Acciaio

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Acciaio
Piombino. Anna e Francesca, amiche inseparabili, sono due adolescenti che vivono nelle case popolari di via Stalingrado, sullo sfondo delle acciaierie che danno lavoro e disperazione a mezza città. Si sono trovate e scelte, anche perché avere quattordici anni è difficile e in quel posto il massimo che puoi desiderare è una serata al 'pattinodromo', o avere un fratello che comanda il branco, oppure trovare il tuo nome scritto su una panchina. Ma soprattutto, Anna e Francesca sono alle prese con i primi cambiamenti e i dolorosi passaggi verso l'età adulta: il proprio corpo che cambia, la sofferenza che può provocare il primo amore, la difficoltà di riuscire a mantenere salda un'amicizia. Nel frattempo Alessio, il fratello di Anna, un operaio che ancora si ostina a credere nei valori del lavoro e che potrebbe avere tutte le ragazze del paese, si ostina a pensare all'unica che ha perduto, il sogno della sua vita, Elena. Poi, un giorno, l'amore arriva potente e inaspettato per tutti e la vita prende un'accelerata improvvisa...
  • Durata: 95'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: romanzo omonimo di Silvia Avallone (ed. Rizzoli, coll. La scala)
  • Produzione: CARLO DEGLI ESPOSTI PER PALOMAR, RAI CINEMA
  • Distribuzione: BOLERO FILM
  • Data uscita 15 Novembre 2012

TRAILER

RECENSIONE

Dal libro al film, da Silvia Avallone a Stefano Mordini: Acciaio, sempre e comunque. Alle Giornate degli Autori, il fortunato romanzo arriva sullo schermo, con qualche sostanziosa modifica - meno spazio alle madri, più ad Alessio, e qualcos'altro che è bene eludere - ma senza tradirne il senso precipuo: la fine dell'innocenza, l'ingresso di due bimbe già grandi nell'orizzonte di senso e non senso degli adulti, su cui si staglia imperiosa la sagoma della fabbrica, che tutto può e poco, pochissimo concede.
Storia, dunque, di Anna (Matilde Giannini) e Francesca (Anna Bellezza), all'ultima estate prima del liceo o quel che sarà; storia del fratello di Anna, Alessio (Michele Riondino), operaio senza ambizioni, ma attaccato ai valori della fabbrica; storia di Elena (Vittoria Puccini), la ragazza che ha perduto, o forse no. E che ritrova in fabbrica, perché Piombino è quella fabbrica, l'acciaieria sole che non concede movimenti di rivoluzione, solo rotazione su se stessi, abbarbicati alla resa. La resa degli adulti, cui Anna e Francesca non si vorrebbero, non si vogliono arrendere.
Mordini sta attaccato alle sue due attrici esordienti, scovate bene, benissimo dopo un lungo casting: sono i loro corpi in shorts, stivali e toppini, i loro volti trasparenti a guidarci nell'inesorabile, super-ordinaria discesa verso un tracollo meccanico, metallico, che taglia la vita senza soluzione di continuità. Il dominus, non a caso, è il ciclo continuo dell'acciaio, la fabbrica e le sue tante, troppe disforie, con un indotto sterminato, sociologicamente invasivo e antropologicamente omnicomprensivo. Sono Anna e Francesca a farcelo conoscere per contrasto, nella loro comune volontà di resistere, sottrarsi, essere libere.
Ma molto è perduto, e basta guardare Alessio, che crede ancora nell'Amore e per questo si rassegna ai night, agli spettacolini dal vivo senza erotismo, e senza far niente, in attesa del desiderio, ovvero la fragile, tremebonda Elena. Mordini gioca qui la sua sfida empatica, puntando ai corpi, ai volti, ai piccoli, decisivi e insieme minimali accadimenti del quotidiano, il quotidiano coatto e cooptato dalla fabbrica. Un dramedy, affidato nelle mani delle due debuttanti e di Riondino che fa da fratello maggiore di nome e di fatto, facendo il secondo che non dimentichi.
Tutti a correre insieme, semplici e complici, verso la fine. O, per qualcuno, la possibilità di un'isola.
Federico Pontiggia

NOTE

- REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON BNL-GRUPPO BNP PARIBAS AI SENSI DELLE NORME DEL TAX CREDIT, CON IL CONTRIBUTO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI-DIREZIONE GENERALE CINEMA E CON LA PARTECIPAZIONE DELLA REGIONE TOSCANA.

- PRESENTATO ALLA 9. EDIZIONE DELLE 'GIORNATE DEGLI AUTORI/VENICE DAYS' (VENEZIA, 2012).

- MICHELE RIONDINO É STATO CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2013 COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA (ANCHE PER "BELLA ADDORMENTATA" DI MARCO BELLOCCHIO).

CRITICA

"La classe operaia ormai è certo che non andrà in Paradiso, meno che mai a Piombino (o all'Ilva di Taranto) secondo il best seller Rizzoli della Avallone, ora film di Stefano Mordini che inquadra a mezze tinte e senza scene madri ma con la consapevolezza della sconfitta l'adolescenza di tre ragazzi sullo sfondo delle acciaierie e del fuoco privato. Puntando sul bravo Michele Riondino, l'autore, in stile primo Virzì, trova il soffio del neorealismo pratoliniano e mixa, al netto di qualche ovvietà, privacy e lavoro." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 22 novembre 2012)

"Dal premiato romanzo di Silvia Avallone, un film frammentario che però coglie bene l'impasto di ingenuità e cinismo, sogni di rivolta e orgoglio frustrato, a cui si aggrappano giorno per giorno gli ultimi mohicani della classe operaia. Il meglio, al solito, è nella prima parte, con i corpi acerbi di Anna e Francesca che ripercorrono la storia del mondo. Meno a fuoco la lotta d'amore e di classe dello spaesato Riondino e dell'irraggiungibile Puccini. Anche l'acciaio non è più quello di una volta." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 novembre 2012)

"Anche se saperlo rappresenta una magra consolazione, è vero che i tempi cupi generano buoni film. Scomodando appena il 'solito' neorealismo, il cinema italiano non fa eccezione alla regola; ed ecco che, dopo decenni di filmetti fuori dal mondo, ci racconta la disoccupazione, il malaffare della politica, la mafia... Ora, con 'Acciaio' di Stefano Mordini (tratto dal romanzo di Silvia Avallone e presentato all'ultima Mostra veneziana), si riaffaccia perfino la classe operaia, a lungo vittima di un'amnesia che aveva contagiato tutti i media. (...) Se la narrazione fa prevalere le storie private, come è proprio del romanzo, ciò non impedisce che il contesto sociale, economico e culturale svolga un ruolo decisivo nelle vite dei personaggi: città-fabbrica, Piombino è rappresentata come una specie di carcere da cui non si fugge, o dove si fa fatalmente ritorno. Quel che resta della lotta di classe affiora qua e là: negli episodi dei licenziamenti o nella difficile relazione tra Ale e Elena, che si amano ma sembrano divisi dalla (pur piccola) scalata sociale di lei; soprattutto quando un collega messo in cassa integrazione accusa Ale di essere stato risparmiato per iniziativa della donna. La vita non pare allegra a Piombino: tra gli altiforni che sembrano una succursale dell'inferno, ma anche nelle pause tra un turno e l'altro, spese in stanche bevute e locali tristi alla periferia della vita. La scelta stilistica di Mordini è esplicita: anche se il suo film include episodi drammatici o addirittura tragici (una morte sul lavoro, una probabile violenza familiare...), il racconto è traversato da un continuo understatement, che rifiuta qualsiasi espediente declamatorio mirante a smuovere a comando le emozioni dello spettatore. Negando così la catarsi e facendo emergere un'immagine ancora più mesta e pessimistica delle cose; che trova un esito naturale nel finale (però mitigato dalla riconciliazione tra le due adolescenti) , allorché Anna si riconosce come esponente di una generazione scippata del futuro. Forse un (amichevole) appunto che si può muovere al film è l'avvenenza non comune degli attori scelti a rappresentare questi personaggi di umiliati e offesi: Vittoria Puccini e Michele Riondino, ma anche le giovanissime Matilde Giannini e Anna Bellezza." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 15 novembre 2012)

"Buona l'ambientazione, credibili le protagoniste, sempre più maturo Michele Riondino (il fratello di Anna), ma il film ha la stessa debolezza del romanzo di Silvia Avallone cui si ispira: la cornice resta il pretesto per un mélo prevedibile e di maniera." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 15 novembre 2012)

"Si pensa all'Ilva e a Taranto, ma Mordini, pur non accantonando i temi sociali, ha soprattutto privilegiato i casi umani che l'ambiente della fabbrica gli proponeva e questi ha seguito con una narrazione in cui personaggi e situazioni si alternano con una ansiosa e ben scandita frequenza dando visibilità in mezzo a figure quasi sempre riprese da vicino, con i primi piani e i dettagli stretti il più possibile sui visi e sui corpi, specie quelli femminili. Fino a far emergere un clima grave spesso di tensioni, in cifre sospese, e lasciando molti più spazi ad immagini quasi visionarie che non ad altre reali. Pur con quei sapori costanti di cronaca dal vero. Il protagonista, con modi asciutti nitidamente calati nei tratti onesti del personaggio, è Michele Riondino, la donna che non dimentica anche se lo ha lasciato è Vittoria Puccini, le due amiche, Anna e Francesca, sono invece delle esordienti. Ma convincono per i loro accenti giusti e le espressioni controllate." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 15 novembre 2012)

"Per una (rara) volta, secondo noi, film batte romanzo. Stefano Mordini, infatti, trasponendo il fortunato e sopravvalutato romanzo di Silvia Avallone 'Acciaio', vi ha operato delle variazioni che da marginali o funzionali si sono via via mutate in una rilettura fascinosa ancorché rapsodica e sfuggente. Sia l'operaio Alessio (un convincente Michele Riondino), sia le adolescenti Anna e Francesca (Matilde Giannini e Anna Bellezza, acerbe come debbono essere) sono portatori sani, in effetti, di caratteri particolari, motivazioni compresse e ideali malcerti che dovrebbero penalizzare le formule socio-psicologiche del libro e, invece, in qualche modo le riscattano dal loro spiacevole determinismo. Gran parte del merito va attribuito, peraltro, alla fotografia del grande Marco Onorato (purtroppo prematuramente scomparso) che conferisce all'ambientazione di Piombino una gamma incredibile di sfumature, drammatiche perché inafferrabili proprio come le ambizioni, le convinzioni e le illusioni allignate nel vissuto dei protagonisti. L'andatura precisa e scabra di una storia che di operaistico - in senso retorico - non ha più nulla s'accorda bene con la tradizione dei film internazionali sull'età ingrata, magari gremiti di silenzi e di non-detti, eppure coinvolgenti. La celebrazione delle acciaierie in nome della nostalgia di classe operata dalla Avallone si è trasformata, così, in un mystery esistenziale che accomuna adulti e adolescenti." (Valerio Cappelli, 'Mattino', 15 novembre 2012)

" (...) benvenuto al film di Stefano Mordini che in fabbrica c'è entrato veramente (una mosca bianca nella nostra produzione rovesciata tutta sui bamboccioni). Anche perché fabbrica e location sono vere, la Lucchini di Piombino, l'acciaieria che da sempre domina la città e quasi sembra ingoiarsela. La Lucchini invade il grande schermo in epiche panoramiche e a rigore, i piombinesi dovrebbero essere orgogliosi a vederla enfatizzata come un monumento, pulsante di lavoro e di fatica." (Giorgio Carbone, 'Libero', 15 novembre 2012)
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