Era il 26 ottobre 2001. Venticinque anni fa nelle sale americane usciva Donnie Darko di Richard Kelly, presentato mesi prima (a gennaio) al Sundance. In Italia, ufficialmente (perché nel frattempo il film circolò nei circuiti di nicchia, oltre ovviamente alla potenza del peer to peer, BitTorrent nacque proprio nel 2001...), bisognò aspettare il 2004 per vederlo – nella versione Director’s Cut – alla Mostra di Venezia.

Dall’iniziale tiepidezza commerciale (ricordiamo che il film uscì negli States neanche due mesi dopo la tragedia delle Twin Towers…), si è passati anno dopo anno ad una sorta di venerazione cieca, trasformandolo in vero e proprio film di culto.

La genesi di un cult

Grazie al passaparola, ai primi lettori DVD e alle numerose proiezioni di mezzanotte, Donnie Darko ha iniziato a vivere di vita propria, per tutta una serie di ragioni.

In primo luogo, perché restituiva un ritratto viscerale dell’adolescenza: Richard Kelly catturava l’angoscia, l’isolamento e la rabbia sorda dell’età giovanile. Donnie (Jake Gyllenhaal, che grazie a quel ruolo fece il salto decisivo di carriera) non è solo un ragazzo con disturbi psichiatrici, ma l'incarnazione di quel senso di fine del mondo imminente che ogni adolescente sperimenta interiormente.

In seconda battuta, la capacità del film di costruire un’iconografia indelebile – la figura di Frank, il coniglio antropomorfo dal costume inquietante, entrata tra le maschere più iconiche del cinema del Duemila – e di disseminare vari enigmi, dai viaggi nel tempo agli universi tangenti, partendo dal misterioso testo La filosofia dei viaggi nel tempo (che ora uscirà sotto forma di romanzo-sequel del film a dicembre, firmato naturalmente da Richard Kelly), stimolando così discussioni, teorie e interpretazioni personali che hanno animato i vari forum online che hanno iniziato a popolare la Rete nella prima metà del decennio.

Infine, Donnie Darko riusciva a trovare un’interessante ibridazione tra la malinconia suburbana di fine anni 80 e una colonna sonora – con la cover di Mad World eseguita da Michael Andrews e Gary Jules – in grado di creare la giusta atmosfera di straniamento.

Donnie Darko - WEBPHOTO
Donnie Darko - WEBPHOTO

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Perché oggi l'aura si è affievolita?

Ma oggi, a 25 anni di distanza, possiamo ancora considerare Donnie Darko un cult-movie? O quella leggendaria “aura” si è un po’ affievolita andando avanti nel tempo?

Paradossalmente, l’effetto del Director’s Cut potrebbe non aver giovato alla versione “originale” del film, la cui forza risiedeva nella sua ambiguità. Kelly inserì didascalie e pagine esplicite del libro di Roberta Sparrow (personaggio interpretato da Patience Cleveland), fiaccando così il mistero e smorzando quella carica poetica ed enigmatica che ne alimentava il fascino.

Con il passare degli anni, poi, è probabile che alcune derive filosofiche e nichiliste possano apparire a un pubblico contemporaneo, più smaliziato o cinico, come un esercizio di stile un po’ pretenzioso. La sensazione, insomma, è che non ci sia stato “ricambio” generazionale tra i fruitori: gli adolescenti di allora non hanno tramandato il film a quelli di oggi.

La solitudine di Richard Kelly

Un altro aspetto da considerare, che in fondo avrebbe potuto anche generare l’effetto opposto, è quello relativo alla carriera successiva di Richard Kelly. Dopo quell’esordio ha firmato solamente i ben più che dimenticabili Southland Tales e The Box: di fatto non dirige più un film dal 2009 e la mancanza di una filmografia riconoscibile e coerente ha finito per isolare Donnie Darko come un “miracolo” irripetibile piuttosto che come l'incipit di una grande “epopea d'autore”.

Nonostante lo scorrere degli anni ne abbia ridimensionato la mitologia e smussato il profilo di “intoccabile capolavoro”, Donnie Darko resta comunque una capsula del tempo da non sottovalutare. Una sorta di monumento imperfetto, ma affascinante, eretto in nome della vulnerabilità giovanile, per ricordarci quanto possa essere vertiginoso il confine tra la realtà e i nostri incubi interiori.