America Latina

ITALIA, FRANCIA - 2021
2/5
America Latina
Latina: paludi, bonifiche, centrali nucleari dismesse, umidità. Massimo Sisti è il titolare di uno studio dentistico che porta il suo nome. Professionale, gentile, pacato, ha conquistato tutto ciò che poteva desiderare: una villa immersa nella quiete e una famiglia che ama e che lo accompagna nello scorrere dei giorni, dei mesi, degli anni. La moglie Alessandra e le figlie Laura e Ilenia (la prima adolescente, la seconda non ancora) sono la sua ragione di vita, la sua felicità, la ricompensa a un'esistenza improntata all'abnegazione e alla correttezza. È in questa primavera imperturbabile e calma che irrompe l'imprevedibile: un giorno come un altro Massimo scende in cantina e l'assurdo si impossessa della sua vita.
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Produzione: LORENZO MIELI PER THE APARTMENT (SOCIETÀ DEL GRUPPO FREMANTLE), VISION DISTRIBUTION, IN COPRODUZIONE CON LE PACTE, IN COLLABORAZIONE CON SKY
  • Distribuzione: VISION DISTRIBUTION (2022)
  • Vietato 14
  • Data uscita 27 Gennaio 2022

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Dopo La terra dell’abbastanza (2018) e Favolacce (2020), i fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo portano l’opera terza, America Latina, in Concorso a Venezia.

Di Favolacce, premiato per la sceneggiatura a Berlino, ritrovano Elio Germano, stavolta assoluto protagonista. Nella Latina contemporanea, incarna il dentista Massimo Sisti, professionale e gentile, l’amata moglie Alessandra e le figlie adorate Laura e Ilenia, una villa architettonicamente preoccupante ma immersa nella quiete, la birretta con l’amico di sempre per unica trasgressione e un rapporto conflittuale come tante. Una vita come tante, fatta di routine e benessere (?), che trascolora improvvisamente nell’incubo, nell’amnesia e nell’allucinazione allorché un giorno scende in cantina e, mettiamola così, scopre il suo inconscio, anzi, l’inconsapevole…

Deragliando dai binari del thriller psicologico, i D’Innocenzo guardano al disastro esistenziale oggi da una prospettiva diversa di Favolacce: non più i bambini, né il macho che vi era interpretato dallo stesso Germano, ma l’adulto, l’uomo dalle competenze femminili, sensibilità in primis.

Omnia vincit amor, e il movimento di rivoluzione del sentimento, giocato nello sdoppiamento tra realtà e percezione, trasforma il piano cartesiano su cui Massimo si muoveva in piano inclinato, dove il recesso, il rimosso, l’osceno sono ascissa, ordinata e traiettoria.

La fotografia di Paolo Carnera sintetizza la metamorfosi, infilando mistero e ambiguità tra le luci, e anche l’interpretazione straniata, difettosa, financo smarrita di Germano certifica l’alterazione di stato, lo iato tra aspirazione (America) e condanna (Latina), eppure, la distanza tra intenzione e realizzazione, volontà e rappresentazione è palese, sensibile, scoperta: America Latina non è un film riuscito.

L’irresolutezza è la cifra: il dubbio narrativo senza beneficio poetico, il guadagno sospeso, come se il malessere non solo non trovasse catarsi, ma nemmeno manifestazione compiuta, sfogo drammaturgico. È, in fondo, un dramma da villa di complicata banalità, malcelata prevedibilità, infida maniera: un film alla D’Innocenzo più che dei D’Innocenzo, probabilmente viziato dal repentino successo, realisticamente condizionato dalla produzione (The Apartment), dannatamente abbandonato a sé stesso. Disagiato più che perturbante.

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 78. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2021).

- MIGLIOR SOGGETTO AI NASTRI D'ARGENTO 2022.

CRITICA

"(...) siamo sempre nella testa del personaggio maschile, del padre/marito/torturatore/pedofilo: è il suo punto di vista che i registi tengono fino alla fine, e che disegna la metafora nell'alternanza tra il «fuori» e l' interno domestico. I D' Innocenzo hanno detto che volevano «raccontare la crisi del maschio oggi»" intorno alle sue variazioni che sostanzialmente si riassumono in una, la violenza contro tutto ciò che mette in discussione il loro ruolo, più o meno secolarizzato nella infinita catena di mascolinità tossica: la donna, compagna, moglie, amica, figlia, le fondamenta appunto su cui l' ordine patriarcale poggia. L'«AMERICA LATINA» è (...) lo scrigno intimo del maschile messo a confronto con i fantasmi femminili su cui proietta questa violenza (...) spogliato e osservato in un delirio nel quale (...) è appunto la costruzione di questo desiderio di sopraffazione che viene esaminato, in cui il mostruoso è l' uomo comune - come ben sappiamo. La mancanza di un salto, però nonostante la voluta ambiguità narrativa finisce per rendere 'America Latina' programmatico e soprattutto nel suo raggelamento privo di una «giusta distanza» necessaria a interrogare la propria materia." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 10 settembre 2021)

"Terzo film di Fabio e Damiano D' Innocenzo, opera matura, film dalla costruzione perfetta e compatta, allude a quei generi, ma non può appartenervi perché qui l' uso degli stereotipi è troppo sovversivo: il protagonista-dentista, ma dalla mano malferma e dalla mente offuscata, il baretto dalla luce fioca che esplode di situazioni inespresse, la presenza femminile onnipresente impalpabile in quelle vesti di mussola e pizzi, dolcezza e preludi al pianoforte. La collocazione più opportuna del film è la sua dimensione umanista, la disperata solitudine che esprime il protagonista anche se accompagnato da pochi eccellenti personaggi (...). La componente psicologica si fa largo fin dalle prime scene, con allusione a un certo trasporto pedofilo che accompagna l' inizio, e prosegue nel precipitare della mente del protagonista mentre affronta i suoi incubi personali, resi sempre più credibili da un uso inventivo delle inquadrature complice il direttore della fotografia Paolo Carnera in perfetta sintonia creativa.Lo spettatore deve fare i conti con sottili trasformazioni, metamorfosi suggerite appunto dal quadro inusuale della ripresa, ora l' occhio a suggerire un che di animalesco, ora un grido amplificato e reso metallico dall'intervento musicale dei Verdena. Ci si allontana così dal semplice approccio psicologico che porta l' attenzione a tutto quello che fa emergere il protagonista dal profondo per accompagnarlo verso elementi più oscuri e nascosti.Più esprime solitudine più si immerge in un elemento acquatico: all'inizio le lacrime che lasciano occhi umidi, la piscina sfiorata, il tubo della cantina da rompere a sprangare perché ne esca infine tanta acqua da portar via presenze, ricordi, vissuto. E infine un'immersione totale da mostro acquatico. Quell'acqua, ricordano i registi, di cui era fatta proprio la palude pontina, appare come un elemento malsano, malarico e non adatto alla purificazione. E la trasfigurazione della mostruosità contemporanea che continua ad essere la specialità dei loro film, qui viene risolta in maniera impeccabile." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 13 gennaio 2022)

"È come se in questo film i registi depurassero i temi centrali del loro cinema (anzi forse il tema fondamentale: le difficoltà, la violenza, la tragedia dell' essere maschi) isolandoli dal contesto sociale. Che qui diventa anzitutto uno sfondo visivo, quasi il correlativo di uno stato d' animo.(...) Un' atmosfera ovattata, che i D' Innocenzo filmano in un formato panoramico cercando una distanza, quasi un' astrazione: piani sequenza, riprese da dietro i vetri o addirittura volti riflessi nel brodo, controluci notturni, primi piani sfocati dall'alto o ripresi in perpendicolare sotto la doccia così che le gocce sembrano scorrere in orizzontale. La quotidianità del protagonista è inquietante da subito, e piccole inverosimiglianze mostrano l' irruzione di una dimensione quasi fantastica, finché in cantina l' uomo non scopre un segreto terribile. La parabola però sa infine di dimostrativo, e quando si arriva agli affondi più drammatici lo stile perde qualche colpo (una scena madre muta al ralenti). Rimane costante il senso di angoscia, un grumo di disagio che si incarna nei volti e in luoghi di orrore quotidiano impalpabile, che scoprono quanto di melodramma e di horror ci sia nelle nostre vite ovattate di borghesi."(Emiliano Morreale,'La Repubblica', 13 gennaio 2022)

"(...)offre però uno sguardo importante in territori della mente dove nessuno può volere andare spontaneamente. Eppure i fratelli Fabio e Damiano come sommozzatori ci portano nei meandri più reconditi e soppressi che il nostro vivere frenetico e solitario ci impone di creare per sopravvivere. Una terapia per immagini, più che un film. Al contempo però è una medicina importante, se non da assumere, per lo meno con cui confrontarsi. (...) Thriller psicologico a tinte orrorifiche, America Latina non è un' indagine sul male, ma sulla debolezza. Parla della precarietà dello status sociale e delle nostre certezze. Senza un altrove a cui appellarsi, senza la capacità di guardare il cielo, resta solo l' aridità di case bellissime, ma vuote." (Gabriele Lingiardi, 'Avvenire', 16 gennaio 2022)
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