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(L to R) Douglas Fairbanks, Sr., Charlie Chaplin, Thomas Edison, Mary Pickford
Gore Vidal, al secolo Eugene Luther Gore Vidal, è stato uno degli scrittori americani più provocatori e illuminanti nel proporre in contropelo la storia degli Stati Uniti. Vidal proveniva da una famiglia ben inserita nel macchinario della politica, di orientamento democratico-isolazionista e, dopo una breve esperienza nella marina di stanza al Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, avviò sul finire degli anni quaranta una carriera da scrittore oggetto sin da subito di attenzioni e polemiche.
Nella sua prolifica produzione letteraria un peso preponderante è assunto da Narratives of Empire, serie di romanzi storici che raccontano gli Stati Uniti dai tempi dei padri fondatori fino ai primi anni della guerra fredda. A lungo fuori catalogo, grazie a Fazi è tornato disponibile in Italia il penultimo volume della serie, Hollywood, in cui l'intervento degli USA nella Prima guerra mondiale e le presidenze di T.W. Wilson e di W. G. Harding si intrecciano a doppio filo con la roboante Hollywood a cavallo tra anni Dieci e Venti del Novecento.
Gore Vidal fu per tutta la vita un appassionato di cinema, e al suo vissuto come spettatore dedicò nel 1992 un memoir intitolato Remotamente su questi schermi. Significative furono le sue esperienze nella produzione cinematografica del suo tempo: fu uno degli script doctor di un kolossal del calibro di Ben-Hur di Wyler; collaborò a film di registi come Arthur Penn, Mankiewicz e Clément; fece un cameo in Roma di Fellini, ebbe una controversia con Tinto Brass per i rimaneggiamenti a Caligola e co-sceneggiò anche Dimenticare Palermo di Francesco Rosi.


Il romanzo Hollywood, che risale al 1990, reca l’impronta di queste esperienze con il medium e soprattutto con l’industria cinematografica, e, come solito di Vidal, intreccia le vicende più o meno romanzate di figure storiche come Theodore e Franklin Roosevelt, il magnate della stampa William R. Hearst o Chaplin a personaggi di finzione come Blaise Sanford e Caroline Sanford, editrice di giornali che avvia una parallela carriera come attrice cinematografico, con lo pseudonimo di Emma Traxler, e poi come produttrice.
Nella prima metà del romanzo un ruolo chiave è assegnato allo stesso presidente Wilson, presentato come l’anomalia di uno “storico strappato bruscamente ai propri studi allo scopo di costruire la storia su cui altri avrebbero dissertato”, e ritratto in antitesi con il più guerrafondaio Roosevelt Sr. Estromesso dal governo effettivo della nazione dopo un ictus, Wilson cede obtorto collo la Casa Bianca ad Harding, sotto la cui presidenza si consuma uno scandalo di corruzione che porta all’omicidio, spacciato per suicidio, del consigliere Jess Smith. Questo è solo uno dei due omicidi realmente avvenuti attorno a cui ruota la seconda parte di Hollywood di Vidal: l’altro è quello di William Desmond Taylor, attore e regista cocainomane e – presuntamente – omosessuale, cold case riportato anche da Kenneth Anger nel suo leggendario Hollywood Babylonia.
È sullo sfondo di giochi politici degni di House of Cards che Gore Vidal indaga la fascinazione della politica americana per l’allora nascente industria del cinema. “Il pubblico cinematografico è il più vasto esistente al mondo. Influenzando la produzione hollywoodiana, potremo controllare l’opinione pubblica mondiale. Hollywood è la chiave che apre pressocché ogni porta”, viene fatto sentenziare a George Creel, il direttore del Committee on Public Information durante la Prima guerra mondiale. La stessa partecipazione degli USA al conflitto viene finanziariamente sostenuta dai divi del muto, attraverso il Liberty Bond propagandato da Mary Pickford e da Chaplin.


Gore Vidal
I magnati dell’informazione non tardano ad accorgersi delle potenzialità economiche e comunicative del cinema: “In Cina, tutti guardano The Perils of Pauline, ma nessuno è in grado di leggere i miei giornali”, afferma nel romanzo un W.R. Hearst soddisfatto del suo fiuto per gli affari. In Hollywood di Vidal Chaplin è tratteggiato in tutto il suo fascino di istrione, riecheggiano a più riprese il nome di De Mille, il chiacchierato divorzio della Pickford e l’eco del flop di Intolerance di Griffith – che ispira a Hearst una tirata contro i “perdigiorno fanatici del cinema che si montano la testa appena dai loro una cinepresa con cui gingillarsi” –, e nell’ultima scena si affaccia anche il dirigente repubblicano William Hays, responsabile del famigerato codice censorio.
Fin troppo consapevole delle crescenti commistioni tra film, propaganda e politica, alleatasi con l’immaginario regista Timothy Farrell Caroline inizia a sognare un modello di cinema educativo – “Avevano usato il cinema con successo per demonizzare i nemici della nazione: ora perché non impiegarlo per modificare la percezione che lo spettatore aveva di sé e del mondo?”; ma l’omicidio di Taylor cambia le carte in tavola, dando inizio a un’era più cinica.
Narrativamente monumentale e stilisticamente compiaciuto, Hollywood di Gore Vidal sa rendere il respiro di un’epoca, tratteggiando i retroscena politici della storia, e togliendo alle origini del cinema ogni illusione di purezza. E con osservazioni pungenti come “la sola libertà che un americano abbia è quella di adeguarsi” il romanzo di Vidal riesce a risultare attuale anche rispetto all’America di oggi.

