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Bud Spencer in Big Man - Polizza droga (1988) - @Webphoto
“Chiunque abbia mai partecipato ad una rissa sa che la violenza dal vero è così assurda e veloce che neanche si percepisce”: è una delle prime cose che Bud Spencer mi raccontò nel 2003 per una lunga intervista in video per l’edizione dei loro film in dvd che feci sia a lui che a Terence Hill. Credo sia stata l’ultima che abbiano fatto insieme. Allora, Bud Spencer, nato Carlo Pedersoli nel 1929, era già una leggenda. Per chiunque. Per chi fosse stato bambino (o genitore) dagli anni ’70 in poi, quel Bambino, aveva i tratti di una creatura mitologica, la stazza di un supereroe (“Sono arrivato fino a 160 chili: ora solo 120”), per chiunque avesse praticato nuoto agonistico (fu campione italiano di nuoto a rana e il primo italiano a scendere sotto il minuto nei 100 metri stile libero nel 1950) ma anche per quella categoria minoritaria e forse poco conosciuta, oggi in via d’estinzione, che erano i programmatori del cinema in tv (e della quale, chi scrive, ha fatto per molti anni parte). I film di Bud Spencer e Terence Hill appartenevano a quell’insieme assai rarefatto di “evergreen”. Ovvero, andavano sempre bene, in qualsiasi giorno, contro qualsiasi programmazione, a qualsiasi ora. Cosa ha reso i “fagioli western” girati insieme all’attore di Trinità così popolari da anni e cosa ha reso poi, la serie di Piedone così popolare (non solo in Italia: tanto per capire, questa intervista in video che realizzai per una distribuzione italiana mi fu chiesta anche da distribuzioni tedesche e svedesi)?


Bud Spencer, Terence Hill in Dio perdona... io no! (1967) - @Webphoto
Innanzitutto, quei film avevano qualcosa che ricordava il cinema delle origini, lo “slapstick”, la rappresentazione della violenza stilizzata, survoltata e allo stesso tempo ritmica e scontornata come in un fumetto. “Avendo fatto molto sport, mi sono reso conto che se sullo schermo avessi fatto a botte con i tempi normali in cui ci si picchia nella realtà, il pubblico non avrebbe capito niente. Chiunque abbia mai partecipato ad una rissa sa che la violenza dal vero è così assurda e veloce che neanche si percepisce E quindi bisognava rallentare un pochino questi cazzotti: che non hanno mai fatto uscire neanche una goccia di sangue”. Ovvero: botte e cattivi che volteggiano dopo poderose sberle e schiantano pareti, finestre, sedie e tavoli atterrando e stramazzando con ridicole convulsioni come in un fumetto. Bud e Terence si incontrano per la prima volta nello stesso western nel 1969 (Dio perdona …io no!!), e faranno quasi una ventina di film assieme (il primo, addirittura, è un peplum del 1959: Annibale). I loro film sono tutt’ora nell’albo d’oro dei più grandi incassi in sala. Ricordava Bud Spencer: “Terence è venuto a Madrid la sera prima di cominciare Dio perdona io no - in quel periodo tutti i western si giravano in Spagna - e non ricordavamo di esserci mai visti. Lui faceva l’attore da quando ero ragazzino, io non lo avevo mai fatto. Lui non mangiava quasi mai, io mangiavo l'ira di dio”. I produttori, soprattutto Italo Zingarelli, formatosi nel peplum, si accorge che quando sono in scena entrambi, la gente ride. Trinità diventa il tormento di Bambino, Bambino però può distruggere tutto e tutti tranne lui.


Bud Spencer, Terence Hill in Lo chiamavano Trinità…(1970) - @Webphoto
L’uomo che in realtà mette in forma la coppia è Enzo Barboni, che scrisse e diresse i film di Trinità con lo pseudonimo di E. B: Clucher. Era fratello di uno dei più grandi operatori del dopoguerra, Leonida Barboni, importante creatore delle immagini dei film neorealisti di Pietro Germi.
“Enzo era un tecnico straordinario (aveva lavorato come operatore anche in grosse produzioni hollywoodiane, come Spartacus di Kubrick) - mi raccontò all’epoca Bud Spencer/Carlo Pedersoli - ma era soprattutto un uomo di straordinario humour. A lui va certamente gran parte del merito dell’invenzione e del successo di quella formula. Ma altrettanto decisivo è stato Italo Zingarelli, il produttore, che ha preso in mano il film dopo che era stato rifiutato quasi da tutti. Infatti, Barboni, portava in giro il suo copione scritto come un film alla Stanlio e Ollio ambientato nel far west e i produttori lo leggevano e gli dicevano: “Ma qui non muore nessuno: che western è? Ci sono solo dialoghi”.


Bud Spencer, Terence Hill in Chi trova un amico trova un tesoro (1981) - @Webphoto
Però non si trattava affatto di film molto semplici da girare. Le riprese di risse e scazzottate erano complesse e articolate: non si possono fare più di un minuto o un minuto e mezzo di botte di quel tipo. “E ognuna durava fino a dici minuti”, ricordavano i due, all’epoca dell’intervista. “Dobbiamo moltissimo a stuntmen eccezionali, ma anche alla semplice intuizione dei nostri personaggi. Io ho capito che il pubblico mi voleva poco intelligente, ma molto buono – raccontava Bud Spencer - Appena apparivo in scena pensava: “Mo’ guarda che succede”. Era una goduria. Una volta, in Svezia, alla presentazione di uno dei due Trinità, una ragazza si è messa a ridere e non la smetteva più. L’hanno portata fuori dalla sala”. La leggenda vuole che il maestro d’armi che dirigeva le scene, desse il tempo di botte cazzotti e cascate, a tempo di danza: ‘1, 2, 3, 4!1, 2, 3, 4!”. Era un balletto. Ogni cazzotto aveva un suo tempo come in uno spartito.
Ma oltre ai film di Trinità, e a quelli con Terence Hill di ambientazione più o meno contemporanea (in tutto, insieme, hanno fatto 18 film), Bud Spencer ha avuto la fortuna e il talento, e anche il godimento, di fare film e serie drammatiche, di essere diretto da grandi autori come Dario Argento (Quattro mosche di velluto grigio), Carlo Lizzani (Torino nera), Ermanno Olmi (Cantando dietro i paraventi) e soprattutto Steno che diresse i film di Piedone ricostruendo una coppia comica notevole che vedeva Bud insieme ad uno dei più grandi comprimari del cinema italiano, Enzo Cannavale: sono film di dichiarata exploitation family, in cui i cattivi finiscono per ricevere la punizione che meritano, i bambini abbandonati o di aree poco fortunate trovano un gigante buono e paterno che può difenderli dal mondo e la vita che abitano sembra fatta tanto da criminali da assicurare alla giustizia quanto da occasioni di divertimento e affetto che il cinema sa dispensare, da sempre, proprio a quel pubblico cui invece la realtà riserva così poche opportunità analoghe.


Kallie Knoetze e Bud Spencer in Bomber (1982) - @Webphoto
In ogni caso, la popolarità di Bud non è mai cessata. Quando morì nel 2016, addirittura un ministro tedesco fece un tweet commosso rendendogli omaggio, dalla sua scomparsa si sono moltiplicate commemorazioni e mostre e la famiglia negli ultimi anni (tra cui il figlio Giuseppe, diventato un apprezzato documentaristico) ha messo in produzione dei fagioli in scatola che si chiamano «I fagioli di Bud Spencer»: in poche stagioni hanno raggiunto i 10 milioni di euro di fatturato venduti in tutti il mondo. Ancora oggi, a 10 anni dalla sua morte, tutte le volte che lo incontriamo su uno schermo, con il suo sguardo impassibile e guardingo, le braccia conserte, la silhouette ampia e granitica dominata dalle spalle rocciose dell’ex nuotatore, non possiamo che rimpiangere il fatto che non ci sia più. In un mondo ancor più incasinato di quello in cui visse lui, Piedone o Bambino avrebbero potuto prima o poi fare capolino ad un G7, o nel Medio Oriente o nelle steppe euroasiatiche. Per rimettere le cose a posto e spedire i cattivi a volteggiare a metri da terra a suon di sberle.
