La tenerezza

ITALIA - 2016
Sentimenti che si incrociano tra il sorriso e la violenza. Un padre e i suoi figli non amati, un fratello e una sorella in conflitto, una giovane coppia che sembra serena. E i bambini che vedono e non possono ribellarsi. La storia di due famiglie in una Napoli inedita, lontana dalle periferie, una città borghese dove il benessere può mutarsi in tragedia, anche se la speranza è a portata di mano.

CAST

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON IL CONTRIBUTO ECONOMICO DEL MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO-DIREZIONE GENERALE CINEMA; REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON (AI SENSI DELLE NORME SUL TAX CREDIT): UNIPOL BANCA SPA, FOCCHI; CON LA COLLABORAZIONE DI FILM COMMISSION REGIONE CAMPANIA; CON IL PATROCINIO DEL COMUNE DI NAPOLI.

- GLOBO D'ORO 2017 A RENATO CARPENTIERI COME MIGLIOR ATTORE. LE ALTRE CANDIATURE ERANO: MIGLIOR FILM, SCENEGGIATURA E ATTRICE (MICAELA RAMAZZOTTI).

- NASTRO D'ARGENTO 2017 A LUCA BIGAZZI PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA (ANCHE PER "SICILIAN GHOST STORY" DI FABIO GRASSADONIA E ANTONIO PIAZZA). LE ALTRE CANDIDATURE SONO: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTORE (RENATO CARPENTIERI) E ATTRICE (GIOVANNA MEZZOGIORNO E MICAELA RAMAZZOTTI) PROTAGONISTI, SCENOGRAFIA E SONORO IN PRESA DIRETTA.

CRITICA

"Il fascino e la forza del film sono soprattutto (...) nell'accettazione silenziosa di un'aridità che Lorenzo ha finito come per trovarsi addosso, forse senza sapere perché (sono così tante le complicazioni della vita...) e che però accetta ineluttabilmente, come una condanna del destino. A volte certi dialoghi rischiano di dire o sottolineare troppo (l'incontro con Greta Scacchi, il dialogo intorno a un gelato col nipotino, l'ultima scena con la Ramazzotti), ma alla fine Amelio sa trovare il giusto equilibrio tra il bisogno di confrontarsi con l'intimità delle persone e la voglia di essere sincero fino all'(auto) flagellazione." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 21 aprile 2017)

"La paura di non essere amati, ma soprattutto quella di non saper amare nel modo giusto. La forza e la fragilità di sentimenti, spesso irrazionali, crudeli, misteriosi che ci mettono in guerra con gli altri e con noi stessi. Sono questi i temi intorno ai quali ruota 'La tenerezza' di Gianni Amelio (...). Rielaborando in maniera molto personale la materia letteraria di partenza, Amelio toma dunque a riflettere sul rapporto tra padri e figli, scegliendo per la prima volta un protagonista suo coetaneo e aggiungendo un tassello importante al racconto di sé. Non si tratta ovviamente di un film autobiografico, ma di una storia però che consente al 'ragazzo di Calabria' di riflettere sul difficile dialogo tra generazioni e di fare i conti con la sua esperienza di figlio (suo padre viveva lontano, in Argentina), oltre che di genitore (adottivo). (...) Se ascolterete bene la canzone dei titoli di testa 'Mia ForaThymamai' che la greca Arleta cantava negli anni Sessanta, scoprirete che 'La tenerezza', forse il film più inafferrabile e inquieto di Amelio, ha lo stesso fascino poco orecchiabile di quella melodia, non facilmente accessibile, ma capace di schiudere le porte di un mondo misterioso, poetico, che il regista tratteggia con lo stile che caratterizza i suoi film più intimi e che racconta seguendo percorsi tutt'altro che scontati." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 21 aprile 2017)

"Con la sua abilità nel mettere in mostra i lati oscuri della nostra società, le zone da tenere nascoste ('Colpire al cuore') fino a quelle in controtendenza ('Intrepido' ne è stato l'esempio folgorante) con 'La tenerezza' Gianni Amelio compie un pericoloso percorso in un mondo che ha perso i sentimenti. Quasi a servirsi di un materiale scottante, porta lo spettatore a confrontarsi con una inesauribile gamma di emozioni che dapprima sono lievi e appaiono quasi timidamente, come una sorta di gentilezza e di accoglienza, di cura e di amorevolezza, per poi risalire la china con toni sempre più forti e aspri, come il dolore, il disgusto, l'abbandono, l'indifferenza, la mancanza di perdono. È come se Amelio mettesse il pubblico di fronte a una terapia per riappropriarsi di sfumature che non gli appartengono più, cancellate ormai quasi solo da una cupa tensione. Quasi un abbecedario, una grammatica da imparare nuovamente a furia di vedere le immagini a senso unico proposte quasi sempre dal nostro cinema, ma anche per riconoscere quelle sensazioni che si direbbero sparite dai rapporti umani come per un'anestesia generalizzata. (...) è (...) puro cinema questo rendere materia viva attraverso i personaggi un materiale tanto poetico e impalpabile ma anche quello più vistosamente drammatico tratto delle nostre cronache, come può essere il confronto con il migrante o con le famiglie «normali» che finiscono in cronaca nera. II film ti costringe a non cambiare pagina, a guardare negli occhi almeno per qualche secondo l'altro, a cercare ragioni. E un'altra particolare abilità del regista è di innalzare il tiro con equilibrio, attraverso alcune scene straniate, da analizzare ognuna separatamente, da ricordare come quelle strofe che si imparano a memoria. Senza proclami, ma con una sapienza rara, 'La tenerezza' riesce a creare un mondo dove infine la cupa ostilità verso la vita che costringe inevitabilmente ad invecchiare si stempera dopo aver imparato nuovamente a uscire dal proprio egoismo (...)." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 21 aprile 2017)

"'La tenerezza' si svolge a Napoli, la città dove Renato Carpentieri si è formato come uomo e come artista (è nato a Savignano Irpino). Ma potrebbe essere un film inglese: la trama è tutta costruita sulla paura di esprimere i propri sentimenti, sull'incapacità di trovare le parole giuste per dirli; e tutto il grande cinema britannico, da 'lo sono un campione' di Lindsay Anderson al miglior Ken Loach, fino a Mike Leigh, racconta proprio questo 'pudore' che finisce per trasformarsi in vergogna. (...) 'La tenerezza' è un meraviglioso viaggio nell'infanzia, un mondo nel quale Amelio ama ritornare e che si diverte a rintracciare anche laddove sembra essere obliterato. Naturalmente ostinarsi a rimanere bambino, per un adulto, è una nevrosi: per questo nella trama sono in agguato il dolore e la morte, e per questo Lorenzo deve attraversare l'inferno per ritrovare il paradiso; o, meglio, per vivere un gesto di tenerezza - appunto - (...)." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 21 aprile 2017)

"Basta leggere 'La tentazione di essere felici' di Lorenzo Marone (...) per capire quanto Gianni Amelio si sia impadronito del testo realizzando un film personalissimo. (...) Nella cornice di una Napoli decadente e vitale, il continuo deambulare dell'anziano misantropo rispecchia un caotico fluire interiore di memorie, rimpianti, emozioni che solo sull'onda di una tragedia annunciata si ricompone in una possibile prospettiva di riappacificazione. Con la sua interpretazione asciutta e densa, Carpentieri è il cuore profondo del film; e nei panni della figlia Giovanna Mezzogiorno ben gli si affianca, ma gli altri personaggi risultano sfocati; e forse avrebbe giovato la scelta radicale di ridurli a pure figure fantasmatiche." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 27 aprile 2017)

"(...) il film mantiene le promesse: è assai perfettibile (chi o che cosa non lo è, del resto?), accorciabile, emendabile nei didascalismi, sanzionabile in dialoghi talvolta da seconda (o terza) unità di scrittura, ma sono debolezze secondarie e incertezze ancillari, che non inficiano la mole poetica e non scalfiscono la massa critica. 'La tenerezza' è opera novecentesca, ponderosa, perfino massimalista, che anziché pensare debole, riflettere minimale, osservare laterale come usa oggi ha ancora l'orgoglio, e la presunzione, di voler dire e vedere qualcosa, e qualcosa di importante. È cinema pe(n)sante, che si arroga il diritto e il dovere di un'intenzione esaustiva, uno sguardo omnicomprensivo, una volontà totalizzante: un film-mondo, che affida a un vecchio la missione di dirci che cosa non va in questo scorcio di Terzo millennio e, soprattutto, che cosa non va in noi. Sì, è cinema ideologico: fuori tempo massimo e dunque finalmente. (...) Nella vecchiaia non doma di Lorenzo, nel navigare a vista di Elena, nel sopravvivere di Lorenzo e Michela, Amelio scruta, costruisce e distrugge il nostro qui e ora, sommando sbagli e sottraendo volontà, moltiplicando paure e dividendo coppie. Senza abdicare alla speranza. Superba prova di Carpentieri, 'dominus' del film a scapito di quel che una locandina bugiarda lascia intendere, prove solide di contorno di Germano, Mezzogiorno, Greta Scacchi (la madre di Fabio) e, un po' meno, Ramazzotti, è un film coraggioso, forse necessario, più forte dei suoi errori, più urgente di quel che crediamo. Anche nel ritrarre l'efferato Amelio si prova a suo agio, ovvero intrepido - stavolta sì! - e tenero insieme. Da vedere, masticare e riflettere: non se ne va facilmente." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 27 aprile 2017)

"Se fosse scrittura su carta il cinema di Amelio, almeno da 'Lamerica', e poi con 'Così ridevano', sarebbe inciso da un pennino, segno forte, colore intenso. Anche qui le immagini perdurano ben oltre la proiezione. Dipende da un preciso equilibrio (melo)drammatico tra visione ed etica del raccontare (in sintonia col direttore della fotografia, qui Luca Bigazzi). (...) memorabile Carpentieri (...). Visconti e Bertolucci nella personale alchimia di regia." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 27 aprile 2017)

"Non tutti i conti quadrano nel bel film del veterano Gianni Amelio (...). Subito le carte in tavola: quello sconvolgimento familiare che arriva, più inatteso che mai, a metà strada, resta senza spiegazione. Di più non si può dire per non guastare la sorpresa allo spettatore, che sarà probabilmente spiazzato per l'improvviso passaggio dalla commedia al dramma. (...) Il maturo caratterista Renato Carpentieri è il superbo protagonista di una storia desolata, che ha sprazzi di grande tenerezza (...), ma è sempre dominata dalla sterilità dei sentimenti. Più defilati gli altri personaggi, anche se nei titoli si prendono abusivamente i primi posti." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 27 aprile 2017)

"Amelio torna a riflettere sul rapporto tra padri e figli e sul difficile dialogo tra generazioni in uno dei suoi film più dolorosi e intimi, schiudendo le porte di un mondo misterioso, poetico, che il regista tratteggia con lo stile più riuscito." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 28 aprile 2017)

"L'undicesima regia cinematografica del grande regista de 'Il ladro di bambini', 'Lamerica' e 'Così ridevano' è un rebus affascinante. (...) È un film scarno, a tratti scorbutico (come la prova di un immenso Carpentieri), con cadute di tono (la Mezzogiorno sembra schiava di un complesso di Elettra tale da, in una scena, ridicolizzarla) ma una saggezza, e umanità, di fondo che potrebbero esaltare sia laici che cristiani." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 28 aprile 2017)

"Peccato che le buone intenzioni del regista e dello sceneggiatore Taraglio - senza tirare in ballo quelle dello scrittore - inizino presto a scollarsi dall'effettiva consistenza del film, spiazzato da dialoghi non all'altezza e smorzato dalla sbrigatività con cui sono proposti gli atteggiamenti del figlio Saverio (Muselli) e soprattutto quelli della figlia Elena (Mezzogiorno) (...). Il meccanismo della faticosa riconquista della tenerezza perduta da pane dell'avvocato (...) funziona con una certa logica, ma neanche quest'aspetto convince sino in fondo perché il marito torinese psicolabile è tratteggiato da Germano come una vignetta, mentre laRamazzotti regge il passo di Carpentieri ancorché il suo personaggio naif-romnanesco sia ripetitivo rispetto a quelli di consuetapertinenza. Il difetto secondo noi maggiore, però, s'evidenzia quando «La tenerezza» viene tagliato in due da un tragico colpo di scena che, invece diriparare a quanto d'irrisolto c'era nella prima parte, lo intorpidisce, lo mette in stand-bye lo appesantisce con troppe spiegazioni spesso accollate ai monologhi di comprimari che al di là della resa (buona quella di Maria Nazionale, sbiadita quella di Greta Scacchi) finiscono col fare la figura delle giunture di servizio. In definitiva, con tutto ilrispetto per una visione di Napoli coraggiosamente sobria e con le sue emozioni, deo gratias, più accarezzate che «mangiate» dalla fotografia di Bigazzi, le tessere del puzzle non riescono a trasformnarsi in disciplina drammnaturgica, armonia narrativa, pienezza umanistica, nella sintesi di un film, insomma, che del pathos ispiratore non faccia aleggiare solo lo spettro." (Valerio Caprara, 'Mattino', 29 aprile 2017)
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