Quando fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel settembre 1951, Un tram che si chiama Desiderio – uscito nelle sale americane il 18 settembre 1951, esattamente settantacinque anni fa – fu accolto con entusiasmo. Anche la giuria lo apprezzò, assegnando la Coppa Volpi alla protagonista, la star Vivien Leigh che di lì a qualche mese avrebbe vinto il suo secondo Oscar. Tuttavia, alcuni spettatori rimasero un po’ disorientati: non avevano capito del tutto alcuni passaggi, come se mancasse qualcosa per chiarire ragioni e sentimenti dei personaggi.

Torniamo all’origine. Un tram che si chiama Desiderio è uno dei drammi teatrali più celebri e amati del Novecento, testo che valse al suo autore, Tennessee Williams, il Premio Pulitzer nel 1948. Fu subito un grande successo a Broadway, per la regia di Elia Kazan e un cast formato da Jessica Tandy, Marlon Brando, Kim Hunter e Karl Malden. Ma anche a Londra, dove fu allestito da Laurence Olivier e interpretato da sua moglie Leigh. Una pièce struggente ma scandalosa, materiale dinamitardo per un cinema ancora sottomesso alle direttive del Codice Hays, che scoraggiava – anzi, impediva – la realizzazione di film che abbassasse gli standard morali degli spettatori. La Warner Bros decise comunque di farne un film, mantenendo il cast americano a parte Tandy, sostituita, appunto, da Leigh.

Karl Malden, Kim Hunter, Marlon Brando e Vivien Leigh in Un tram che si chiama Desiderio
Karl Malden, Kim Hunter, Marlon Brando e Vivien Leigh in Un tram che si chiama Desiderio

Karl Malden, Kim Hunter, Marlon Brando e Vivien Leigh in Un tram che si chiama Desiderio

Un tram che si chiama Desiderio è la storia della vedova Blanche DuBois, una professoressa in congedo per frequenti crisi nervose, costretta a lasciare il Mississippi perché la casa di famiglia è stata pignorata. Ospite a New Orleans dalla sorella Stella e del marito, il brutale Stanley, Blanche si avvicina a un amico del cognato, Mitch, finché Stanley gli racconta la verità sulla vita di Blanche, dalla presunta ninfomania ai debiti accumulati fino alla depressione. Mentre Stella è in ospedale per partorire, Stanley stupra Blanche, che, ormai devastata dal dolore, viene ricoverata in un ospedale psichiatrico.

Al pubblico di Venezia, che pur applaudì il film, mancava un pezzo. Merito – colpa – del Production Code, un codice di auto-regolamentazione con cui gli studios hollywoodiani tentavano di ottenere un certificato di approvazione senza sottostare alle regole governative. In questo modo, gli studios riuscivano a muoversi al limite della censura, scendendo comunque a compromessi per non mettere in pericolo la produzione. Probabilmente, la Warner accettò di avventurarsi con il Tram dopo il caso di Johnny Belinda (1948), primo film dell’epoca del Codice a includere una scena di stupro.

Marlon Brando e Vivien Leigh in Un tram che si chiama Desiderio
Marlon Brando e Vivien Leigh in Un tram che si chiama Desiderio

Marlon Brando e Vivien Leigh in Un tram che si chiama Desiderio

Adottando questa “censura preventiva”, infatti, la Warner eliminò il fondamentale retroscena che spiega il trauma di Blanche DuBois: l’omosessualità del marito, che si uccise per la vergogna dopo che la moglie aveva scoperto il suo segreto. Nel film, Blanche rivela di aver ferito i sentimenti del marito al punto da indurlo al suicidio. Una scelta radicale, confermata dai tagli della censura governativa, che toccarono il tema dello stupro. E che metteva in luce un’evidenza culturale: ciò che veniva accettato a teatro non andava bene al cinema.

La PCA, l’ufficio gestito dal potente censore Joseph I. Breen, accettò l’ultimatum di Kazan, che minacciò il ritiro se avessero eliminato la scena dello stupro. Breen riteneva che l’abuso fosse “giustificato e impunito”, ma Williams lo difese come un imprescindibile elemento narrativo: “Senza lo stupro – spiegò in una lettera indirizzata Breen – la pièce perde il suo significato, che è la devastazione di ciò che è tenero, sensibile, delicato, per mano delle forze selvagge e brutali della società moderna”. L’accordo prevedeva che fosse aggiunto un finale che incolpasse Stanley e Williams la risolse mostrando Stella con il bambino che fugge dal marito violento.

Marlon Brando e Vivien Leigh in Un tram che si chiama Desiderio
Marlon Brando e Vivien Leigh in Un tram che si chiama Desiderio

Marlon Brando e Vivien Leigh in Un tram che si chiama Desiderio

Tuttavia, la National Legion of Decency, un influente gruppo cattolico americano che controllava i contenuti cinematografici per difendere “la decenza e la morale cristiana”, assegnò al film il rating C, il più basso di tutti, che stava per “inaccettabile” e “condannabile”. Panico: la Warner decise di intervenire per evitare il boicottaggio e si affidò a Martin Quigley, co-autore del Production Code e intermediario della Legion, che impose tagli per circa quattro minuti che riguardavano accenni sessuali, allusioni violente e riferimenti al passato dei personaggi. Quando Kazan provò a opporsi, Quigley ribatté che il regista aveva tutto il diritto di contestarlo così come lui stesso aveva “il diritto di affermare che le considerazioni morali hanno la precedenza su quelle artistiche”. L’operazione permise al film di ottenere rating B.

Nonostante le sentinelle della moralità, Un tram che si chiama Desiderio fu un enorme successo commerciale – qualcosa di anomalo per un film destinato al solo pubblico adulto – e ottenne dodici nomination all’Oscar e quattro statuette (Leigh, Hunter, Malden e la claustrofobica scenografia in bianco e nero di Richard Day e George James Hopkins). Nel 1989, i tagli furono ritrovati in un caveau a Van Nuys e, nel 1993, la director’s cut restituì al film la sensualità perduta. E la sua storia è una pietra miliare della lotta alla censura, una lezione che, settantacinque anni dopo, è tristemente attuale in tempi cupi come questi.