cui anche i poveri sono devoti. E proprio in nome di tale logica gli abitanti del villaggio saranno puniti orribilmente, quando la pura fanciulla deciderà di assumere il proprio ruolo sociale. Il soggetto, insomma, sembra riproporre le eroine sacrificali dei film precedenti (Le onde del destino, Dancer in The Dark), ma poi le ribalta completamente rivelando la vera personalità di Grace. Altro ribaltamento sul piano del linguaggio filmico. In un certo senso Dogville si situa all'opposto di 'Dogma', il manifesto del '95. Al posto dei luoghi autentici e della luce naturale, un décor convenzionalizzato come e più che a teatro (ricorda certe messe in scena di Piccola città di Thornton Wilder), illuminato da luci artificiali: una scelta scenografica radicale in cui gli spazi sono disegnati sul suolo e rappresentano ambienti (le case, la chiesa, la scuola, i negozi) disincarnati, privi di fisicità; il contrario esatto dell'iperrealismo teorizzato e praticato finora. Brechtianamente, il film è diviso in nove capitoli e un prologo, come un romanzo, e raccontato dalla voce di un narratore onnisciente. Forse sono gli strumenti linguistici di un nuovo corso, che Lars chiama 'cinema fusionale' (cinema + teatro + letteratura), perfettamente funzionali alla realizzazione di un'atroce, magnifica parabola sui rapporti sociali. Un grande pezzo di teatro epico brechtiano, come ribadisce il cartello dell'ultimo capitolo: 'Qui finisce il film'. Assemblato uno straordinario cast di attori di generazioni diverse (Laureen Bacall, Ben Gazzara, James Caan), von Trier sfrutta al meglio il vero talento della superstar Nicole Kidman: mostrare un viso d'angelo, facendo affiorare per gradi tutta la ferocia del personaggio.

NOTE

- REVISIONE MINISTERO NOVEMBRE 2003 (VIETATO AI 14 ANCHE NELL'EDIZIONE ORIGINALE).

- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL MAGGIO 2004 HA ELIMINATO IL DIVIETO A 14 ANNI.

- IN CONCORSO AL FESTIVAL DI CANNES 2003.

- DAVID DI DONATELLO 2004 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA (EX AEQUO CON "ROSENSTRASSE" DI MARGARETHE VON TROTTA).

CRITICA

"Ogni generazione conta due - tre cineasti eccezionali. Von Trier (con Kitano, con Scorsese..) è uno di questi e il suo film ci stupisce una volta di più. In un certo senso 'Dogville' ribalta 'Dogma', il manifesto del '95: al posto dei luoghi autentici, della luce naturale e degli attori spontanei una scenografica convenzionalizzata come a teatro, luci artificiali, una superstar. Il film è diviso in nove capitoli e un prologo, come un romanzo, e raccontato dalla voce di un narratore onnisciente. Forse sono gli strumenti linguistici di un nuovo corso, che Lars chiama 'cinema fusionale' (cinema + teatro + letteratura), perfettamente funzionali alla realizzazione di un'atroce, magnifica parabola sui rapporti sociali. (...) Un film da Palma d'oro, dove Von Trier sfrutta al meglio il talento della Kidman: mostrare un viso d'angelo, facendo affiorare per gradi tutta la ferocia del personaggio". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 20 maggio 2003)

"L'ultima follia di Lars Von Trier è un film lungo tre ore, buio e bisbigliato, tutto girato in teatro di posa ma senza scenografie. C'è qualche mobile, ci sono i costumi e i rumori d'ambiente. Ma non ci sono gli ambienti. Niente case, niente strade, alberi o pareti. Solo segni e scritte per terra: casa di Chuck, viale degli Olmi, cespugli, etc. Quanto basta a creare Dogville, piccola città mineraria Usa negli anni della Grande Depressione. Ma non è una semplice follia. E' la premessa, geniale, di un film che non lascia nulla come prima. Né per il cinema né per il suo autore. (...) La grandezza di 'Dogville' sta anche nella sapienza dello script, nel cast, nella scelta di girare in Danimarca ma in inglese. Perché un paese è la sua lingua e c'è più America in Lauren Bacall, Ben Gazzara, James Caan, Chloe Sevigny, che in tutte le Montagne Rocciose. Dopo tutto, l'America è anche un luogo dell'anima. Il luogo in cui, oggi, i meccanismi del Potere sono più macroscopici. E riproducibili". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 maggio 2003)

"Tanta letteratura. Risolta per di più con gli schemi del teatro. Lars von Trier, infatti, che firma il film, ha rinunciato del tutto a quelle teorie del suo Dogma 95 decise nel pretendere ambienti autentici, luci naturali e interpreti non professionisti. Ha immaginato una città solo indicata da segni sul pavimento, con case senza muri e con pochi arredi, facendo sentire i rumori di porte e finestre anche se non ci sono e costruendovi attorno delle cornici stilizzate al massimo, a cominciare dalle Montagne Rocciose risolte con la legna e cartapesta. In mezzo l'azione, con riferimenti, per tutti quei simboli di cose assenti, alla celebre 'Piccola città' di Thornton Wilder, capolavoro, negli anni Trenta, del teatro d'avanguardia. Però se questa azione si segue (spesso a fatica), lo si deve non tanto ai suoi snodi narrativi, statici, verbosi e prolissi, ma ai modi di regia con cui Lars von Trier l'ha, alla lettera, portata in scena. Composizioni figurative perfette, luci suggestive, quel nulla in palcoscenico che si fa vita reale, anche se dimentica il cinema. Grace è una Nicole Kidman ormai grande attrice. Con comprimari celebri al suo fianco, americani e scandinavi." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 7 novembre 2003)

"Lars Von Trier ha fatto con Nicole Kidman bravissima un film molto bello e un poco difficile. (...) Lo stile è quello drammatico delle opere di Brecht-Weill; distanza e distacco cancellano ogni emotività, commozione o sentimentalismo; secondo l'autore si tratta di 'cinema fusionale' che condensa teatro, letteratura, film. Ma potrebbe anche essere una parabola sul destino degli immigrati del Terzo Mondo in Europa: prima accolti con dimostrativo altruismo, poi sfruttati sul lavoro, poi maltrattati tanto da suscitare una aggressiva rivolta." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 7 novembre 2003)

"Anche con quaranta minuti in meno 'Dogville' rimane sufficientemente se stesso per dividere il pubblico come è successo a Cannes: qualcuno, convinto che Von Trier abbia inventato il cinema, l'amerà: qualcuno l'odierà, irritandosi per le trovate a effetto del danese; e qualcuno (fra i quali chi scrive) si collocherà nel mezzo, in una gelida indifferenza, la stessa che provammo all'uscita da 'Dancer in the dark'. Inutile dire che l'indifferenza è proprio ciò che manderebbe in bestia Von Trier, geniale press-agent di se stesso, regista in cui indubbio talento è finalizzato a far parlare sempre e comunque di sé. Von Trier vuole stupire, indignare, farsi amare o odiare. Con noi casca male: non lo amiamo non lo odiamo." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 7 novembre 2003)

"Nell'affrontare la descrizione di un paese dove non è mai stato, quasi imitando i nostri grandi americanisti da Vittorini a Pavese, Von Trier (anche se lo nega) si è ricordato di un dramma che ebbe successo poco prima della Seconda Guerra. Come in 'Piccola città' di Thornton Wilder c'è un narratore (presente però soltanto in voce), non ci sono scenografie realistiche, appena i tracciati sul pavimento dello studio e pochi elementi di arredo. Tira un'aria da vecchio teatro moderno che sulle prime sembra un residuo di avanguardismi superati, ma nel procedere dell'azione si entra nel gioco e se ne intendono la raffinatezza e la necessità. La suggestione nasce dallo stile (inquadrature, illuminazione, montaggio) e dalla presenza di attori che andrebbero elogiati uno per uno. Il sentimento che pervade la finta tragedia americana è di un pessimismo agghiacciante." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 8 novembre 2003)

"'Dogville' è agli antipodi di 'Witness' di Peter Weir (1985) e ricorda 'Gente di rispetto' di Luigi Zampa (1975). La sua morale è che nella plebe identitaria del paese o sei nato o resterai sempre un estraneo. 'Dogville' un film antiamericano? Ma la cittadina californiana, che sembra un'utopia è un incubo, è già nell'Invasione degli ultracorpi' dell'americano e hollywoodiano Don Siegel (1956). 'Dogville' condanna non l'America, ma il modo di vita dei piccoli centri; se condanna di più quelli dell'area germanico - scandinava protestante, è perché l'autore, regista e protagonista conoscono meglio quel mondo. Oltre a un'esigenza di risparmio, la riduzione degli ambienti a qualche sedia e qualche letto sul pavimento, con porte inesistenti e stanze dai perimetri indicati da righe di gesso sul pavimento, vuol far capire che ovunque ci siano poca gente e molta miseria, lì c'è una Dogville." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 7 novembre 2003)
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