Le biografie di martiri e santi sono da sempre fonte d’ispirazione per gli artisti, ma con l’avvento del cinema, la letteratura e l’arte figurativa non sono più l’unico strumento dell’agiografia, perché si afferma una nuova forma narrativa.

Lo schermo inizia da subito a narrare la storia di Cristo e dei suoi santi, anche perché il cinema, indirizzato soprattutto alle classi popolari, trae ispirazione da personaggi famosi. Restano sulla pellicola tanti ritratti di santità che hanno dovuto fare i conti con il difficile compito di descrivere il misticismo e rappresentare l’ineffabile, senza banalizzarlo.

Nella Filmoteca Vaticana è conservato il primo film su San Francesco di Assisi realizzato nel 1911, Il poverello di Assisi, di Enrico Guazzoni. Oltre cento anni fa, questa pellicola apriva un ciclo che, lungo tutto il Novecento, ha narrato la storia di Francesco, evidenziando i diversi aspetti della sua esistenza, dalla conversione alle opere, dalla povertà alla regola dell’ordine, dalla semplicità all’ascesi. Guazzoni è il primo di una lunga serie di registi che si sono confrontati con il santo e, anche se la pellicola non è tra le più note, è un esempio cinematografico di particolare fascino.

Il film fu commissionato a Guazzoni da una delle più importanti case di produzione dell’epoca, la Cines, in vista dell’Esposizione Internazionale di Torino, e fa parte della serie “grand’arte”. Guazzoni aveva studiato pittura all’Istituto delle Belle Arti e nel 1907 era entrato a far parte della Cines come cartellonista e decoratore, pertanto questo incarico era una vera sfida.

Al Concorso di cinematografia bandito dall’Esposizione, il film ottenne il secondo premio nella categoria artistica, 4.000 lire, e fu distribuito in Gran Bretagna e Germania, ottenendo un gran successo.

I 430 metri della pellicola rivelano un pregio artistico che deve molto a un’accurata realizzazione e a precise scelte stilistiche. Il film, influenzato esteticamente dal ciclo pittorico di Giotto, è arricchito da una scenografia impregnata di realismo, a cominciare dagli esterni e continuando con la ricostruzione fedele degli appartamenti papali, della dimora del Sultano e di tutti gli ambienti di scena.

Guazzoni aveva chiesto di girare la pellicola ad Assisi, ma non aveva incontrato il favore dei finanziatori, anche perché la consuetudine dell’epoca era lavorare negli studi di posa. Alla fine il regista ottenne quello che voleva e la sua scelta si rivelò vincente, come anche la scelta dell’attore che interpreta Francesco, Emilio Ghione. Con la sua recitazione solenne, ma sobria allo stesso tempo, Ghione riuscì a creare un ritratto intenso del santo, con il volto magro e gli occhi espressivi, esaltati dal trucco nero. Nonostante i canoni recitativi dell’epoca richiedevano l’esasperazione di gesti ed espressioni, il Francesco di Ghione è semplice e misurato, capace di attirare l’attenzione dello spettatore, con una sensibilità recitativa non comune, evitando la rappresentazione scontata dell’estasi mistica.

Le prime scene raccontano il Francesco mondano e aristocratico, per sviluppare poi il percorso spirituale del santo, dal turbamento all’incontro con Madonna Povertà, dall’abbandono della famiglia alla derisione. Sequenza dopo sequenza entriamo nell’universo francescano, come attraverso un ciclo pittorico: il saio, Chiara, il sultano, l’incontro con il Papa, la malattia, la morte, il corpo segnato dalle stimmate che viene portato da Chiara per l’ultimo saluto. E sullo sfondo Assisi, la città reale, in cui Guazzoni aveva fortemente voluto girare il suo omaggio a Francesco.

Anche l’uso delle didascalie è insolito, semplice e chiaro, senza termini aulici molto usati all’epoca; nello sviluppo narrativo esse hanno una funzione descrittiva quando introducono una sola inquadratura, mentre sintetizzano gli eventi se precedono una serie di più inquadrature. Siamo ancora di fronte ad una forma cinematografica non compiuta, poiché la macchina da proiezione resta fissa, costruendo ogni scena come se fosse un quadro o piuttosto una fotografia animata. Nonostante il limite dell’epoca, Il poverello di Assisi anticipa le potenzialità del cinema con compostezza e capacità di selezionare gli episodi fondamentali della vita di Francesco, evitando quelli più mistici e contemplativi, difficili da mettere credibilmente in scena.

I film sulla vita del santo che verranno dopo non terranno conto di queste scelte, ma l’opera di Guazzoni farà la fortuna di Ghione, da quel momento primo attore dalla Cines con un compenso di trecento lire al mese.

La vena poetica che percorre il film, unita a un’accurata rievocazione storica e a un’efficace verosimiglianza, anticipa il capolavoro che Guazzoni realizzerà nell’anno successivo, Quo Vadis?, con cui maturerà le possibilità espressive offerte dal linguaggio cinematografico, influenzando per anni la storia del cinema italiano.

Costato 60.000 lire e lungo oltre 2.250 metri, Quo Vadis? sarà un enorme successo, proiettato per nove mesi addirittura negli Stati Uniti, che contribuirà a rendere la Cines una delle società produttrici più importanti e Guazzoni, il pioniere cinematografico appassionato di pittura, un regista di fama mondiale.

* Responsabile e direttrice della Filmoteca Vaticana