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Andrzej Wajda sul set di Katyn
Il 6 marzo 1926, esattamente cento anni fa, nasceva Andrzej Wajda, uno dei più grandi registi del Novecento. Considerato tra i principali esponenti della scuola polacca, attivo tra cinema e teatro, Wajda ha diretto film come I dannati di Varsavia (1957), Cenere e diamanti (1958), Lady Macbeth siberiana (1961), L’uomo di marmo (1976), Le signorine di Wilko (1979), L’uomo di ferro (1981, Palma d’Oro al Festival di Cannes), Danton (1983), Dostoevskij - I demoni (1988), Katyń (2007) e Walesa - L'uomo della speranza (2013), è stato candidato a quattro Oscar e ha ricevuto il premio alla carriera nel 2000. Lo ricordiamo con alcune dichiarazioni rilasciate negli anni alla Rivista del Cinematografo.
“Il cinema è propaganda? O arte? O industria? Tra questi interrogativi non risolti si smarriscono le possibilità di espansione e di crescita oggettiva del cinema polacco. [...] In Polonia il cinema è sotto il controllo dello stato. Noi possiamo agire solo ed esclusivamente attraverso i canali ufficiali della produzione e della distribuzione. Ma dopo questa premessa vorrei ricordare che io sono attualmente a capo dell'organizzazione nella quale si riconoscono i cineasti polacchi. Quello che, di volta in volta, ci sembra giusto interessante fare tentiamo di realizzarlo attraverso questa organizzazione, per vie ufficiali e legali: non c'è nessun altro tipo o modello di cinema in Polonia”. (aprile 1979)
“Non penso si possa raggiungere la verità assoluta con il cinema o con l'opera d'arte. Con L'uomo di ferro ho cercato di accostarmi alla verità, di far conoscere chi sono e di che pasta sono falli gli uomini che hanno scritto questa pagina di storia. Ho girato il film nell'ondata di entusiasmo che ha fallo seguito alla riapertura dei cancelli dei cantieri navali di Danzica dopo la firma degli accordi del 31 agosto 1980. Erano giorni di grande ottimismo, ma malgrado ciò noi tutti sapevamo che la battaglia non era affatto vinta, che in seguito ci sarebbero stati altri momenti difficili, ma la cosa importante per me era di portare quell'entusiasmo sullo schermo e di mostrarlo a tutto il mondo”. (marzo 1982)


Andrzej Wajda sul set di Katyn www.fabrykaobrazu.com
(Fabryka Obrazu)“L’uomo di marmo testimonia come noi non temiamo le critiche ma anche come noi, senza certe critiche, non possiamo progredire. Dal contesto del film ci si può rendere conto che la Polonia, ormai avviata sulla strada dell'industrialismo, tende ad avvicinarsi al tenore e al livello di vita dei paesi occidentali. Anche gli errori e le debolezze, forse, sono elementi inscindibili di questa evoluzione”. (aprile 1979)
“Se ci tenevo tanto a girare il seguito dell'Uomo di marmo è perché ritengo che ciò di cui noi abbiamo più bisogno sia la continuità. Niente di ciò che si crea è mai interrotto o ultimato. Se ci sono delle radici c'è anche una pianta che vive e cresce. Il figlio dell'uomo di marmo non fa altro che continuare l'azione intrapresa dal padre. Siamo tutti figli dell'uomo di marmo”. (marzo 1982)
“Da qualche anno i miei film vengono distribuiti regolarmente a Parigi. Ma sfortunatamente, a parte Parigi, è sempre molto difficile ‘piazzare’ un film polacco in Occidente. Si ha a volte la precisa sensazione che i distributori dei film obbediscano a una logica ‘reazionaria’. Reazionaria non tanto sul piano politico ma, soprattutto, sul piano innovativo. In realtà sembra che la distribuzione continui ad atteggiarsi nei confronti dello spettatore cinematografico come negli anni Trenta. E tutto questo avviene o, meglio, non avviene proprio nel momento in cui il cinema è in grado di offrire al consumatore prodotti stimolanti, provocatori e, soprattutto, culturalmente differenziati”. (aprile 1979)


L'uomo di marmo
“Senza anestesia fa perno sul problema del successo. Un problema che reca in sé elementi di caduta e di distruzione. È la storia di un giornalista che lavora all'estero e che non ha particolari difficoltà sentimentali, morali e professionali. Eppure la tragedia scoppia ugualmente, senza motivazioni plausibili. È un film squisitamente psicologico dove l'emotività femminile viene, per così dire, assunta dall'uomo e quella tradizionalmente maschile dalla moglie del giornalista: un rovesciamento di ruoli, insomma, che è nell'aria. Se qualcuno riscrivesse oggi Anna Karenina sicuramente assegnerebbe all'uomo il ruolo della donna. Questo film è realizzato senza particolari artifici narrativi, con uno stile semplice e lineare che lo avvicina idealmente al cinema polacco della nuova generazione. D'altra parte sono convinto che sia sempre meglio guardare in avanti. E guardare in avanti, oggi, vuole dire incamminarsi verso quella direzione”. (aprile 1979)
“Walesa è il soggetto più difficile da me affrontato in 55 anni di carriera cinematografica. Non è stato facile trovare la giusta misura tra i materiali di repertorio e la fiction per rendere un personaggio tanto straordinario d'aver cambiato il mondo intero. Ho ammirato Walesa dal primo istante in cui l'ho conosciuto durante i colloqui tra Solidarnosc e il comitato di governo. Ho cercato di mostrare oltre alla dimensione psicologica e 'locale' il contesto internazionale della sua ascesa. Lech Walesa è un buon esempio di come si può partecipare alla vita politica. Una partecipazione che vedo scarseggiare nelle nuove generazioni”. (settembre 2013)
“Si pensa che quella del cinema sia un’evoluzione artistica, io invece credo che sia dettata dal progresso della tecnica. La tecnica, la sensibilità della pellicola provocano dei cambiamenti molto più importanti che non la volontà artistica”. (maggio 2006)
