Restituire la vita di un santo sullo schermo non è facile: è un’operazione complessa in cui si rischia di scontentare la maggior parte del pubblico che, non ritrovando particolari aneddoti conosciuti, potrebbe percepirne la narrazione come riduttiva. Al tempo stesso, una simile narrazione rischia di presentare un'esistenza capace, sì, di incontrare il favore del devoto o del curioso, ma anche di confermare lo scetticismo dei non credenti.

Davanti a un'eroicità percepita come "forzata", questi ultimi, infatti, potrebbero ravvisarvi il solito bigottismo, trovando così una facile giustificazione al proprio disinteresse o a un giudizio sommario. Il film di Giacomo Campiotti, a mio parere, “scontenta” tutti perché restituisce la figura di un ragazzo eccezionalmente umano e umanamente santo. Si ama usare l'espressione «un santo vicino». Ebbene, il Carlo Acutis di Campiotti è un ragazzo la cui eroicità consiste nel vivere la prossimità e la quotidianità - da bambino, ragazzo e adolescente - in modo così naturale da risultare simpatico e vicino. Ma come la mettiamo con l'eroicità della santità? Questa si ritrova nei gesti semplici di amicizia, solidarietà, vita familiare e impegno scolastico ravvisabili con abbondanza di aneddoti nel racconto.

Il film evita gli eccessi e gli stereotipi dell'agiografia, e questo è certamente un merito da rilevare. In questo modo, incontra il gusto estetico dello spettatore e allo stesso tempo lo spinge a riflettere su un tema oggi estremamente insolito: il significato e il valore della santità nel nostro tempo. Abituati come siamo a vedere sullo schermo le vite di santi vissuti in epoche e sistemi culturali diversi dai nostri, assistere alla narrazione della vita di un santo del nostro tempo storico, un millennial, può risultare perlomeno "straniante". È insolito vedere un santo vestito con abiti moderni, che parla il nostro stesso linguaggio fluido e vivo, che utilizza gli oggetti, i mezzi di trasporto, le tecnologie - persino Internet e il digitale - che fanno ormai parte del quotidiano della società contemporanea.

Forse, proprio per questo, una tale figura interroga profondamente la nostra immaginazione. Il mio nome è Carlo è un’operazione agiografica riuscita perché ha saputo eliminare la retorica e la stucchevolezza tipiche del genere, rendendo vicino il racconto della breve e intensa esistenza di un adolescente “speciale”. Carlo, tuttavia, è un ragazzo della porta accanto che si è reso speciale (una parola che si ripete più volte nel lungometraggio) grazie alla costante ricerca del significato della felicità, da lui trovata e vissuta nella prossimità verso l’altro - familiare o amico, conoscente o estraneo, bisognoso o scartato - attraverso l’empatia, la cordialità, la solidarietà e la fede. E tutto ciò, ripeto, presentato senza vezzo né leziosaggini pietiste, e senza la pesantezza di un linguaggio religioso retorico, ingessato negli stilemi dell’eloquio più tradizionale.

Il film si articola in tre distinte sezioni temporali ambientate in una Milano borghese (la famiglia Acutis appartiene al ceto benestante della città meneghina e si dichiara non praticante) e piena di alberi dalla fioritura generosa che corrispondono al 1995 (Carlo bambino di 5/6 anni), al 2002 (ragazzino di 11anni) e al 2006 (adolescente di 15 anni). Questi blocchi narrativi corposi sono interrotti da forward e rewind temporali, funzionali allo sviluppo del racconto.

A loro volta, le tre sezioni racchiudono specifici aneddoti biografici, scelti per la loro significatività e adattati alle esigenze della finzione cinematografica. In ognuna di esse emerge il carattere di un ragazzo curioso e intelligente, che scopre un amico “eccezionale” che gli si rivela senza messinscene spettacolari, ma semplici, straordinarie nella loro ordinarietà. Il regista adotta punti di vista capaci di suggerire il mistero insondabile della vita, del dolore, della compassione, della vicinanza e della fede. Campiotti restituisce così la sensibilità che cresce e si sviluppa, “maturando” in un bimbo che non ha paura del mistero né degli sconosciuti (anche se poveri e rifiutati), e che vive con naturalezza l’amicizia di Gesù - un legame che l’uomo di oggi magari tiene in considerazione, ma che spesso relega alla sfera strettamente intima senza esprimerlo in gesti concretamente solidali.

Una maturazione interiore, mai superficiale, che Campiotti mette in scena con equilibrio - come nel caso delle “estasi” davanti alle immagini sacre o al tabernacolo - e che si manifesta anche nella qualità delle amicizie. Il protagonista si lega infatti non solo ai coetanei, ma anche a figure più adulte: l’emblematico Rajes, il parroco (l’ottimo Maurizio Donadoni), il barbone, il paraplegico della palestra e i suoi stessi genitori. Carlo sviluppa la convinzione che la fede può aiutare a essere felici, allargando lo sguardo oltre l’orizzonte terreno, verso ciò che rende “spirituale” la concretezza dell’esistenza umana nel suo quotidiano rincorrersi di eventi.

Il regista esprime questo concetto attraverso dialoghi semplici - mai retorici, affettati, banali o forzati – ma profondamente significativi per la fede cattolica. Inoltre, posiziona la macchina da presa con precise scelte simboliche: la colloca dall’alto (a significare lo sguardo divino), dal basso (a indicare la ricerca spirituale), o rispetta l’asse di raccordo degli sguardi tra i personaggi (esprimendo rispetto e accoglienza) o con gli oggetti (speciale è l’inquadratura all’interno dell’Eremo delle Carceri ad Assisi davanti all’affresco del Golgota, che anticipa e rispecchia il calvario che il protagonista si troverà presto a sperimentare).

Particolarmente riuscite, e significative, sono due soluzioni utilizzate dal regista alla fine del film. La prima è il ralenti durante la festa del battesimo di Rajes, in cui l’atmosfera si fa rarefatta per permettere l’ingresso in campo dei protagonisti della storia, quasi a voler accomiatare Carlo. La seconda è lo zoom-out dalla circoscritta stanza d’ospedale in cui Carlo spira: l’ambiente diventa sempre più luminoso, fino a raggiungere lo spazio apertissimo di un cielo azzurro, lucente e senza limiti.

Poche altre volte un argomento come questo è stato trattato con tanta lucidità e audacia dalla cinematografia. Fra gli esempi più significativi per la loro osticità si possono indicare l’italiano L’ora di religione di Marco Bellocchio - dove, fra l’altro, Maurizio Donadoni ricopriva il ruolo emblematico del cardinale Piumini, postulatore della causa di canonizzazione della madre del protagonista, ben lontano dal crederla santa -, e lo spagnolo Camino di Javier Fesser, incentrato sulla santità “malintesa” di un’adolescente appartenente a una famiglia vicina all’Opus Dei.

Se in questi due casi sottostava un proposito altamente critico e avverso, in questo l’intenzione è palesemente favorevole ed entusiasta, rappresentando la santità riuscita di un ragazzo il cui segreto per la felicità è l’amore condiviso e l’autenticità: “Io voglio essere originale, non una fotocopia”.