Black Dahlia

The Black Dahlia

USA - 2006
Black Dahlia
Ambientato nel 1947 a Los Angeles, è la storia di due ex pugili, Bucky e Lee, divenuti poliziotti, impegnati nelle indagini sull'omicidio di Betty Ann Short, un'ex prostituta e aspirante attrice soprannominata dai giornali Dalia Nera. Bucky scopre che il fidanzato della donna sa qualcosa di come lei sia stata barbaramente uccisa e intorno a loro, anche la polizia sta coprendo qualcuno...
  • Altri titoli:
    La Dalia Nera
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: POLIZIESCO
  • Tratto da: romanzo omonimo di James Ellroy
  • Produzione: RUDY COHEN, MOSHE DIAMANT E ART LINSON PER SIGNATURE PICTURES, EQUITY PICTURES MÉDIENFONDS GMBH & CO. KG III, MILLENNIUM FILMS, NU IMAGE
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 29 Settembre 2006

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Chiunque abbia letto L.A. Confidential, avrà trovato filologicamente ortodossa la trasposizione di Curtis Hanson, ma contemporaneamente non vi avrà ritrovato il marcio e l’ineluttabilità che intridono le pagine di James Ellroy. Chi scrive avrebbe voluto in regia Brian De Palma, un desiderio divenuto oggi realtà per un altro romanzo, The Black Dahlia. Starlette, prostitute, bassifondi hollywoodiani, poliziotti e sensi di colpa, la materia di Ellroy – che alla vera Dalia Nera Elizabeth Short ha sovrapposto l’immagine della madre, analogamente trucidata in circostanze mai chiarite – si è travasata sugli schermi veneziani con i volti di Scarlett Johansson (Key Lake), Josh Hartnett (Bucky) e Aaron Eckhart (Lee), i tre vertici di un triangolo del vizio affidato al vouyerismo di De Palma. Fin qui sulla carta, ma la visione sconfessa queste nostre (condivise?) aspettative: il film è deludente. Noir dalla trama – ovviamente – complicata,  The Black Dahlia è superbo nei margini, ma debole, a tratti debolissimo, nell’impianto centrale. Quando si avvia l’indagine di Bucky e Lee, parte anche la loro ossessione privata, malata e psicotica, in cui viene “ingabbiata” pure la finta tonta Key. De Palma si disinteressa del contesto sociale, che rese l’omicidio il fatto di cronaca nera più clamoroso degli Stati Uniti, per restringere le ottiche su questo trio. Se questa scelta è di per sé discutibile, non funziona ancor più in quanto proprio la Johansson, Hartnett ed Eckhart sono deficitari. La prima è circoscrivibile nelle volute di fumo delle omnipresenti sigarette: rimarranno negli annali del cinema le sue labbra turgide, nient’altro; Hartnett, mentre convince in Slevin – Patto criminale, qui rispolvera l’apatia che l’ha reso “famoso”; Eckhart, superbo in Thank You for Smoking, imbocca la via dell’iper-recitazione, e non la molla più tra smorfie e artifici retorici. Che rimane di buono? Le sequenze “parentetiche” (i filmini in bianco e nero) e i personaggi comprimari: Hilary Swank, formidabile nei panni della miliardaria maliarda Madeleine Linscott, e soprattutto la Dalia Nera Mia Kirschner, con gli occhioni d’ordinanza e l’innocente perversione. Peccato, perché da De Palma era lecito, se non doveroso, attendere qualcosa di più e di meglio: la regia non osa, si perde in citazioni, auto-citazioni ed eccitazioni varie ed eventuali; la scenografia del buon Dante Ferretti sbava qua e là (come può un sangue vecchio di mesi essere ancora rosso?); la musica di James Corner è interessante, ma ripetitiva. In breve, scripta manent, verba volant, ma rasoterra… PS: il trailer, al contrario, è ottimo, a partire dalla canzone guida, Dirge dei Death in Vegas. Che nel film, purtroppo, non c’è.

NOTE

- NELLA VERSIONE ORIGINALE, LA VOCE DEL REGISTA CHE FA IL PROVINO AD ELIZABETH E' DI BRIAN DE PALMA (NON ACCREDITATO).

- FILM D'APERTURA ALLA 63MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2006).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA.

- NASTRO D'ARGENTO 2007 A DANTE FERRETTI PER LA MIGLIORE SCENOGRAFIA.

- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL 31 LUGLIO 2007 HA ELIMINATO IL DIVIETO AI MINORI DI 14 ANNI.

CRITICA

Se è facile riconoscere al regista il merito di qualche sequenza da antologia (il delitto sulla balaustra), ciò non fa che confermarne la bravura accademica, un po' autistica, sempre in agguato nel cinema di De Palma e oggi giunta all'apoteosi. Impropriamente paragonato a "L.A. Confidential" (anch'esso tratto da Ellroy e che piace allo scrittore), il suo film ricorda piuttosto "Chinatown" (che James detesta), ma in una versione devitalizzata e povera d'anima. E qui tocca parlare del cast, compendio di glamour all'ultima moda di Hollywood su cui la produzione ha concentrato il massimo dello sforzo. Fatto salvo Eckhart, che trova la giusta ambiguità, Hartnett ha l'aria troppo giovane e pulitina, la due-volte Oscar Hilary Swank resta al di sotto delle sue possibilità e Scarlett, prematuramente consegnata ai ruoli di bomba sexy, fa l'effetto della ragazzina travestita da Lana Turner." (Roberto Nepoti, "la Repubblica", 29 settembre 2006)

"Poteva essere il film dell'anno, è un'occasione del tutto mancata. (...)Troppe sottotrame, troppi fatti da spiegare, troppi pezzi di bravura alternati a scene puramente illustrative. Con una drammaturgia così sbilenca, non c'è talento che tenga. E se il film si lascia vedere per l'atmosfera malata (scene di Dante Ferretti, foto di Vilmos Zsigmond: un sogno) e alcune scene da antologia, il resto naufraga nell'incertezza. Spiace dirlo ma L. A. Confidential , altro gran film da Ellroy, era davvero tutt'altra cosa." (Fabio Ferzetti, "Il Messaggero", 29 settembre 2006)

"E' lui, Brian De Palma: glamour della vecchia Hollywood noir '30 e '40, l' intrigo giallo-sexy che inizia sul ring con i due poliziotti che se le danno di santa ragione ma poi si trovano in uno strano ménage a tre. La morale? Tutti mentono, ieri come oggi. E il misterioso omicidio dell' attricetta (cinema nel cinema), la sequenza cult (la morte a spirale di Eckhart), quella scandalosa (il fastoso locale lesbo), la scena che si raccomanda a voce (cena in famiglia ricca con la divina mamma Fiona Show) e finalmente il dipanarsi perverso del plot basato sul noto libro di Ellroy 'Black Dahlia' (Mondadori). Insomma, certo è manierismo, belle statuine, tutto quello che aspettate da un De Palma doc con ottimo ritmo e la scenografia magica di Ferretti che traveste Praga da Los Angeles. Quartetto di attori quasi divi: i più belli sono la Johasson e Hartnett, i più bravi Eckhart e Hillary Swank." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 29 settembre 2006)

"Perfetto per il vernissage della Mostra della Sfida, il film non lo è però, sul piano dell'emozione pura perché debordano le scenografie di scuola (L.A. riscostruita a Sofia), la voce narrante fuori campo, i passaggi di trama tortuosi, le «spiegazioni» puntigliose, e a tratti affiora la maniera. Insomma, De Palma - grazie alla strepitosa versatilità che gli ha fatto firmare numerosi capolavori - tiene testa agli oscuri baratri del libro e porta a termine la missione impossibile, ma non riesce stavolta ad aggiungervi un proprio tocco originale, in qualche modo incandescente o persino irrispettoso." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 31 agosto 2006)

"The Black Dahlia è un film di genere. La Mostra di una volta non lo avrebbe ammesso, ma è meglio un buon film così che un cattivo «film da festival», di quelli che non mancheranno da qui al 9 settembre. Si noti che questo di De Palma è l'ultima ricostruzione del dopoguerra californiano di una felice serie cominciata dal Grande sonno di Hawks (1946), continuata da Chinatown di Polansky (1975) e culminata in Los Angeles Confidential di Hanson (1997), tratto da un altro romanzo di Ellroy. (...) Il film ha un vizio d'origine: deriva da un soggetto esteso e intricato; e ha limiti di realizzazione: Josh Hartnett e Aaron Eckhart, i protagonisti, non valgono Russell Crowe e Guy Pearce di Los Angeles Confidential; Vilmos Zsigmond fotografa con una luce giallo-sbiadita e lo fa per «raffreddare» la solarità novembrina, ma alla fine riesce solo a rendere sgradevole la visione; casa e vestiti di Scarlett Johansson, invece, sono stupendi come ricostruzione d'epoca, ma troppo fini per il personaggio di una prostituta. Dettagli che forse lo spettatore non coglierà. Come non coglierà che la Los Angeles del 1947 sia stata ricostruita nella Sofia (Bulgaria) del 2005. Conta solo come The Black Dahlia delinea la somma dei suoi incubi. Agli italiani gli eventi reali evocati dal film, come gli scontri di piazza e il delitto di cui fu vittima Betty Short (l'insoluto caso dove anche Orson Welles fu sospettato come assassino), diranno poco. Ma toglieranno illusioni a chi vuol credere che il paradiso sia sul Pacifico." (Maurizio Cabona, "Il Giornale", 31 agosto 2006)

" The Black Dahlia è un film sbagliato. Confesso che non mi pare granché neanche il manieristico romanzo originario di James Ellroy, considerato da alcuni un capolavoro. (...) Ho cercato perciò di guardare il film dimenticando il libro, convinto che Brian De Palma con la macchina da presa se la cava meglio di Ellroy con le parole; e fino a un certo punto la cosa ha funzionato. Stupenda la Los Angeles 1947 reinventata in Bulgaria, per esigenze logistiche, dal mago felliniano Dante Ferretti. Di buona mano la regia, supportata dalla fotografia in chiaroscuro di Vilgos Zsigmond, e adeguati gli interpreti. (...) Tutti e quattro partono bene, e ancor meglio figurano i consueti formidabili comprimari, ma poi il copione non li sorregge e li trascina in situazioni impossibili. (...) Il film ricama ulteriori pazzesche ipotesi sulla vicenda senza appassionare né convincere." (Tullio Kezich, "Il Corriere della Sera", 31 agosto 2006)

"Un film promosso da due grandi firme, quella del suo regista, Brian De Palma, quella del romanziere da cui la storia è tratta, James Ellroy, di cui si ricorderà almeno un'altra riduzione cinematografica di una sua opera, 'L.A. Confidential' e che, anche nel titolo, si era ispirato alla bella sceneggiatura di Raymond Chandler, 'The Blue Dahlia', portata al cinema negli anni Quaranta da George Marshall, protagonisti Alan Ladd e Veronica Lake. (...) De Palma, con la maestria che gli conosciamo si è impadronito di questa vicenda, tenendo a mente anche i climi neri del romanzo di Ellroy, e ne ha ricavato un film che si segue con trepidazione dalla prima pagina all'ultima. Intanto quei tre personaggi centrali, vivisezionati in ogni sfaccettatura, specie quando si fa strada l'amore all'inizio solo intuito fra Bucky e Kay, poi il disegno di altri di contorno, con tratti forti, psicologie attente, rapporti scanditi ora con accenti sommessi ora quasi con violenza. E da ultimo la cornice, rivisitata con colori ocra dalla fotografia di Vilmos Zsigmond sostenuta dalle scenografie suggestive di Dario Ferretti. Completa questi già felici risultati una interpretazione, in tutti, curata in ogni dettaglio. Bucky, teso e lacerato, è Josh Hartnett, al suo fianco la splendida Scarlett Johansson che è Kay, e Aaron Eckhart nei panni di Lee." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 4 ottobre 2006)
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