Bohemian Rhapsody

GRAN BRETAGNA, USA - 2018
2/5
Bohemian Rhapsody
Un racconto realisto ed elettrizzante degli anni precedenti alla leggendaria apparizione dei Queen al concerto Live Aid nel luglio del 1985 e di Freddie Mercury, celebre leader della band inglese.
  • Durata: 134'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO, MUSICALE
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA 65
  • Produzione: JIM BEACH, ROBERT DE NIRO, GRAHAM KING, BRIAN MAY, ROGER TAYLOR, JOHN DEACON PER GK FILMS, NEW REGENCY PICTURES, QUEEN FILMS LTD., TRIBECA PRODUCTIONS
  • Distribuzione: 20TH CENTURY FOX ITALIA
  • Data uscita 29 Novembre 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Al teaser i fan insorsero: ma il Freddie Mercury omosessuale dov’è? E il Freddie Mercury malato di Aids? Il film completo, invero, non cambia le domande in tavola. E’ Bohemian Rhapsody, per cui Rami Malek smette la felpa con cappuccio dell’hacker di Mr. Robot e indossa i pantaloni attillati, le borchie e gli orpelli della “lead voice” dei Queen.

Se ne parlava da almeno dieci anni, con una teoria di attori affiancati a Freddie, in primis Sacha Baron Cohen e poi Ben Whishaw, e nemmeno in corso d’opera sono mancati gli stravolgimenti: il regista Bryan Singer, che figura in solitaria nei credits, è stato licenziato, a rimpiazzarlo Dexter Fletcher, con vasto impiego di CGI, sopra tutto per il leggendario Live Aid di Wembley 1985, che qui apre e chiude, con i Queen sul palco e 70mila spettatori in visibilio.

Se non il final cut, Brian May e Roger Taylor hanno avuto l’ultima parola, puntando a un biopic conservatore, accomodante, se non pusillanime: si respira un’aria dorotea, con i vizi di Freddie nel fuoricampo, la fidanzata e poi amica Mary Austen a restituirgli una patente di “rispettabilità” etero, e molta musica per nulla. Povero Freddie, che santino sciapo: se lo meritava? Ce lo meritiamo?

NOTE

- LA PRIMA STESURA DELLA SCENEGGIATURA ERA FIRMATA DA PETER MORGAN (CON IL TITOLO "MERCURY") E PER IL RUOLO DEL PROTAGONISTA ERA STATO FATTO IL NOME DI SACHA BARON COHEN. IL REGISTA BRYAN SINGER, A DICEMBRE 2017, E' STATO LICENZIATO DALLA PRODUZIONE.

- GOLDEN GLOBES 2019 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, MIGLIOR ATTORE (RAMI MALEK).

- 22 E IL 23 GENNAIO 2019 TORNA AL CINEMA NELLA VERSIONE KARAOKE.

- OSCAR 2019 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (RAMI MALEK), MONTAGGIO, MONTAGGIO E MISSAGGIO SONORO. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM.

- CANDIDATO AL DAVID DONATELLO 2019 PER: MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Ancora prima dell'uscita «Bohemian Rhapsody» ha fatto il pieno medialico mondiale per alcuni incidenti di percorso, tra cui quello increscioso del licenziamento in corso d'opera del regista Bryan Singer (poi revocato nonostante il terzo del film girato nel frattempo da Dexter Fletcher) causato da una gragnuola d'accuse postume di molestie sessuali. Inoltre, certo, il biopic della rock star nonché icona lgbt Freddie Mercury accorpato alla glorificazione dei Queen, una delle band più famose della storia, meritava lo spasmodico impegno della 20th Century Fox decisa a farne - come sembra si stia già avverando - il kolossal musicale di maggiore successo nella storia del cinema. Purtroppo, però, sia il fan incrollabile, sia lo spettatore occasionale si troveranno secondo noi al cospetto di un prodotto ordinario sul piano stilistico, ridicolo e ipocrita su quello scandalistico e soprattutto assolutamente vuoto nonostante la monumentalità della ricostruzione e l'arditezza delle soluzioni tecniche adottate nelle acmi spettacolari (ovviamente fruibili al massimo laddove il film è proiettato nelle sale Imax). Le ragioni del fallimento sono molteplici però è indubbio che quelle maggiori risalgano al feroce controllo operato sulla realizzazione dai restanti membri del gruppo (Brian May, Roger Taylor e John Deacon), non solo coproduttori, ma anche proprietari dei diritti delle canzoni. Nell'ansia di garantire un prodotto per famiglie espurgato di qualsiasi risvolto torbido (...). Quando, sia pure trascinati dall'innegabile suggestione, è impossibile non interrogarsi sull'apparente assurdità dell'operazione e sulle ragioni per cui il cinema ha profuso milioni di dollari per riprodurre nel simulacro (come lo definirebbe il filosofo Baudrillard) dei pixel dell'alta definizione le facilmente reperibili e venerabili immagini passate alla storia." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 29 novembre 2018)

"Poteva essere una bohemian tragedy e invece la rapsodica, nel senso di episodica, vita di Freddie Mercury leader dei Queen è una hit spensierata che guardi, balli e poi ti dimentichi ma con piacevole soddisfazione. Rischiava di essere un flop annunciato perché i realizzatori sono stati incerti nel tono fino all'ultimo, senza una star dopo l'abbandono di Sacha Baron Cohen e con un regista prestigioso come Bryan Singer licenziato dopo tre mesi di riprese (gli è subentrato Dexter Fletcher). Il miracolo. E invece God save the Queen laddove il miracolo l'ha compiuto il divino Rami Malek, attore di origini egiziane stimato per la serie tv 'Mr. Robot' ma senza un grande ruolo cinematografico in curriculum, qui prodigioso a partire dalla spiritosa incoscienza con cui ha vestito i panni di un'icona del '900. Il suo Freddie Mercury ha gli occhioni sgranati di un bambino sempre sull'orlo delle lacrime, onnipotente solo quando si dimena su un palcoscenico con la fedele mezz'asta del microfono con cui fare acrobazie. Il film tutto sommato è la dolce vita di una diva leggermente riottosa, più Biancaneve che Evil Queen, (...). È tutto controllato e prodotto dal management del gruppo con l'obiettivo di non irritare nessuno, pieno zeppo di errori storici e omissioni, dando a Mercury il ruolo del ribelle con una causa: l'ego. La ricostruzione. Molto bella la ricostruzione della creazione in studio del capolavoro 'Bohemian Rhapsody' contenuta in 'A Night At The Opera' (1975) con Mercury a gestire dal mixer le individualità del gruppo prendendo in giro il machismo del batterista Roger Taylor (gli chiederà il famoso intermezzo operistico 'Galileo' con voce acuta da castrato) e la ritrosia dell'astrofisico represso Brian May a lanciarsi in 'schitarrate' realmente rockettare. Ci piace il solido buon umore dell'intera operazione e la sobrietà di una produzione oculata al punto da non sforare i 60 milioni di dollari di budget nonostante il look da kolossal. Grazie al basso budget al momento è il biografico musicale più redditizio della storia. Molto del merito va a Rami Malek. Da ora la sua carriera esploderà con una probabile candidatura all'Oscar. Lo davamo per spacciato. È stato incoronato Re. O meglio Queen." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 29 novembre 2018)
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