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Amores Perros
A venticinque anni dalla sua uscita, Amores Perros torna a far parlare di sé. Dal 10 luglio lo storico esordio alla regia di Alejandro G. Iñárritu sarà disponibile in streaming in esclusiva su MUBI, distributore globale e società di produzione che per l'occasione ha curato un inedito restauro in 4K, attualmente in programmazione anche nelle sale cinematografiche statunitensi.
Lo scorso autunno, inoltre, la casa editrice MACK ha pubblicato un volume dedicato al film: un racconto per immagini della sua complessa realizzazione, che riunisce fotogrammi, fotografie di scena, materiali di backstage e ritagli di rassegna stampa. Il libro ripercorre la struttura tripartita della storia attraverso gli appunti manoscritti dello stesso Iñárritu, alternati agli storyboard originali di Fernando Llanos, ed è arricchito da un nuovo testo del regista e dai contributi di Denis Villeneuve, Walter Salles, Jorge Volpi, Wendy Guerra ed Elvis Mitchell.
Esordio alla regia di Iñárritu, Amores Perros ha lanciato sulla scena internazionale anche l'attore Gael García Bernal e il direttore della fotografia Rodrigo Prieto ed è stato presentato in anteprima alla Semaine de la Critique di Cannes nel maggio 2000. Ambientato a Città del Messico, il film intreccia tre storie unite da un devastante incidente d'auto: due fratelli innamorati della stessa donna, un uomo disposto a rinunciare a tutto per seguire una modella, un ex sicario costretto a confrontarsi con il proprio passato.


Amores Perros
Primo di quella che è stata definita poi la Trilogia della Morte (o del dolore) di Iñárritu che prosegue con 21 grammi (2003) e Babel (2006), possiamo affermare, venticinque anni dopo, che Amores Perros è invecchiato bene, poiché tuttora audace, viscerale, rivoluzionario. Per dirla con le parole dello stesso Iñárritu: “Sono molto felice che questi cani continuino ad abbaiare così forte”. In occasione dell’uscita nelle sale statunitensi e lo sbarco restaurato su MUBI, abbiamo incontrato virtualmente il regista e García Bernal, introdotti dal critico Carlos Aguilar, per ripercorrere la storia di un film che ha segnato il cinema messicano ed internazionale.
Ricordate la prima del film a Cannes?
Gael García Bernal: Sì, è un giorno che ricordo in modo assolutamente vivido. Non avevo visto nemmeno un fotogramma del film. Era un martedì, all'una del pomeriggio, a Cannes; eravamo il secondo film della Semaine de la Critique. Arrivai completamente vestito di tutto punto, senza sapere cosa aspettarmi. Alejandro ci stava guidando in questa nuova avventura, aprendoci la strada sia in senso letterale che metaforico. Presentammo il film in una sala dell'Espace Miramar davanti a un pubblico che era forse a metà tra il pieno e il vuoto. A un certo punto, fu come se la vita si fosse fermata. Fu un momento di autentica trascendenza, in cui riuscii a vedere la mia vita, chi ero e dove stavo andando. Rimasi completamente rapito dall'energia e dalla poesia di Amores Perros. Quando il film finì, provai una straordinaria catarsi. Avevo vent'anni e pensavo: “Non so esattamente cosa sia questo film, ma è la cosa più bella che abbia mai visto”. Ricordo di aver abbracciato tutti, soprattutto Alejandro, e in quell'abbraccio cercavo di dire tutto: grazie, congratulazioni.
Ha vissuto un’esperienza simile, Alejandro?
Alejandro González Iñárritu: Sono quasi invidioso dell'esperienza di Gael. Ricordo che era martedì 13, un numero che per noi è sempre stato fortunato. Mentre il film veniva proiettato, io ero fuori a fumare, perché dopo appena venti minuti vidi diverse persone uscire dalla sala. Alle tre avevo un pranzo con il presidente della giuria, Bernardo Bertolucci, uno dei miei grandi maestri. Dovetti correre dal cinema fino al ristorante, completamente sudato. Gli dissi quanto lo invidiassi per essere arrivato dov'era arrivato, e lui mi rispose: “Alejandro, devo darti una brutta notizia: dopo il primo film tutto diventa sempre più difficile. Le aspettative aumentano e con esse anche la pressione”. Aveva ragione. Ma fu un'esperienza bellissima, proprio nella sua vulnerabilità e nella sua fragilità.


Alejandro González Iñárritu
(Brigitte Lacombe)A venticinque anni di distanza, che cosa pensate di aver catturato in questo film che continua ancora oggi ad affascinare il pubblico?
AGI: Sono molto felice che questi cani continuino ad abbaiare così forte. I personaggi restano attuali perché sono esseri umani feriti, alla ricerca dell'amore, spesso nel modo sbagliato o dalla parte sbagliata dell'amore. Il film si apre con una conseguenza, l'incidente, e poi esplora ciò che quell'evento lascia dietro di sé. Quello che oggi mi colpisce di più è vedere quanto le nuove generazioni, tra i sedici e i ventisette anni, si identifichino in questa storia. Forse perché parla di persone spezzate e della ricerca di una figura paterna. Abbiamo messo il cuore in questo film, spremendo ogni emozione possibile dagli attori.
Oggi riconoscete ancora il Messico raccontato nel film?
GGB: Il cinema ci racconta chi siamo in questo momento. Molte persone in America Latina hanno sentito questo film come qualcosa di profondamente loro, perché rispecchiava il miscuglio di sistemi in cui viviamo. Il Messico di oggi non può essere pensato senza Amores Perros. Ha mostrato al mondo una geografia umana e sociale a cui molti non prestavano attenzione. È arrivato all'inizio di una nuova stagione democratica in Messico; uscivamo da un periodo di censura. Il film introdusse un linguaggio completamente nuovo.
Alejandro, se dovesse rifare oggi Amores Perros, racconterebbe un Messico diverso?
AGI: Io sono cambiato e il mondo è cambiato. Per esempio, allora non esistevano i telefoni cellulari, e questo modifica completamente l'atmosfera di una storia. Ma gli esseri umani sono rimasti gli stessi: siamo creature emotive, non razionali, ed è proprio per questo che ci complichiamo continuamente la vita.
Alejandro, ha scelto Bernal dopo averlo visto in un cortometraggio. Cosa le ha fatto capire che era l'attore giusto per il ruolo?
AGI: La sua presenza era immediata. Si percepiva che era già dentro il personaggio. Facemmo insieme uno spot pubblicitario in cui non parlava quasi mai, era silenzioso e contemplativo. Dissi a Rodrigo Prieto che aveva "la faccia di un lupo" e degli occhi viola come quelli di Elizabeth Taylor. Fu una fortuna trovarlo mentre studiava recitazione a Londra.


Amores Perros
Gael, quando è stata l'ultima volta che ha rivisto il film?
GGB: È stato a Cannes, un anno fa. È un film straordinario. Riesco a percepire la distanza del tempo, ma continuo a non saper spiegare esattamente cosa sia. Mi spinge ancora a chiedermi: “Verso dove sta andando l'umanità?”. È un viaggio fatto di poesia, istinto e alchimia.
Alejandro, Amores Perros è diventato poi il primo di una trilogia. Aveva già in mente l’idea che potesse essere il primo capitolo?
AGI: Sinceramente, stavo solo cercando di sopravvivere. In quegli anni in Messico si producevano al massimo sette film all'anno; scegliere di fare il regista era quasi un atto suicida. Dopo l'accoglienza entusiastica ricevuta al Festival di San Sebastián, mia madre mi chiese: “Quando troverai un lavoro vero?”. Era preoccupata perché pensava che con il cinema non si potesse vivere. Non stavo affatto pensando al film successivo. Mi sentivo semplicemente fortunato per essere riuscito a realizzarne uno.
Gael, come rilegge oggi il suo personaggio, in termini di rappresentazione della mascolinità?
GGB: Più che come un discorso astratto sulla mascolinità, lo abbiamo affrontato come una storia di fratellanza, gelosia e tradimento. Rivedendolo oggi, mi sembra che racconti soprattutto un risveglio, o forse una perdita dell'innocenza. Non ci eravamo mai visti rappresentati sullo schermo in quel modo. Eravamo abituati a modelli di mascolinità come quelli di Top Gun.
Alejandro, la salutiamo chiedendole del libro e della mostra.
AGI: Il libro è una sorta di quaderno di lavoro, quasi un album di famiglia. Contiene storyboard, fotografie e materiali raccolti senza alcuna logica promozionale. Per la mostra abbiamo ritrovato negli archivi circa un milione di piedi di pellicola. Ho creato un'installazione con proiettori collocati in stanze buie, immerse nel fumo, accompagnate da paesaggi sonori di Città del Messico degli ultimi venticinque anni. È un'esperienza fisica e sensoriale, particolarmente significativa in un'epoca dominata dall'intelligenza artificiale. La mostra ha viaggiato da Milano a Città del Messico fino a Los Angeles.

