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Josephine (2026)
Si è conclusa l’edizione 2026 del Sundance Film Festival, l’ultima “on the mountain” a Park City (e in generale in Utah, con Salt Lake City). Dal gennaio 2027 il festival si sposterà a Boulder, Colorado (che ha fornito 34 milioni di dollari di motivi spalmati su dieci anni per accaparrarselo) per un passaggio storico che segue di pochi mesi quello altrettanto traumatico della morte del fondatore Robert Redford.
Eppure, a detta di molti osservatori, l’edizione che ha chiuso i battenti lo scorso primo febbraio è stata una delle più vitali degli ultimi anni. Confermando il Sundance come la patria del cinema indipendente globale.
In uno scenario di profonda incertezza sul futuro, con lo streaming sempre più pervasivo e sempre più minaccioso, il festival appare di sicuro meno centrale sul piano mediatico, ma ancora fertile e significativo su quello delle forme, dei temi e delle preoccupazioni politiche.
Cura, memoria, giustizia, identità, sono state le questioni più ricorrenti della selezione, declinate spesso in forme ibride: documentari sempre più intimisti e film di finzione a forte radicamento sociale; horror che si caricano di problemi morali e commedie adulte che tornano a interrogare i rapporti di potere nella sfera privata.
A tramontare, ammesso sia mai esistito, è il mito del “film da Sundance”. Non esiste più uno stile unico, ma una costellazione di linguaggi che vanno dal realismo più spoglio alla sperimentazione radicale. E se il mercato ha premiato ancora una volta alcuni titoli, registrando vendite da stagioni d’oro (come quelle degli anni ’90, quando i film venivano strappati a suon di rilanci), il cuore del festival resta nella capacità di scoprire il nuovo e di mettere in crisi il vecchio. Rifiutando definitivamente l’idea che l’indipendente sia un genere, un’etichetta, un canone. Ma esattamente il contrario.
I vincitori


Josephine (2026)
Josephine
USA | regia: Beth de Araújo | cast: Mason Reeves, Channing Tatum, Gemma Chan
Vincitore del Gran Premio della Giuria U.S. Dramatic e dell’Audience Award, è il film-simbolo di Sundance 2026. Una bambina assiste a una violenza sessuale e il film segue le correnti lunghe del trauma, più che il fatto in sé. De Araújo rifiuta ogni consolazione narrativa, lavorando su sguardi, silenzi, tempi morti. Tatum e Chan incarnano una coppia di genitori impotenti, mentre la piccola Reeves regge il film con un’interpretazione magnetica. Un cinema etico, radicale, che interroga il modo in cui gli adulti proteggono - o vorrebbero - i bambini.


Nuisance Bear (2026)
Nuisance Bear
USA/Canada | regia: Jack Weisman, Gabriela Osio Vanden
Gran Premio della Giuria U.S. Documentary. Partendo dalla convivenza forzata tra orsi polari e comunità umane in Manitoba, il film riflette su clima, colonialismo e gestione della natura. Alternando immagini spettacolari e una struttura osservativa che mette in tensione conservazione e sfruttamento, senza mai semplificare il conflitto.


Shame and Money
Germania/Kosovo/Slovenia/Albania/Macedonia del Nord/Belgio | regia: Visar Morina
World Cinema Grand Jury Prize: Dramatic. Morina indaga il peso della ricchezza e della classe come nuove frontiere dell’esclusione. Un dramma austero, controllato, che osserva l’alienazione dall’interno delle dinamiche familiari. Astrit Kabashi offre un’interpretazione trattenuta e dolorosa.


Hold Onto Me
Cipro/Danimarca/Grecia | regia: Myrsini Aristidou
Audience Award: World Cinema Dramatic. Racconto di formazione estivo tra mare e lutto, in cui una ragazzina tenta di ricucire il rapporto con un padre assente. La regia lavora su colori, paesaggi e scarti minimi, scegliendo la via della redenzione silenziosa a quella del melodramma.


To Hold a Mountain
Serbia/Francia/Montenegro/Slovenia/Croazia | regia: Biljana Tutorov, Petar Glomazić
World Cinema Grand Jury Prize: Documentary. Un documentario sulla resistenza come forma di cura: restare su una montagna minacciata da interessi militari diventa un atto politico e materno. Intimo e stratificato, intreccia ecologia, memoria e genealogie femminili.


One in a Million
Regno Unito | regia: Itab Azzam, Jack MacInnes
Audience Award: World Cinema Documentary e Directing Award. Dieci anni nella vita di una giovane rifugiata siriana, dall’infanzia all’età adulta. Un coming-of-age in tempo reale che restituisce complessità al racconto migratorio, evitando ogni retorica emergenziale.


The Incomer
Regno Unito | regia: Louis Paxton
NEXT Innovator Award. Commedia nera e assurda ambientata su un’isola scozzese, dove due fratelli affrontano l’arrivo di un funzionario statale. Satira del mito identitario e dell’isolamento, con un umorismo che mescola Dogtooth e deadpan britannico.


Aanikoobijigan
USA/Danimarca | regia: Adam Khalil, Zack Khalil
Audience Award: NEXT. Un documentario radicale sul saccheggio coloniale dei corpi indigeni e sul diritto alla sepoltura. Sperimentale nella forma, politico fino all’ultimo fotogramma, è un atto di resistenza e lotta con i mezzi del cinema.


In the Blink of an Eye
USA | regia: Andrew Stanton
Alfred P. Sloan Feature Film Prize. Film ambizioso che intreccia preistoria, presente e futuro per riflettere su tempo, evoluzione e mortalità. Disomogeneo ma affascinante, trova il suo momento più potente nel segmento preistorico, puro cinema senza parole.


Ha-Chan, Shake Your Booty! (2026)
Ha-Chan, Shake Your Booty!
USA/Giappone | regia: Josef Kubota Wladyka | cast: Rinko Kikuchi
Directing Award: U.S. Dramatic. Un melodramma sul lutto che usa danza e fantasia come strumenti di sopravvivenza. Imperfetto ma vitale, sorretto da una Kikuchi luminosa.


Soul Patrol
USA | regia: J.M. Harper
Directing Award: U.S. Documentary. La guerra del Vietnam vista attraverso un’unità di soldati afroamericani. Un film che intreccia memoria, razza e disillusione, alternando testimonianza, reenactment e riflessione filosofica.


How to Divorce During the War
Lituania | regia: Andrius Blaževičius
Directing Award: World Cinema Dramatic. Dark comedy sul divorzio che esplode mentre inizia la guerra in Ucraina. Una riflessione feroce sulla performatività dell’impegno (o ti metti in scena o sparisci) e sull’intimità come campo di battaglia politico.


Take Me Home
USA | regia: Liz Sargent
Waldo Salt Screenwriting Award. Un dramma familiare sulla disabilità e la cura, che mette a nudo la fragilità del welfare americano. Duro, a tratti soffocante, ma attraversato da un amore ostinato e non retorico.


Bedford (2026)
Bedford Park
USA | regia: Stephanie Ahn | cast: Son Sukku, Moon Choi
Special Jury Award – Debut Feature. Storia d’amicizia e amore tra due trentenni figli della diaspora coreana. Un film sui corpi, sulle ferite visibili e invisibili, e sulla difficoltà di abitare un’identità frammentata.


Iran | regia: Hossein Keshavarz, Maryam Ataei
Special Jury Award – Ensemble Cast. Ritratto clandestino della vita artistica a Teheran, tra amicizia, creazione e repressione. L’opera dialoga con Kiarostami e Rivette proponendo un cinema leggero in apparenza, politicamente esplosivo nei sottotesti.
Acclamati dalla critica


The Invite
USA | regia: Olivia Wilde | cast: Olivia Wilde, Seth Rogen, Penélope Cruz, Edward Norton
Il “film dell’anno”, almeno al Sundance: venduto ad A24 per una cifra oltre i 12 milioni, Wilde “dirige” una cena tra amici che aggiorna il modello Virginia Woolf in chiave Woody Allen d’epoca, con dialoghi che scorrono come jazz. Una coppia sfinita (Wilde/Rogen) ospita i vicini “perfetti” (Cruz/Norton), armoniosi e seducenti, con una rivelazione che destabilizza tutto. L’intimità come campo di battaglia, tra rancore controllato e desiderio di essere visti. Il quartetto è in stato di grazia e la scrittura evita il facile cinismo. Una commedia adulta, rara, crudele e umana insieme.


Leviticus
Australia | regia: Adrian Chiarella | cast: Joe Bird, Stacy Clausen, Mia Wasikowska
Horror queer ambientato nell’outback australiana, acquistato da Neon. Il desiderio, ça va sans dire, porta grane maledizioni: un’entità assume la forma della persona che si ama di più. Il soprannaturale come metafora del contagio emotivo e sociale, regia asciutta, piccoli spazi, senso di ineluttabilità che cresce scena dopo scena. Un esordio potentissimo.


Once Upon a Time in Harlem
USA | regia: William Greaves, David Greaves
Girato nel 1972 come progetto incompiuto e completato oggi dal figlio David, è un viaggio nel tempo che richiama figure della Harlem Renaissance a casa di Duke Ellington. Storia orale, performance, autorappresentazione si fondono in un documento di storia culturale e in una riflessione su cosa significa “finire” un film attraversando le generazioni. Monumentale, ma senza retorica.


The Only Living Pickpocket in New York
USA | regia: Noah Segan | cast: John Turturro, Steve Buscemi, Giancarlo Esposito
John Turturro interpreta un borseggiatore sessantenne, ultimo relitto di una New York analogica dove persino i criminali avevano un “tocco” artigianale. Segan costruisce uno studio del personaggio in tono minore, venato di nostalgia ma mai lezioso, che piange un mondo scomparso insieme alle sue maniere. Turturro lavora di tenerezza e stanchezza, come se ogni gesto fosse un addio. Una lettera d’amore malinconica.


The History of Concrete
USA | regia: John Wilson
Dopo How To with John Wilson, il regista espande il suo metodo in un lungometraggio che usa il cemento come come metafora dell’impermanenza: ciò che resta e ciò che si sgretola. Un lavoro che alterna comicità e malinconia con un ritmo digressivo che sembra casuale ma non lo è. New York è ovunque, ma anche Roma e altri luoghi entrano come rifrazioni del pensiero. Un film-saggio che parla di lutto e di sopravvivenza senza chiamarli così. Leggero in superficie, profondo sotto.


Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie
USA | regia: Alex Gibney | con Salman Rushdie e footage di Rachel Eliza Griffiths
Un documentario durissimo sull’attentato a Rushdie e sulla libertà d’espressione. Il racconto in prima persona trasforma il trauma in testimonianza civile.


The Weight
USA | regia: Padraic McKinley | cast: Ethan Hawke, Russell Crowe
Survival thriller “anni Settanta” a pieno titolo, con vibrazioni da Walter Hill: secco, fisico, tutto muscoli e fango. Un padre solo (Hawke, in una fase particolarmente ispirata) cerca di mantenere la figlia durante la Grande Depressione, finché una sfortuna lo spedisce in una squadra di lavori forzati. Il sorvegliante (Crowe) gli propone un patto: guidare un manipolo di detenuti in una missione attraverso l’Oregon rurale per trasportare sacchi di mattoni d’oro, e in cambio la libertà. Da lì il film diventa un’odissea di ostacoli, intemperie e sospetti, dove la minaccia non è solo il paesaggio ma la paranoia che corrode il gruppo. Cinema “di ritorno” che non ammicca: ruvido, contuso, teso.
