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Dacia Maraini
Dacia Maraini, sta per compierne novanta: gli anni più belli?
Gli anni più belli sono sempre quelli dell’infanzia quando si guarda al mondo con meraviglia e speranza. Cancellando i due anni di campo di concentramento per antifascisti in Giappone, ricordo con gioia i primi anni di Sapporo, la neve che durava sei mesi l’anno e ci costringeva a uscire dalla finestra perché la porta era sotterrata. Ricordo la casa di legno riscaldata da un grande camino, le favole che mi raccontava mia madre le gite con gli sci accanto a mio padre.
I più brutti?
I due anni di prigionia dove ho sofferto la fame, il freddo, la paura. Lì ogni sera mi stupivo di essere ancora viva.


È appena approdato in libreria il memoir Agro e dolce Una vita in parole e immagini (testi a cura di Paolo Di Paolo, fotografie a cura di Serafino Amato, edito da Rizzoli): quanto le manca la Dacia giovane, che cosa le direbbe oggi?
Non le direi niente. La guarderei con curiosità e una certa nostalgia.
È stata per molti anni compagna di Moravia, ha qualche rimpianto?
Vorrei che fosse ancora vivo, vorrei sentire la sua voce dal vivo invece di ascoltarla nella memoria. Era un uomo di animo gentile, sapiente e mi manca.
La sua dote più ingente di scrittrice? E quella di Alberto?
Le doti degli scrittori li devono scoprire i lettori. Ogni scrittore ha il suo stile inconfondibile. Ma solo chi legge lo scopre. Nel fondo di ogni stile c’è una piccola struttura musicale ed è quella che crea il ponte con il lettore.
Erano anni in cui l'impegno trovava compiuta manifestazione su carta, e viceversa la letteratura nell'impegno: oggi che cosa si è spezzato?
Gli scrittori si impegnano sempre quando scrivono. Anche i più crepuscolari degli autori raccontano un mondo e una visione della realtà, e quella è politica. Anche oggi succede lo stesso, solo che viviamo in un mondo confuso e frammentato e le idee si perdono nel vento. Non è un caso che la maggioranza dei romanzi oggi raccontino le difficoltà di una famiglia frastornata e infelice. Anche questo è politica.


Dacia Maraini in Sinestesie romane @ Webphoto
Gennaro Nunziante, lo sceneggiatore e regista di Checco Zalone, dice che gli intellettuali stavano fuori dalle fabbriche e dalle scuole, oggi riempiono i palazzetti: concilia?
Non c’è bisogno di stare fuori dalle fabbriche per fare politica. Lo scrittore non fa, salvo casi rari, politica diretta. Va in profondità a cercare di capire cosa succede nel mondo dei sentimenti e delle idee. È una politica più sommersa ma che a lungo andare crea consapevolezza.
Che cosa le manca di più di Pasolini?
La sua immaginazione che galoppava e apriva nuove strade.
Il paese è rimasto orribilmente sporco, o no?
Cosa s’intende per sporco? Uno sporco di strade poco pulite o di coscienze poco pulite? Sinceramente penso che in questo periodo si stia regredendo. Non parlo di sporco ma di nostalgie carezzate per un passato idealizzato e poco reale. Vedo un paese in crisi ma vedo anche tanti giovani che scendono in strada chiedendo che si cambi registro. Cosa chiedono i giovani e io con loro? Una economia più attenta alla scuola, all’ambiente, alla salute pubblica.
Dove e con chi starebbe oggi Pier Paolo?
Non so dove starebbe, ma certo scriverebbe delle parole dure contro il potere, come ha sempre fatto, contro la corruzione, contro l’intolleranza, contro il razzismo, contro la volgarità.


Dacia Maraini a Nagoya in Haiku sull'albero del prugno @ Webphoto
Sostiene Emanuele Trevi nel documentario di Peter Marcias Laura Betti, una disperata vitalità, che "la storia letteraria è un poderoso meccanismo di anestetizzazione": Betti contribuì a scamparla a Pier Paolo, lei?
Non sono d’accordo con Emanuele Trevi. D’altronde anche lui scrive con passione e con sapienza. Perché gettarsi sempre il fango addosso?
Del Fiore delle mille e una notte, a cui ha collaborato, quali petali conserva a cinquant'anni, e più, di distanza?
Lavorare al Fiore delle Mille e una notte è stata una esperienza intensa e felice. Era l’ultimo capitolo della trilogia della gioia di vivere. Poi, e mi dispiace perché Pier Paolo soffriva degli attacchi continui che lo assediavano, ha finito per fare un film, l’ultimo, doloroso e amarissimo. Forse sentiva che l’intolleranza e l’odio avrebbero finito per ucciderlo. E così è stato.
Con Ferreri ha scritto Storia di Piera e Il futuro è donna: quanto era genio, e quanto scomodo, Marco?
Ferreri era un regista molto originale e portato alla stravaganza. Come uomo era sornione: gli piaceva scherzare e giocare con le parole. Ma aveva un cuore generoso ed era capace di affetto e tenerezza, anche se sempre conditi da una brusca ruvidezza.
E lei, genia e scomoda?
Io non mi sento scomoda. Qualcuno lo può pensare ma non voglio farmi influenzare.
Domani 7 novembre a Rimini le danno il premio Tonino Guerra, qual è la cosa migliore che egli ha scritto per il cinema?
Sempre questa mania di trovare il migliore. Mi sono piaciuti tutti i film scritti da Tonino, da Amarcord a La notte, dal Caso Mattei a Nostalgia.
Lei per chi avrebbe voluto sceneggiare?
Ho partecipato ad alcune sceneggiature ma non è una attività che mi piaccia molto. Ho lavorato bene con Pasolini, con Ferreri, con Faenza, con Samperi, ma nel cinema le parole contano poco. Si scrive in funzione delle immagini mentre nel romanzo è il contrario.
Il suo è stato, è un femminismo dialogante: senza risparmio, a quale prezzo?
Venivo rimproverata qualche volta di essere poco radicale, ma io non ho mai amato i fanatismi e i radicalismi esagerati. Però ragionando di solito mi capivano e si scoprivano d’accordo.
Alle donne, alle ragazzine in piazza oggi che vuole dire?
Fate bene ragazze a protestare. Io sono con voi. Cerchiamo di proporre un progetto, non solo per lasciare casa, cosa sacrosanta, ma anche qualcosa che riguardi il mondo intero e il futuro del pianeta che rischia la catastrofe.
Che cosa ha capito in questi 90 anni dell’Italia?
Ho capito che siamo dentro una crisi. Spero che possiamo uscirne presto.
E del fascismo?
Come si fa a essere fascisti oggi? Bisogna non conoscere la storia. Capisco una destra conservatrice, ma su dei valori civili. Il fascismo oggi non ha senso. Rileggete la storia per favore, leggete le testimonianze di chi ha sofferto e lottato contro l’arbitrio, la censura, la violenza sociale e il razzismo.
Chiudiamo su Pasolini: la Procura di Roma ha appena aperto un nuovo fascicolo sulla sua morte.
Mi sembra un’ottima notizia. Un paese civile deve conoscere la verità sulla morte di un suo grande poeta.

