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Title: ICE Arrests at New York Court Credit: © Carol Guzy, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald Caption: “Please understand we are coming here for a better opportunity, not just for ourselves, but for our children,” said Cocha, after her husband, Luis, was detained by ICE agents following an immigration court hearing at the Jacob K. Javits Federal Building. Luis, an Ecuadorian migrant whom his family says has no criminal record, served as the household’s sole provider. This photograph, taken inside one of the few US federal buildings where photographers were granted access, captures a harrowing moment: a family separated by the state. What Carol Guzy has documented is not an isolated instance, but a policy indiscriminately applied to people who arrive for hearings in good faith. Cocha and their three children – ages seven, 13, and 15 – were left inconsolable, facing immediate financial hardship and profound emotional trauma. In a democracy, the camera’s presence in that hallway is an essential witness to a policy that has turned courthouses into sites of shattered lives. Story: In 2025, shifts in US immigration policy transformed courthouses into focal points for mass deportation efforts by US Immigration and Customs Enforcement (ICE). Masked ICE agents detained undocumented migrants immediately following their hearings, often leading to deeply traumatic family separations. These aggressive tactics, coupled with severely overcrowded and unsanitary conditions at the 10th-floor holding facility in the Jacob K. Javits Federal Building in New York, prompted fierce public protests, class-action lawsuits, and the arrest of local elected officials demanding accountability.
«Sono tempi per la storia del mondo particolarmente bui, e sembra che da questo buio escano tutte queste fotografie». Marco Delogu, presidente di Palaexpo, presenta così la 69ª edizione del World Press Photo, inaugurata oggi al Palazzo delle Esposizioni di Roma e dal 7 maggio al 29 giugno 2026 aperta ai visitatori. Quella di Delogu non è retorica.


Basta scorrere i 42 progetti vincitori (selezionati tra 57.376 fotografie inviate da 3.747 fotografi di 141 paesi) per accorgersi di quanto il mondo sia diventato un posto decisamente pericoloso, con istituzioni trasformate in luoghi di violenza o di abbandono, tribunali dove si strappano i padri alle figlie, confini dove persino la distribuzione della farina è subordinata a logiche di guerra. A guardarli bene questi scatti sembrerebbe non esserci più uno spazio neutro, un luogo sicuro, protetto.


Eppure, a voler cercare un filo di speranza lo si trova nella volontà collettiva e forse inconsapevole di restituire dignità là dove questa viene calpestata.
La foto dell’anno è Separated by ICE della statunitense Carol Guzy, pubblicata dal Miami Herald. Lo scatto è stato realizzato il 26 agosto 2025 all’interno dello Jacob K. Javits Federal Building di New York e mostra Luis, migrante ecuadoriano, fermato dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement dopo un’udienza presso il tribunale per l’immigrazione. Le figlie si aggrappano a lui, sconvolte, mentre il padre viene portato via. La fotografia appartiene a un lavoro più ampio sugli arresti dell’ICE presso il tribunale di New York e documenta quelle che la stessa scheda del premio definisce “separazioni interne”: il confine è un luogo di frattura che si trova ora nel cuore della città, ora nei corridoi di un edificio federale, ora in uno spazio costruito per l’amministrazione della giustizia. che diventa teatro della disgregazione familiare.
«In una democrazia – ha dichiarato Joumana El Zein Khoury, direttrice esecutiva del World Press Photo - la presenza della macchina fotografica in quel corridoio diventa un atto di testimonianza: racconta una politica che ha trasformato i tribunali in luoghi di vite distrutte».


Accanto allo scatto vincitore, la giuria ha indicato due finalisti: Humanitarian Emergency in Gaza di Saber Nuraldin, per EPA Images, mostra civili palestinesi che si arrampicano su un camion di aiuti nel tentativo di procurarsi farina. È una fotografia che non ha bisogno di sottolineature.


Il secondo finalista è The Trials of the Achi Women di Victor J. Blue, realizzato per The New York Times Magazine. Doña Paulina Ixpatá Alvarado, trattenuta e aggredita per 25 giorni nel 1983, è ritratta fuori da un tribunale a Città del Guatemala il 30 maggio 2025. Quel pomeriggio, tre ex paramilitari sono stati condannati a 40 anni per stupro e crimini contro l'umanità. Nessun pathos facile, nessuna vittimizzazione. L’immagine, come ha sottolienato la giuria, si oppone consapevolmente alle rappresentazioni che ritraggono le sopravvissute alla violenza come soggetti privi di potere. Qui c'è forza, ci sono quarant'anni di resistenza.


Tra i progetti premiati c’è anche l’italiana Chantal Pinzi, unica fotografa del nostro Paese tra i vincitori di quest’anno, con Farīsāt: Gunpowder’s Daughters, nella categoria Stories per la regione Africa. Il lavoro racconta le donne marocchine che partecipano alla Tbourida, tradizione equestre storicamente maschile. Le cavallerizze fotografate da Pinzi occupano uno spazio visivo da cui erano state a lungo escluse.


World Press Photo, naturalmente, non è mai stato un premio innocente. Per il semplice fatto che nessun processo di selezione lo è, figuriamoci quando si parla di immagini. Negli anni non sono mancate polemiche sul confine tra testimonianza e manipolazione, tra giornalismo e a atto politico. Uno dei casi più discussi resta quello del 2015, quando World Press Photo revocò il primo premio nella categoria Contemporary Issues Stories assegnato a Giovanni Troilo per La Ville Noire – The Dark Heart of Europe. Il progetto, dedicato a Charleroi, fu contestato dal sindaco della città e da diversi fotografi per una rappresentazione giudicata distorta e troppo costruita. La revoca arrivò dopo la scoperta che una delle immagini, presentata come scattata a Charleroi, era stata in realtà realizzata a Molenbeek, Bruxelles: un errore di localizzazione che, secondo World Press Photo, forniva un’informazione fuorviante e violava le regole del concorso. Ma anche senza manipolazioni o errori così grossolani le polemiche sono all’ordine del giorno ed è facile supporre accompagneranno lo scatto vincitore, in un’America come quella attuale profondamente spaccata sulla questione dell'immigrazione.


Sono controversie che non indeboliscono necessariamente World Press Photo. Semmai ne rivelano la delicatezza. Il fotogiornalismo è chiamato a giustificare continuamente sé stesso, il proprio statuto etico e professionale. La stessa fondazione ha reso pubblici negli anni criteri e procedure sulla manipolazione, distinguendo tra interventi accettabili di lavorazione e alterazioni materiali del contenuto, considerate incompatibili con l’immagine giornalistica.


Pur con i suoi limiti, il premio conserva la sua importanza nel dirci quali immagini il mondo produce di sé stesso, quali tra queste riescano a imporsi, quali restino ai margini.
Quello che l’edizione 2026 ci restituisce è dominato dalla violenza e dalla sopraffazione, ma a imporsi è soprattutto la forza della dignità. E di quelle fotografie che, senza più pretendere di afferrare la verità, ci impongono almeno di continuare a guardare.
