“Non è stato facile per me, essendo molto timido fuori dal campo. Mi ha aiutato tanto il gruppo di lavoro, persone che mi hanno dato tranquillità. È stato molto bello poter raccontare la mia storia, un qualcosa a cui non avevo mai pensato. Ritornare in quei luoghi, ricordare le cose della mia infanzia… Sono abbastanza ansioso di vedere il film questa sera, forse addirittura di più di quando giocai la finale Mondiale del ‘94”.

Nel calcio di oggi, dove conosciamo vita morte e miracoli dei più grandi fuoriclasse, tra social e instant doc destinati alle piattaforme, fermarsi un attimo e realizzare di non aver mai saputo nulla della storia di un campione assoluto come Aldair Nascimento do Santos fa abbastanza effetto.

È forse questa, in prima luogo, la scintilla che ha dato il via al documentario Aldair – Cuore giallorosso, scritto da Shadi Cioffi e Boris Sollazzo, con la collaborazione di Beatrice Campagna, diretto da Simone Godano e prodotto da Grøenlandia, Sky Italia, Inhouse, Duende Film (in collaborazione con Rai Cinema, As Roma, Radio Rock), dal 21 maggio nelle sale distribuito da Nexo Digital.

“Il primo approccio con Aldair è avvenuto durante una cena insieme a tutto il gruppo di lavoro – racconta il regista Simone Godano –: è una persona a cui senti di voler bene da subito, ed è una cosa che accade a chiunque. È una persona atipica, come pure fu un giocatore atipico, lontanissimo dagli stereotipi festosi con cui di solito pensiamo ai brasiliani, amatissimo dai tifosi della Roma ma sempre rispettato da tutte le altre tifoserie. Questo suo silenzio caratteristico e questa sua timidezza mi hanno portato poi alla domanda più difficile: come si può fare un documentario su una persona così?”.

Aldair e il regista Simone Godano
Aldair e il regista Simone Godano

Aldair e il regista Simone Godano

La narrazione prende avvio il 30 novembre 2025 allo Stadio Olimpico di Roma, durante la celebrazione per i 60 anni di Aldair prima della partita Roma-Napoli: un momento simbolico e carico di emozione che diventa il punto di partenza di un racconto intimo e profondo alla scoperta dell’uomo dietro il campione.

A guidare il racconto è lo scrittore Sandro Bonvissuto (La gioia fa parecchio rumore, Einaudi 2020), che da tifoso romanista intraprende un viaggio tra Italia e Brasile per ricostruire le radici, la carriera e l’identità di un calciatore unico nel suo genere. Dalle spiagge di Rio de Janeiro ai vicoli della natia Ilhéus, fino ai luoghi simbolo della Città eterna, il film, accompagnato dalla voce narrante di Claudio Amendola, restituisce il ritratto di un campione silenzioso, lontano dai riflettori che è entrato nel cuore del popolo romanista. Un uomo, per capirsi, che non ha mai sbandierato il fatto di avere un campo da calcio – quello dove giocava da bambino – e una via – quella della sua prima casa – intitolati a lui.

Aldair campione del mondo nel 1994
Aldair campione del mondo nel 1994

Aldair campione del mondo nel 1994

“Ho partecipato con lo spirito dell'amico che chiami a calcetto quando ti manca l'ultimo per arrivare a dieci”, dice scherzando Bonvissuto, che aggiunge: “Il confronto con i propri miti giovanili è sempre rischioso, per me Aldair è sul podio dei più grandi giocatori che abbiano mai vestito la maglia della Roma. Mi ha aiutato a superare questa cosa il fatto che mi sono approcciato a lui come avrei fatto per motivi letterari, lo considero un personaggio della grande letteratura del nord est brasiliano, un mondo affogato nel mistero più profondo. Tutto il discorso della faccenda sportiva è a parte, stavolta l'uomo supera il campione, un campione fuori dal tempo, una dimensione di calciatore che credo si sia estinta”.

Aldair e Sandro Bonvissuto in Brasile
Aldair e Sandro Bonvissuto in Brasile

Aldair e Sandro Bonvissuto in Brasile

Gli inizi giovanissimo con il Flamengo (“non una squadra, ma una religione”, come ricorda João Guilherme Carvalho, giornalista di Flamengo Tv), la finale di Coppa Campioni 1990 con il Benfica, persa 1-0 contro il Milan di Sacchi e dei tre olandesi, l’arrivo a Roma dove per 13 stagioni – ribattezzato affettuosamente Pluto – ha vestito la maglia giallorossa, governando la difesa di una squadra che la prima stagione (1990-91) vince la Coppa Italia e perde la finale di Coppa Uefa contro l’Inter, affrontando poi un decennio non semplice, salvo poi trionfare in campionato nel 2000-2001, con Fabio Capello in panchina.

E proprio l’allenatore friulano insiste su quanto sia facile “abituarsi alle qualità di un calciatore come Aldair, dandole quasi per scontate: è quando giocatori così smettono di giocare che ti accorgi di quanto pesi quell’assenza”.

Ambidestro, uscite palla al piede a testa alta, capacità di far ripartire l’azione con lanci millimetrici, chiusure sugli avversari sempre pulite, “avere un compagno così lì dietro ti dava una sicurezza incredibile”, dice un certo Francesco Totti, che proprio da Aldair nel 1998 ricevette la fascia da capitano che il brasiliano aveva ereditato da Giuseppe Giannini: “Era un ragazzo che stava crescendo e alla fine ho avuto ragione. La scelta è stata mia, e fu accettata da tutti”, ricordava giusto qualche giorno fa il difensore classe 1965.

Aldair in maglia giallorossa
Aldair in maglia giallorossa

Aldair in maglia giallorossa

Che oggi, a sessant’anni compiuti, sfoggia ancora un fisico da atleta ma si schermisce quando gli si chiede se potrebbe giocare qualche scampolo di partita, magari a risultato acquisito. E ripensa però all’ultima partita giocata di fronte ai tifosi romanisti, quel 24 maggio 2003 contro l’Atalanta: “È stato il momento più triste, pensavo che sarebbe finito un qualcosa di unico”.

Mentre sulla possibilità che nel calcio ancora possano esistere le bandiere dice: “Il calcio di oggi è dominato dai soldi, dai procuratori. All'epoca sarei potuto andare via anche io, avevo delle offerte, ma si fanno delle scelte, Francesco (Totti, ndr) è stato qua tutta la vita, Cafu è stato sette anni. Se vuoi lo puoi fare anche oggi”. E sul predominio della tattica sul rettangolo di gioco: “Il calcio senza tattica non può esistere, ma i giocatori devono sempre essere liberi di esprimere la loro tecnica”.