Brooklyn

IRLANDA, GRAN BRETAGNA, CANADA - 2015
4/5
Brooklyn
Anni Cinquanta. Attratta dalla promessa di un futuro migliore, la giovane Eilis Lacey lascia la natia Irlanda per raggiungere gli Stati Uniti. Arriva così a Brooklyn, dove trova alloggio nella pensione per sole donne della signora Kehoe e un impiego in un grande magazzino. L'adattamento non è facile all'inizio ed è soprattutto la nostalgia per la madre e la sorella rimaste a casa a farsi sentire. Poi, l'incontro con Tony, un idraulico italoamericano, sembra aprire finalmente ad Eilis le porte della felicità fino a quando giunge la drammatica notizia della morte di sua sorella. Eilis torna in Irlanda, ma si troverà di fronte a una difficile scelta di vita: rimanere nella sua terra o tornare a Brooklyn.
  • Durata: 113'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, ROMANTICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM/D-CINEMA
  • Tratto da: romanzo omonimo di Colm Tóibín (ed. Bompiani)
  • Produzione: WILDGAZE FILMS, FINOLA DWYER PRODUCTIONS, PARALLEL FILMS, ITEM 7, IN ASSOCIAZIONE CON INGENIOUS, BAI RTE, HANWAY FILMS
  • Distribuzione: TWENTIETH CENTURY FOX ITALY
  • Data uscita 17 Marzo 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Accade rare volte che un film sia meglio del libro da cui è tratto e questa è una di quelle. Complimenti a Nick Hornby, capace di riscrivere il romanzo “rosa” di Colm Tóibín, Brooklyn, per farne un mélo vintage nella forma e modernissimo nella sostanza. Perfettamente completato in questo dalla sensibilità in regia di John Crowley. Brooklyn conserva dell’originale letterario la trasparenza linguistica, il dono della semplicità, ma la mette al servizio di un approccio più smaliziato. E politico. Bisogna andare oltre le apparenze, dunque.
C’è certamente la storia di una giovane donna irlandese, Ellis, che va a tentar fortuna in America nei primi anni ’50, il suo cuore diviso tra due paesi e, lo anticipiamo, due uomini. L’impianto tipico del mélo insomma. Ma se questo è il testo portante sono le intercapedini e i tramezzi che fanno la differenza.

Le storie nella storia. L’abbandono tormentoso dalla propria terra, il taglio sanguinoso con le proprie radici. Il giocarsi tutto, rimettendo in questione ciò che siamo e quello in cui crediamo. Emanciparsi, autodeterminarsi, diventare donna. L’aiuto decisivo dello “straniero”, la volontà di affidarsi. Il mescolamento etnico, l’abbraccio del vicino, la terra nuova in cui piantare le fondamenta di un altro futuro. Come si fa a considerare tutto questo un semplice romanzo rosa? E dove lo si trova oggi un film capace di parlare la lingua dei legami più sacri, dei sentimenti più autentici e profondi, di fedeltà alle promesse senza apparire pretestuoso, posticcio, sorpassato?
Brooklyn, fortuna nostra, procede senza scossoni, sotto la spinta invisibile di un delicato vibrato interiore in cui si addensa il nocciolo di emozioni e dilemmi muti e dilanianti. Evita tutte le trappole e i déjà vu dei drammoni sull’immigrazione per riconsegnare allo spettatore l’ultimo innocente sussulto di un’epoca e di un mondo perduto.

Quel 1952, come ci ricorda in una scena la locandina di Un uomo tranquillo di John Ford, che si era messo la guerra alle spalle e un avvenire pieno di promesse davanti. L’ombra luminosissima di Ford qui è ovunque, nei personaggi integri, nel mito di un’America ancora incontaminata, ancora Terra Promessa, nell’equilibrio sottilissimo tra volontà e nostalgia, l’ottimismo nel domani e il rimpianto per ieri. La capacità invisibile di attraversare oceani emotivi, dalla gioia alla tristezza, dall’ironia al dramma, senza far venire il mal di mare.
Lode agli attori, dai protagonisti ai comprimari, tutti eccezionali. Su tutti ovviamente quella Saoirse Ronan capace di trattenere tutto e di rivelare ogni cosa con l’alfabeto dei gesti, il movimento degli zigomi, le traiettorie degli occhi. Affiancata da veterani quali Jim Broadbent e Julie Walters e da due sparring partners maschili di altrettanta bravura: Domhnall Gleeson ed Emory Cohen, quest’ultimo autentica rivelazione.

La confezione, neanche a dirlo, è filologicamente ineccepibile, con le musiche trascinanti di Michael Brook, i costumi accurati di Odile Dicks-Mireaux e le scenografie preziose di François Séguin, capace di ricostruire – dal Canada – una Brooklyn non vera ma autentica, uno spazio a metà tra la geografia e l’immaginario. I colori (fotografia di Yves Bélanger) sono quelli del mélo, vividi e saturi, con la dominante del verde. Il colore delle praterie in cui forse nascerà la nuova patria di Ellis e quello della vecchia, l’Irlanda. Più di tutto, il colore della speranza.

NOTE

- PRESENTATO AL 33. TORINO FILM FESTIVAL (2015) NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE'.

- SAOIRSE RONAN È STATA CANDIDATA AL GOLDEN GLOBE 2016 COME MIGLIOR ATTRICE (CATEGORIA FILM DRAMMATICO).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2016 PER: MIGLIOR FILM, ATTRICE PROTAGONISTA (SAOIRSE RONAN) E SCENEGGIATURA NON ORIGINALE.

CRITICA

"Questo bel filmone romantico con un amore a tre punte, ha qualificati angeli custodi, da Colm Toìbin autore del bellissimo romanzo (...) allo sceneggiatore scrittore Nick Hornby. Il regista John Crowley ha molta Broadway nel suo Dna, si vede negli interni e nella resa degli attori, ma ha anche diretto due episodi di «True detective». (...) Ottima confezione, prova da (mancato) Oscar di Saoirse Ronan, col mondo che diventa un interno di coscienza di una ragazza divisa tra due mondi e due uomini." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 17 marzo 2016)

"Era in lizza per tre dei più importanti Oscar appena un mese fa: 'Brooklyn' di John Crowley. Se la candidatura per il miglior film appariva, malgrado i pregi, eccessiva, Saoirse Ronan era invece degna di contendere come migliore protagonista con la vincitrice Brie Larson; e, quanto alla sceneggiatura non originale di Nick Hornby (...), rappresenta un esempio di stile e sobrietà che avrebbe meritato un riconoscimento. (...) 'Brooklyn' ha l'apprezzabile buon gusto di non scivolare mai nel melodramma, col rischio di diventare scontato e poco credibile. Conserva invece, fino alla fine, un tono 'medio' molto giusto, più attento alla ricostruzione di un periodo storico e motivato a restituire un profumo di gioventù, l'aroma antico di un tempo in cui le speranze di una vita migliore andavano di pari passo con le difficoltà, la solitudine, la nostalgia. Qualcuno potrebbe rimproverare al film di essere troppo morbido con i contrasti politici e sociali dell'epoca, qui appena accennati, o di glorificare troppo l'energia vitale e il 'melting pot' della giovane America, una volta di più Paese delle possibilità a fronte di una provincia arcaica - l'Irlanda - dove la maldicenza e l'immischiarsi degli affari altrui la fanno da padroni. Però ciò non impedisce che le vicende private dell'emigrante riescano a tenere ben vivo da cima a fondo l'interesse dello spettatore; e si deve aggiungere che la fanciulla è si gentile e timorata, però niente affatto passiva o dipendente dalla volontà altrui, e da quella maschile in particolare: anzi, sotto la dolcezza Eilis rivela un carattere e una forza interiore che fanno di lei un'eroina molto moderna, in qualche modo antesignana delle mutazioni che il dopoguerra produrrà nell'autocoscienza delle donne. Ricostruita minuziosamente in Canada, la Brooklyn del tempo che fu è il teatro di un film che si caratterizza per tratti - oggi rari - di grazia e dolcezza. Dolcezza ben riassunta dal viso e dai grandi occhi chiari di Saoirse Ronan, sulle cui spalle l'intero film è adagiato, e che si estende anche ad altri personaggi. Inclusi i character maschili di Tony e Jim, inconsapevoli rivali in amore, interpretati da due ottimi attori giovani come l'emergente Emory Cohen e il Domhnall Gleeson di 'Revenant'." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 17 marzo 2016)

"Che Saoirse Ronan avesse la recitazione nel sangue si era capito fin dalla prima apparizione, quando, a 12 anni, spiccava, piccola e bionda, nel dramma romantico di «Espiazione», regia di Joe Wright, guadagnando una nomination allora mai nemmeno sognata. In «Brooklyn» (...) Ronan, irlandese come la protagonista della storia, disegna con la sicurezza di un'attrice consumata (...) un personaggio che provoca empatia al primo sguardo. La giovane Eilis Lacey, strappata alla natura potente della sua terra e catapultata nella nazione dove ognuno può costruire il proprio destino, è un fior e d'acciaio che ricorda certe eroine della vecchia Hollywood. Dolci e determina te, fragili e tenaci, esempi di una femminilità che, per affermarsi, ha bisogno solo di seguire le spinte del cuore (...). La candidatura all'Oscar è arrivata anche stavolta. Per vincere ci sarà tempo, basta non perdere la trasparenza dello sguardo." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 17 marzo 2016)

"(...) filmone classico di impianto televisivo ma non privo di virtù (a cominciare dalla protagonista Saoirse Ronan, bravissima)." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 17 marzo 2016)

"Bravo Nick Hornby ad adattare, migliorando assai, il romanzo di Colm Tóibín, sapida e snella la regia di John Crowley, 'Brooklyn' trova nei magnifici interpreti - di Saoirse Ronan è impossibile non innamorarsi - la pasta umana per un melò retrò nella forma, contemporaneo nella sostanza, avveniristico nello spirito. Tradizione e multiculturalismo, radici e abbandono, condizione della donna e asservimento economico: gli ingredienti sono molteplici, la cucina leggera, il piatto elegante. Per palati fini." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 17 marzo 2016)

"Una storia pulita, essenziale, «femminile». Un bel drammone vecchia maniera, stile Liala, che fa tirar fuori dalla borsetta, più e più volte, il fazzoletto, anche per stare al passo con le lacrime, abbondanti, versate, di continuo, dalla protagonista, la bravissima (e giustamente candidata agli Oscar, anche se non ha vinto) Saoirse Ronan. A fare la differenza è, però, l'omonimo romanzo di CoIm Tóibín, dal quale il film è tratto, sceneggiato ottimamente, e si vede, da Nick Hornby che lavora molto sui conflitti interiori della giovane Ellis. Più che uno storione d'amore, però, la pellicola ha come suo epicentro la relazione con le proprie radici. Il consiglio dato alla protagonista di «pensare come un americano», una volta arrivata ai controlli di frontiera, lasciandosi alle spalle l'essere se stessa, riassume al meglio l'essenza del film. Ci vuole, del resto, del coraggio a cambiare radicalmente il proprio modo di vivere, a «dare quella svolta» col passato. Una pellicola che ha tutto, ma non eccelle in niente, se non nel suo essere orgogliosamente tradizionalista." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 17 marzo 2016)

"Piacerà a chi segue da quando era piccolina la carriera di Saoirse (...) Ronan e l'ha vista trasformarsi in bella donna e soprattutto in primadonna (capace di reggere da sola un film). Anche se proprio sola non è (non perdetevi Julie Walters, maitresse sui generis)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 17 marzo 2016)

"Toccante ritratto femminile. (...) Nick Hornby ha tratto una sceneggiatura mobile e delicata, bilanciata sulle aspirazioni di Ellis (come la Ellis Island dell'approdo dei migranti), offerta a un regista di formazione teatrale e televisiva attento a fare cinema, nella luce, nella cura degli ambienti, nei primi piani di un'attrice assai risolta nel personaggio (...). Come nelle pagine di Tóibín, la decisione finale rilancia l'attualità della storia nel bisogno, vicino al diritto, di emancipazione di una donna." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 18 marzo 2016)

"È meraviglioso vedere Saoirse Ronan ed Emory Cohen (nessuna origine italiana) fare a gara per chi è più bravo nella timidezza. (...) Film bellissimo. È la storia d'amore di due archetipi della tradizione migratoria Usa come gli irlandesi e noi italiani. Ma è anche il ritratto attento di una donna che cambia. Non esistevano cellulari, skype, mail e anche una telefonata appariva più una mancanza che non un contatto. (...) Non ci stupisce che in Usa siano impazziti per 'Brooklyn' (...). I due sembrano madre e padre di un'intera nazione pronta a svilupparsi attraverso europei sradicati. Anche Franklin D. Roosevelt, di origini olandesi, lo sapeva bene." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 21 marzo 2016)

"Illuminato dal volto, allo stesso tempo aperto ed enigmatico di Ronan, un'attrice capace di comunicare emozioni come per una trasparenza della pelle, e dominato da un'ossessione eccessiva per tutte le possibili sfumature del verde (che strillano Irlanda, anche se l'accento scompare con il doppiaggio), 'Brooklyn' è un piccolo film che acquista una rilevanza involontaria alla luce delle muraglie di confine, dei pattugliamenti dei quartieri musulmani e delle frontiere chiuse che si stagliano all'orizzonte di una vittoria repubblicana alla Casa bianca. La storia di un American dream, titubante." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 24 marzo 2016)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy