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Paola Traverso
Dal 13 al 17 aprile sarà al Nuovo Cinema Aquila di Roma. Poi Milano, Pisa, Matera, Lecce per arrivare fino al Parlamento Europeo il 15 aprile. Si tratta di un on the road, proprio come il viaggio al centro di Storie di donne, uomini e comunità diretto da Paola Traverso e Vincenzo Franceschini. Ci sono le colline senesi, con il Teatro Povero di Monticchiello, un’edicola a Bologna, un’agorà a Genova e il borgo medievale di Torri Superiore, vicino a Ventimiglia, che si è trasformato in un ecovillaggio. Cronache di chi attraverso la collettività vuole costruire un futuro migliore. “Il film nasce a marzo 2020, alle soglie della pandemia e del primo lockdown. Da un suggerimento ricevuto da una rappresentante di Legacoop Campania emerge l’idea di indagare il fenomeno delle cooperative di comunità, realtà allora per noi del tutto sconosciute, ma diffuse in diverse regioni italiane. Quella suggestione si trasforma rapidamente in un’urgenza: interrogarsi sul senso di comunità e sulle forme del vivere collettivo, proprio mentre il contatto e la condivisione venivano improvvisamente sospesi. Era interessante conoscere, in un momento di paralisi generale, chi agiva, spesso in modo silenzioso, costruendo alternative concrete. Come ogni progetto cinematografico, il film si è trasformato nel tempo, collegandosi con ciò che accadeva intorno a noi: dalla pandemia ai conflitti più recenti, fino alla crescente crisi dei modelli sociali ed economici dominanti. In questo contesto, la ricerca iniziale si è ampliata, diventando un’indagine sul bisogno condiviso di ripensare le forme dello stare insieme”, spiega Paola Traverso.
Il doc è stato girato a quattro mani.
La collaborazione con Vincenzo nasce in modo piuttosto casuale, tramite un suggerimento delle rispettive società produttrici, e non da una scelta teorica iniziale. La coregia si è costruita progressivamente, a partire dalla condivisione dell’intero processo creativo, già nella fase di ricerca e avvicinamento al mondo delle cooperative di comunità. Si è rivelata fin da subito una scelta tanto complessa quanto fertile: non una semplice divisione dei ruoli, ma un esercizio continuo di ascolto e messa in discussione dello sguardo. Più che sommare due punti di vista, ci interessava creare uno spazio “tra” gli sguardi, capace di generare un pensiero comune. È proprio questo spazio intermedio ad aver mantenuto il film aperto, in sintonia con il suo stesso oggetto: la comunità come realtà in divenire. In questo senso, il metodo di lavoro è diventato parte integrante del film, non solo nel racconto, ma nel suo stesso processo di costruzione.
Come si sono svolti i quattro anni di riprese?
Articolandosi in tre diverse tranche, e attraversando cinque regioni, dal Nord-Ovest al Sud: Toscana, Liguria, Emilia-Romagna, Campania, Puglia. Abbiamo incontrato contesti molto diversi tra loro: dai borghi dell’Appennino ligure e tosco-emiliano ai quartieri urbani, dalle aree rurali alle piazze restituite alla vita collettiva. Il documentario nasce da un viaggio: fisico, poetico e politico. Un percorso non alla ricerca di location, ma per cercare persone, racconti, pensieri sul vivere contemporaneo. All’inizio non c’era un disegno così strutturato. Poi inevitabilmente come in ogni percorso cinematografico, si trattava di mettere insieme le esigenze artistiche e quelle produttive. Sicuramente lo sforzo maggiore è stato per l’ultima tranche, in cui abbiamo toccato l’Italia dal nord al sud. Un vero on the road, con una troupe ridotta, che si è spostata in un furgone, aggiungendo all’avventura delle riprese, la condivisione e la convivenza a volte complessa, di una comunità che si muoveva per andare ad incontrarne altre. Il primo approdo è stato Monticchiello, con l’esperienza del Teatro Povero, attivo da oltre cinquant’anni, dove l’intera comunità partecipa a un teatro in piazza che abbraccia più generazioni. Poi è arrivata la Liguria: dal centro storico di Genova all’ecovillaggio di Torri Superiore, fino a Fiumaretta, alla foce del Magra. L’ultima fase è stata un viaggio di un mese in Emilia-Romagna, Campania e Puglia, tra borghi e centri urbani, consolidando l’idea che il film non fosse tanto un itinerario geografico quanto un movimento di avvicinamento alle persone e ai luoghi.
Com’è stato il lavoro sul montaggio?
Inizialmente arduo, come accade spesso nei documentari. Avevamo una quantità estesa di materiali e si trattava di fare delle scelte radicali. Avevo però un’immagine chiara: mi risuonava nella mente l’idea della coralità. L’impresa e l’obiettivo erano cercare di restituire quel movimento, quel flusso che via via emergeva nel riascoltare più e più volte, nel selezionare i racconti, e attraversare paesaggi estremamente diversi. Ho cercato così non una trama, ma un mosaico, una rapsodia di gesti, voci e territori, stagioni, ritmi, volti, parole, legati dalla tensione comune, dalla condivisione: quel "fare insieme" come pratica di resistenza e bellezza. Il protagonista non è una persona, è il gruppo, la collettività. Da qui l’esigenza e l’idea di dare una forma di montaggio non lineare, non a esaurire il racconto delle singole comunità una dopo l’altra, ma incrociando la narrazione, quindi dando forma a un coro, un intreccio di volti, di racconti, di suggestioni, di riflessioni… È un invito per lo spettatore a condividere un movimento.
Qual è la situazione del documentario in Italia?
È complessa, anche se nel tempo sono cambiati l’interesse e la percezione. Negli ultimi anni si è vista una crescita di autori e progetti innovativi, con opere capaci di mescolare linguaggi, sperimentare forme ibride e raccontare storie spesso trascurate dai grandi circuiti commerciali. Al tempo stesso, permangono difficoltà strutturali: la distribuzione rimane limitata, il pubblico non sempre riesce ad accedere facilmente ai documentari, e le risorse economiche sono scarse rispetto ad altri generi cinematografici. Nonostante questo, il documentario continua a essere un terreno fondamentale di libertà creativa e di riflessione sul contemporaneo, un luogo dove il cinema può assumere una funzione politica e sociale concreta, stimolando dibattiti, confronti e consapevolezza.
Che cosa le ha lasciato questo viaggio?
Tra gli aspetti più forti, un grande valore aggiunto, un privilegio, è stata la possibilità di entrare nel modo di vivere e di pensare di molte persone, condividere le loro riflessioni, i dubbi, le speranze, toccare con mano le aspirazioni e le difficoltà, le possibilità e i limiti. E resta potente l’idea e l’immagine della forza di un collettivo che cerca strade e soluzioni, che non si ferma all’accettazione passiva di condizioni immobili o inadeguate. In questo vedo il senso e la proposta di modalità e percorsi di vita alternativi, in cui si cerca di dare un altro valore al lavoro e si cerca di pensare in modo umano, evolutivo, aperto, la vita di una comunità di persone che condividono un luogo, uno spazio, un tempo, dei bisogni, delle esigenze, delle aspirazioni.
