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I dieci comandamenti: Yul Brynner, Anne Baxter, Charlton Heston, @Webphoto
Cominciarono a comparire sul suolo americano migliaia di monoliti. Non erano segnali extraterrestri, come avrebbe immaginato qualche anno più tardi Stanley Kubrick in 2001: Odissea nello spazio, né epifanie divine. Erano granito e marketing: blocchi sui quali erano incisi i Dieci Comandamenti. Dietro quella singolare semina c’era Hollywood.
Correva l’anno 1956 e Cecil B. DeMille si preparava a lanciare (il 5 ottobre in America) uno dei più grandi kolossal della storia del cinema. I dieci comandamenti, un remake, un suo remake per l’esattezza, rifatto stavolta con tutta la potenza di fuoco di Hollywood, dopo la versione muta e più striminzita del 1923.
Quei monoliti piantati nel terreno erano il suo biglietto da visita. L’immagine plastica di un rapporto consustanziale tra cinema e territorio, mito e realtà, finzione e destino spirituale di una nazione. Il paesaggio americano, si pensi al western, da sempre impastato di mito. DeMille se ne appropriava incidendolo direttamente nella pietra.
Un kolossal fuori scala
Si parla molto, oggi, di “cinema-evento”, quasi fosse un’invenzione contemporanea. Il cinema evento DeMille se lo era inventato settant’anni fa. I dieci comandamenti fu un evento non soltanto spettacolare, ebbe qualcosa di rituale, quasi cultuale. La distribuzione iniziale in forma di roadshow, con posti prenotati, prezzi maggiorati e un numero limitato di spettacoli quotidiani, contribuiva a trasformare la visione in un appuntamento eccezionale. E la durata – oltre tre ore e mezza – non scoraggiò affatto gli spettatori. Al contrario, accresceva la sensazione di partecipare a qualcosa di eccezionale.
I numeri furono all’altezza dell’ambizione. Costato più di 13 milioni di dollari, cifra vertiginosa per l’epoca, il film arrivò a circa 65 milioni di dollari d’incasso sul mercato nordamericano nelle sue diverse distribuzioni. Nella primavera del 1957, dopo essere passato in appena ottanta cinema, aveva già incassato dieci milioni ed era stato visto da oltre sette milioni di persone. Al Criterion di New York rimase in cartellone per settanta settimane. Ma il fenomeno fu mondiale, e in Italia assunse proporzioni impressionanti: I dieci comandamenti divenne uno dei maggiori successi popolari della nostra storia cinematografica, con quasi 17 milioni di spettatori secondo le ricostruzioni storiche.
Un rito di massa.
Charlton Heston è il mio Profeta
Come ogni rito, anche questo ebbe bisogno della sua icona. DeMille la trovò in Charlton Heston.
Il regista rimase colpito anche dalla somiglianza dell’attore con il Mosè scolpito da Michelangelo. Dopo le riprese in Egitto, Heston passò da Roma e venne fotografato accanto alla statua di San Pietro in Vincoli: quelle immagini furono poi utilizzate anche nella promozione del film.
Un altro pezzo di famiglia Heston finì coinvolta suo malgrado: il piccolo Mosè deposto nel cesto sul Nilo è Fraser Heston, figlio dell’attore, che aveva appena pochi mesi.


Charlton Heston ne I dieci comandamenti (1956). @Webphoto
Ma la mitologia e l’aneddotica sul film si sprecano. Prendiamo le riprese dell’Esodo. DeMille voleva che Heston conservasse l’aspetto e l’atteggiamento di Mosè anche durante le pause. E allora in mezzo a migliaia di comparse egiziane molti cominciarono a seguirlo chiamandolo “Moussa”, Mosè.
Tutto doveva essere smisurato. Per preparare il film furono consultati centinaia di libri e periodici, migliaia di fotografie e documenti. Per governare le folle dell’Esodo vennero impiegate decine di aiuto-registi e migliaia di comparse. DeMille voleva che la Bibbia acquisisse sullo schermo lo splendore materiale della Storia.
Come fu girata la scena del Mar Rosso
Venne il Mar Rosso. La sua apertura rimane una delle immagini più celebri del cinema del Novecento e insieme uno degli esempi più affascinanti di come l’artificio cinematografico possa produrre il sentimento del miracolo.
Per realizzarla furono utilizzate enormi quantità d’acqua, vasche e riprese combinate. Una delle intuizioni decisive fu semplicissima: filmare masse d’acqua mentre precipitavano e poi proiettare le immagini al contrario, ottenendo così l’impressione che le pareti liquide si sollevassero e si aprissero davanti a Mosè. A quelle immagini vennero integrate le riprese degli attori e gli altri effetti.
Il trucco c’è ma non svilisce il sacro né scivola nel kitsch. È forse la metafora perfetta del cinema di DeMille. Il miracolo biblico passa dalla tecnologia hollywoodiana e proprio grazie all’artificio acquista una forma spettacolare capace di entrare nell’immaginario collettivo. Non sorprende che il film abbia conquistato l’Oscar per gli effetti speciali. Sorprende che sia stato l’unico. Il miglior film quell’anno fu Il giro del mondo in 80 giorni, la regia andò a George Stevens per Il gigante. DeMille, addirittura, non entrò nemmeno nella cinquina dei registi.
Mosè e la Guerra Fredda
Fermarsi allo spettacolo sarebbe un errore. Sotto l’Egitto dei faraoni c’è infatti l’America del 1956. E dietro Ramses si intravede la Guerra fredda. A dichiararlo, prima che il film cominci, è del resto lo stesso DeMille. Il regista compare davanti al sipario e si rivolge direttamente al pubblico. Spiega che la storia di Mosè riguarda la nascita della libertà e pone esplicitamente una domanda: gli uomini devono vivere sotto la legge di Dio oppure sotto l’arbitrio di un dittatore come Ramses? Sono proprietà dello Stato o persone libere? E aggiunge che quella battaglia continua nel mondo contemporaneo.


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Nel pieno della Guerra fredda, l’Esodo diventa anche il racconto della liberazione dell’individuo da un potere che pretende di possederlo. La Legge non è presentata come negazione della libertà, ma come ciò che impedisce alla libertà di trasformarsi nell’arbitrio del più forte. Il conservatorismo religioso di DeMille incontra una delle questioni politiche decisive del secondo Novecento.
DeMille mette in scena uno degli spettacoli più smisurati mai prodotti da Hollywood per raccontare una storia che ruota attorno a un limite, quei dieci comandamenti che nessun uomo, nemmeno il più potente, può riscrivere a proprio piacimento. Di fronte a Ramses, che considera gli uomini una sua proprietà e la propria volontà una legge, Mosè afferma l’esistenza di una Legge superiore al potere. Libertà e legge per DeMille non sono opposti, la seconda è condizione della prima.
Critica divisa nel giubilo di quella cattolica
La critica si divise. Una parte di quella critica americana riconobbe immediatamente la potenza dello spettacolo e la capacità del film di trasformare il tema della libertà in racconto popolare; altre voci furono molto più severe verso l’enfasi, la teatralità e il gigantismo di DeMille. La critica europea e quella cinefila avrebbero spesso accentuato negli anni proprio questi limiti.
Eppure, è difficile non notare il paradosso: ciò che rendeva DeMille sospetto a una parte della critica – l’eccesso, la magniloquenza, l’assenza di pudore spettacolare – è anche ciò che ha consentito a I dieci comandamenti di attraversare le generazioni.


Resta particolarmente interessante la ricezione cattolica. Nel dicembre 1957, sulla Rivista del Cinematografo, padre Enrico Baragli non nascondeva la natura ipertrofica dell'operazione: i valori spettacolari di DeMille erano «colossali; anzi: supercolossali». Ma proprio nello spettacolo individuava una delle ragioni della forza del film. Ciò che la Bibbia aveva affidato per secoli al «segreto incantato della nostra fantasia» diventava sullo schermo «realtà visibile e tangibile». E soprattutto Baragli coglieva immediatamente la dimensione politica dell'opera: un invito alla libertà da ogni «schiavitù disumana», fondato sulla Legge religiosa e inevitabilmente inscritto nel confronto ideologico della Guerra fredda. La conclusione non lasciava spazio a equivoci: «Noi cattolici non abbiamo alcun motivo di condannare questi intenti e queste speranze». Anzi, auspicava che l'esperienza di milioni di spettatori dimostrasse che alle intenzioni di DeMille corrispondesse davvero il risultato del film.
È una lettura che, settant'anni dopo, rilancia una domanda tutt'altro che vetusta: trasformare la Scrittura in spettacolo significa impoverirla o darle una forma capace di entrare nell'immaginario di milioni di persone? DeMille, probabilmente, non avrebbe neppure accettato l'alternativa. Per lui il sacro poteva diventare spettacolo perché lo spettacolo era la lingua delle masse.


Un punto su cui I dieci comandamenti ci appare oggi insieme lontanissimo e sorprendentemente contemporaneo. Ritroviamo qualcosa di quell'esperienza nelle grandi saghe capaci di trasformare l'uscita di un film in un appuntamento generazionale, da Harry Potter ai grandi universi cinematografici della Marvel. Ma a DeMille non bastava radunare milioni di spettatori intorno a un evento. Voleva fare del pubblico una comunità e della visione un rito. Il cinema era spettacolo, certamente, ma anche luogo nel quale una società racconta a sé stessa i propri miti e, attraverso di essi, si interroga sui propri fondamenti.
E a proposito di mitologia, I dieci comandamenti fu, settant’anni fa, il settantesimo e ultimo film diretto da Cecil B. DeMille. Settanta per settanta: persino il «settanta volte sette» del Vangelo, con DeMille, doveva diventare più grande. L’ultima, perfetta esagerazione di un regista che aveva fatto del gigantismo la propria misura.
